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Intervista a Marco Impagliazzo: «In mare come nel deserto e`gente che fugge e muore. E’ l’ora della solidarietà»

La Provincia Pavese, 11 maggio 2015

di Franco Ferraro

Il presidente della comunità di Sant’Egidio: «Dramma profughi sotto i nostri occhi» Richiamo all’Ue: «Ha una responsabilità storica». I flussi? «Il disordine crea rischi» E nel futuro ci sono tanti “nuovi europei”: «Certi muri artificiali creano alienazione»

Franco Ferraro, caporedattore di Sky Tg24, torna con “Venti domande per me (posson bastare)”. Il protagonista, questa settimana, è Marco Impagliazzo, 53 anni, storico, docente universitario e presidente della Comunità di Sant’Egidio.
1) Sbarchi continui, Italia approdo di disperati. Italia sola a gestire il problema… 
C’è una dramma che si svolge sotto gli occhi dell’Europa. Un flusso che non si arresterà: troppe crisi, troppe guerre da affrontare. In mare si muore, così come nel deserto. Siamo il Paese più vicino alle coste nordafricane, i più esposti, con Grecia e Spagna. Ci vuole una più forte coesione e corresponsabilità da parte dei 28 stati membri della Ue ma anche consapevolezza tra i cittadini italiani che è l’ora della solidarietà.
2) Secondo voi, se l’Ue non è all’altezza di fermare le stragi del mare, è l’Onu che deve scendere in campo…
Era una proposta frutto di una ribellione di fronte all’immobilismo europeo dopo le grandi tragedie in mare. Ma l’idea forte è che l’Europa per prima deve muoversi per i migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo. Le ultime dichiarazioni di Junker e Mogherini fanno sperare in una novità positiva. All’Europa spetta una responsabilità storica. Che non si dica in futuro che ci siamo chiusi davanti alla tragedia: ne va del buon nome di tutti i paesi europei. Abbiamo già visto la cattiva prova che fece l’egoismo nazionale. A 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale dobbiamo aver imparato cosa significa pace e accoglienza. Vorrei un’Europa “giusta tra le nazioni”.
3) Sant’Egidio ha proposto un “canale umanitario”. Di che si tratta?
L’azione consiste nella richiesta al Governo italiano o ad altri governi europei di adottare una buona pratica tesa a garantire a un numero limitato di persone vulnerabili e bisognose di protezione umanitaria, di ottenere un visto d’ingresso in Italia; nell’apertura in alcuni Paesi di transito come il Libano, il Marocco, l’Egitto di “Humanitarian Desks” gestiti da Sant’Egidio e dalla Federazione delle Chiese Evangeliche italiane, presso cui le persone bisognose di protezione umanitaria potranno istruire la loro richiesta che sarà quindi successivamente trasmessa alle autorità diplomatiche secondo la procedura prevista. Insomma: si tratta di creare canali legali per evitare la morte in mare.
4) Voi pensate che questa proposta possa funzionare come modello anche per altri Stati europei…
Può funzionare per tutti. È un modo per essere solidali fattivamente, senza demagogie. Si può anche fare il triage e garantire più sicurezza. Siamo consapevoli che un afflusso disordinato e caotico, oltre che ad essere micidiale per chi lo subisce, è anche foriero di rischi: pensate ai bambini soli che arrivano, alle possibilità per i mercanti di uomini … ci vuole una chiara protezione europea.
5) Il nodo Siria, che vi sta molto a cuore…
Sì, è una guerra terribile, così come quella in Libia. Sono conflitti da risolvere. Se non c’è una soluzione magica e immediata, occorre almeno gestire il conflitto. Per questo Andrea Riccardi ha proposto la tregua per Aleppo (#savealeppo), una città simbolo antico di coabitazione tra cristiani e musulmani, ma anche un luogo da cui – se la carneficina si ferma – ripartire per una Siria in pace. Bisogna subito iniziare da qualcosa di concreto: è uno scandalo non agire.
6) E poi c’è la Libia…
La Libia è uno Stato fallito alle nostre porte. Dobbiamo preoccuparci della Libia prima che i libici si mettano a fuggire anche loro. Come in Siria, anche attorno a tale crisi ci sono interessi di potenze regionali. L’inviato Onu ha fatto il possibile: ora occorre chiedere a chi sostiene dall’esterno le due parti in lotta, di fare un passo indietro per favorire l’accordo. Basta invii di armi, basta sostegno alle fazioni: solo la pace garantisce gli interessi di tutti.
7) Perché – come dite voi -i migranti devono essere considerati i “nuovi europei”?
Chi è emigrato in Europa e si è stabilito qui, assume la nostra lingua e la nostra cultura. Sono persone che si integrano nelle nostre società, basti pensare al fenomeno delle badanti in Italia. Creare artificiali muri in base alla provenienza non fa che provocare alienazione e disaffezione. A questi nuovi europei vanno trasmesse la nostra cultura e la nostra forma di democrazia, senza timore. Tutti possono vivere in Europa portando qualcosa ma anche ricevendo molto. I “foreign figthers” di origine europea sono il simbolo di un’integrazione fallita a cui si aggiunge un vuoto di senso tipico di una parte delle nostre giovani generazioni. Leggete le motivazioni di questi giovani che vanno a morire in un inferno: per amore, per curiosità, per spirito di avventura, per dare senso alla propria vita, per rabbia, per fare la rivoluzione… tutte ragioni che in passato avrebbero espresso in altro modo.
8) D’accordo, ma perché l’Europa dovrebbe aver bisogno di migranti? 
I migranti sono un portato della globalizzazione: tendiamo tutti a mischiarci di più che in passato. L’Europa ne ha bisogno per la sua economia e per il declino demografico che tocca molti suoi paesi tra cui il nostro. E poi la loro vita, la loro storia, la loro vitalità sono un’opportunità di crescita per le nostre società invecchiate. Come la storia (anche antica) dei movimenti di popolazioni insegna, si creano dei “vuoti d’aria” demografici che si riequilibrano da sé. Guardiamo alla nostra storia di emigrazione: l’Italia ha oggi cinque milioni di cittadini con passaporto residenti all’estero, 80 milioni circa di italo discendenti: se li espellessero tutti dove andrebbero?
9) Esiste il rischio di jihadisti infiltrati sui barconi della disperazione?
Non direttamente. Chi è già jihadista non prende il barcone, non rischia la morte in mare. Ma se un giovane che arriva via mare, trova ad attenderlo solo disprezzo, razzismo e solitudine, tra qualche anno potrà anche diventarlo, se non saremo in grado di fermare le guerre prima. Bisogna stare attenti alle carceri: la predicazione dell’odio avviene essenzialmente dentro le prigioni, oltre che davanti al web.
10) Pensa che la strage di Charlie Hebdo abbia cambiato il rapporto tra Occidente e Islam?
Purtroppo la strage di Parigi non è una novità. Ce ne sono state altre, pensate a Atocha a Madrid, a Londra e alla stessa Parigi degli anni Novanta. L’eccidio di Charlie ha avuto una particolare risonanza perché simbolica della libertà di espressione che i jihadisti vorrebbero distruggere. Il rapporto tra Occidente e Islam non è cambiato: da tempo è contraddittorio e ambiguo. Dobbiamo sapere che è in corso una guerra civile nell’Islam mediorientale. Se una grande civiltà come quella arabo-islamica si ammala, anche noi – che siamo vicini – ne subiamo le conseguenze. E poi dobbiamo sostenere le minoranze in quei paesi: yazidi, cristiani e altri, che non c’entrano niente, rischiano l’estinzione. Sono i vasi di creta tra vasi di ferro.
11) «Basta con i mercanti di carne umana. Bisogna accogliere i migranti, perché la sola tolleranza non basta» ha detto Papa Francesco…
Esatto: la tolleranza può nascondere un disprezzo malcelato. Il Papa conosce bene il fenomeno delle fughe dalla violenza e dalle crisi: penso al Centro America, al muro tra Messico e Usa… Occorre assumersi la responsabilità del tempo storico che si vive. Ricordiamoci il tempo di guerra in Europa: gli sfollati erano milioni e non c’era alternativa all’accoglienza. Queste persone oggi fuggono da guerre, dittature, carestia…
12) Francesco ha parlato delle ostilità verso gli immigrati anche da parte della Chiesa: «Non di rado i movimenti migratori suscitano diffidenze e ostilità, anche nelle comunità ecclesiali…».
È un fenomeno triste per chi dovrebbe ascoltare e vivere il Vangelo. Una delle opere di misericordia (e a dicembre inizia l’anno santo della misericordia) è proprio accogliere lo straniero. «Ero straniero e mi avete accolto – dice Gesù». L’ostilità nasce quando il cristiano si lascia trasportare dal conformismo dello spirito del tempo. Ma un vero cristiano deve vivere in modo alternativo, deve ricordarsi sempre della misericordia e della compassione. Cosa lo distingue se non questo? Grazie a Dio tanti cristiani sono su questa strada ed è un bene per le nostre società.
13) Ancora a proposito del Pontefice. La recente, rovente polemica tra il Papa e il Governo turco sulla strage degli armeni. Lei sull’argomento ci ha scritto un libro, non a caso intitolato “Il martirio degli armeni, un genocidio dimenticato”…
Occorre uscire dall’ambiguità: la strage degli armeni è il primo genocidio del XX secolo. Negare un’evidenza storica non aiuta certo la verità e soprattutto la possibilità di riprendere un cammino insieme tra turchi e armeni. Cento anni fa si vollero eliminare le minoranze cristiane dall’impero ottomano per un disegno nazionalista estremista: costruire uno nuovo Stato sull’omogeneità, dopo secoli di multietnicità. Si è trattato di un genocidio per ragioni nazionaliste, ma poi fu usato l’appello alla guerra santa per manipolare le coscienze di chi lo eseguì. L’idea del governo “giovane turco” a quel tempo, era più simile a ciò che si è rischiato nei Balcani negli anni Novanta: totale pulizia etnica e culturale. Infine direi che il negazionismo è impossibile: all’interno della società turca sono emersi in questi anni oltre a tanti documenti anche le testimonianze degli “armeni sommersi”, coloro che furono rapiti e convertiti da bambini. Ci sono testimonianze, libri, interviste dei loro nipoti.
14) Da quando lei è presidente di Sant’Egidio ha visto passare nella storia tre Papi: Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio. Un mini profilo di ognuno di loro… 
Wojtyla è il Papa del XX secolo: in Europa lo ha attraversato tutto nei suoi passaggi peggiori, nazismo, Shoah, comunismo… E’ il Papa geopolitico, colui che ha sconfitto il blocco dell’Est ma anche che ha capito prima di tutti il ruolo che avrebbero dovuto giocare le religioni per la pace: il cosiddetto “Spirito di Assisi”. Pregava davanti all’atlante dei dolori del mondo. È il Papa che ha portato la Chiesa nel passaggio tra due millenni fuori dalla paura. Ratzinger è stato il Papa della predicazione, dell’amore per la Parola di Dio e del dialogo con lo spirito laico dell’Europa e dell’Occidente: ha cercato l’alleanza morale con il meglio della cultura laica, per affrontare le sfide della globalizzazione. Il suo cruccio era un’Europa disinteressata del mondo, senza ambizioni con il rischio di “congedarsi dalla storia”; la sua speranza era che al contrario potesse dare un’anima alla globalizzazione. Bergoglio è il Papa della globalizzazione. È il primo Papa uscito da una megalopoli, come è Buenos Aires e che quindi conosce profondamente i problemi e i dolori delle periferie delle grandi città, in un mondo dove tutto è periferia e i centri si moltiplicano. Nelle “periferie umane e esistenziali” nasce il mondo di domani. È il Papa del coraggio pastorale: andare in missione in un mondo complicato, come fu quello dei primi apostoli. Come si vede, i tre papi sono una sola successione di testimoni del Vangelo nel mondo: per seguirli non basta ammirarli, occorre ascoltarli e convertirsi.
15) La Comunità di Sant’Egidio è presente in 73 Paesi del mondo con la partecipazione attiva di oltre 60mila persone e la collaborazione di migliaia di volontari. Una macchina potente.Anche complicata da guidare?
Un corpo più che una macchina, con tante membra diverse. Il numero è importante ma non significa potenza: sono tanti giovani che volontariamente impegnano la loro vita, e la rischiano. Ricordo qui William morto a 22 anni in Salvador ucciso delle gang, le maras, perché insegnava la pace ai bambini; Floribert assassinato in Congo per non essersi lasciato corrompere, ed altri. Questo è il volto del popolo di Sant’Egidio: gente non pagata, che si impegna gratuitamente e vive il Vangelo accanto ai poveri. Essere il presidente significa per me, certamente risolvere tanti problemi, ma soprattutto proteggere e comunicare questo spirito di libertà evangelica e di gratuità.
16) Lei è anche professore di storia contemporanea all’Università per stranieri di Perugia. È cambiata negli anni la tipologia degli studenti?
Credo che abbiamo di fronte giovani più curiosi ma meno strutturati. Vengono da tutto il mondo e sanno che per vivere meglio ci vuole apertura: apprendere in una lingua straniera è anche questo. Ma ieri erano più impostati dalle loro società di provenienza. Ora che queste ultime (anche la nostra) sono più liquide -come si dice-, i giovani sono più fragili forse, ma certamente più recettivi. Bisogna parlargli.
17) Parliamo della scuola Louis Massignon, presente a Napoli dall’autunno del 1989, all’indomani della morte di Jerry Essan Maslo, un giovane rifugiato sudafricano, ucciso dopo aver subito una rapina nell’estate del 1989 a Villa Literno…
Una storia triste ed emblematica: Jerry veniva dall’apartheid e aveva il sogno di un mondo più giusto. Trovò invece razzismo e morte. Come italiani dobbiamo chiederci: é questo il modello che offriamo? Per questo combatterono i costruttori del sogno europeo? Per questo fu sconfitto il nazifascismo? Su questo si basa lo storico umanesimo italiano? Jerry lo ricordiamo sempre, assieme ad altri, come l’amico che cercava una vita migliore. Ci aveva frequentato. Era certamente un nuovo europeo… Con altre storie, quella di Jerry é all’origine del nostro lavoro con gli immigrati: le mense, le scuole di lingua e cultura, il movimento Genti di Pace. La sua morte colpì molto l’Italia: ricordo che l’allora Presidente della Repubblica Cossiga mandò a Sant’Egidio il telegramma di condoglianze del popolo italiano. Eravamo la sua famiglia.
18) L’ultimo film visto?
“Mia Madre” di Nanni Moretti. Un film profondo sul rapporto tra le generazioni, con tutte le sue contraddizioni, ma con un legame che non si rompe. È un messaggio importante mentre tanti anziani vengono abbandonati. Ho studiato con la madre di Moretti al liceo Visconti a Roma. Era così. Una donna saggia e di grande cultura. Gli studenti e i libri erano la sua passione.
19) L’ultimo libro letto?
“Elogio dei poveri. In un tempo in cui i poveri fanno paura” di Marco Gnavi. È il parroco di Santa Maria in Trastevere che riflette su come, a partire dai poveri, si può umanizzare il nostro tempo. Una grande lettura spirituale che mi ha fatto bene.
20) L’ultimo errore fatto?
Non aver dedicato il mio ultimo libro sui cristiani martiri ad Abish, bambino pakistano cristiano delle nostre scuole della pace morto in un attentato terroristico a Lahore. Lo faccio ora grazie alla sua intervista. La ringrazio.

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Siamo accoglienti se ricordiamo la storia. Migranti, intolleranze e il nostro passato di viaggiatori

Avvenire, 8 maggio 2015

di Marco Impagliazzo

Il Papa ha chiesto alla Conferenza delle Chiese europee che i cristiani del nostro continente si distinguano per l’accoglienza. È un tema antico lungo le sponde del Mediterraneo. Negli Atti degli Apostoli, dopo il naufragio di Paolo a Malta, è scritto che gli abitanti avevano trattato i naufraghi «con rara umanità».

Oggi a fronte dell’impegno di tanti nell’accoglienza dei naufraghi del XXI secolo, esistono espressioni di inaccoglienza preoccupanti. Basta dare un’occhiata a qualche social network, o a qualche dibattito televisivo, dove i temi delle migrazioni sono trattati con volgarità, violenza e persino disumanità. Una prova è nella triste pagina scritta on line da chi pensa che un morto in mare valga un posto di lavoro in più per un italiano.

Questo giornale cerca ogni giorno di rimotivare quella cultura dell’umano che è alla base di ogni discorso “ragionevole” sul tema delle migrazioni. C’è, poi, da recuperare una cultura storica troppo spesso delegittimata. Da studioso di storia mi ha colpito la reazione veemente contro la frase postata su Facebook il 21 aprile da Gianni Morandi: «A proposito di migranti non dobbiamo mai dimenticare che migliaia e migliaia di italiani sono partiti dalla loro Patria con la speranza di trovare lavoro, un futuro migliore per i propri figli, visto che nel loro Paese non riuscivano ad ottenerlo! Non è passato poi così tanto tempo». Ecco, una frase pacata, vera, condivisibile. E invece no! Commenti su come noi eravamo e siamo differenti, su come l’illegalità, l’irregolarità, la sporcizia, la trasandatezza e quant’altro non ci riguardino e non ci abbiano mai riguardato.

L’artista ha pazientemente risposto a decine di commenti, chissà se è riuscito a convincere qualcuno, o almeno a farlo ragionare. A fargli ricordare una pagina di storia. Della nostra storia, di nemmeno tanti anni fa. Quella storia che i nostri stessi nonni, se non i nostri padri, ci potrebbe richiamare alla memoria. Ovvero le migliaia di ristoranti italiani in Francia, Germania, Belgio, Stati Uniti e altrove. E ancora, lo stesso Vescovo di Roma, discendente di avi italiani come milioni dei suoi connazionali argentini.

Ciò che impressione in quella levata di scudi tesi a dire “Noi non eravamo così” è il vortice di vittimismo e di rimozione che sembra trascinare con sé non solo quella «rara umanità» che tutti dobbiamo cercare di preservare, non solo quella civiltà minimale che in genere ci fa essere silenti e pensosi di fronte a centinaia di morti, ma anche la nostra stessa identità di italiani. L’identità di un popolo che – è il caso e il momento di dirlo – è stato tante cose, belle e meno belle, ma anche un popolo di migranti.

E, invece, la rimozione del nostro passato e profonda e tenace. Perché, come scrisse Pasolini, da noi cultura élitaria e popolare hanno finito per convergere sull’«idea che il male peggiore del mondo sia la povertà». Mai, allora, ricordare quando eravamo poveri davvero. Tanto da lasciare l’Italia in mezzo milione l’anno intorno al 1910! Altro che le invasioni odierne! Mai sottolineare che una volta «gli albanesi eravamo noi», per citare un libro di successo di Gian Antonio Stella.
Questa è storia che si studia poco e male a scuola. Molti autori della nostra letteratura hanno ricordato, sull’esempio del grande Dante – «Duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale» –, la nostra esperienza di sradicati, di braccia in cerca di lavoro. I nomi di Sciascia, con il suo Il lungo viaggio, che parla di italiani trasportati e ingannati da scafisti altrettanto italiani, o di De Amicis con il suo Gli emigranti: «Traditi da un mercante menzognero, / vanno, oggetto di scherno allo straniero, / bestie da soma, dispregiati iloti».

Sì, è bene non rimuovere dalla memoria tutto questo. «Bestie da soma» e «iloti» lo siamo stati anche noi. È inutile e dannoso negarlo. Come è inutile ogni negazionismo – in questo tempo di anniversari di stermini. Come è dannoso per ogni popolo non fare i conti con il proprio passato, non riflettere su quanto è stato e su quanto sarà, ovvero limitarsi ad essere spettatori indifferenti, o incattiviti, del nostro presente.

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La città-mondo è speranza

Avvenire, 29 marzo 2014

Viviamo una stagione che sta segnando uno spartiacque nella storia del mondo. Tutto ci parla di un pianeta presto completamente diverso da quello di qualche decennio fa, trasformato dalla globalizzazione, che muta gli orizzonti, rimodella le società, crea squilibri ed equilibri nuovi.
È una globalizzazione che fa perno sulle città. Nel 2006, per la prima volta nella storia dell`umanità, la popolazione cittadina ha superato quella delle campagne. Siamo in un mondo urbano, la storia si fa nelle città, il pianeta stesso si fa città globale. E in questo mondo di città, in questa cittàmondo, si pone il problema delle periferie. Basta pensare alle megalopoli odierne: cosa vuol dire vivere in città di decine di milioni di abitanti, estese lungo assi di decine di chilometri come Città del Messico, Shanghai, Kinshasa? Ma pensiamo a regioni remote: cosa comporta vedere Obama o il Papa in tv, senza nessuna possibilità di andare un giorno a Washington o a Roma? La gran parte dei cittadini globali abita nelle periferie, vive una marginalità dal centro, è periferica rispetto al potere, all`economia, alla cultura.
Le mille periferie della nostra città-mondo sono una grande sfida. Il volto della nuova era globalizzata appare già sfregiato da distanze e da barriere, da un`ingiusta distribuzione delle possibilità, dai limiti posti all`accesso a quell`insieme di garanzie sul piano educativo, sanitario, infrastrutturale che fanno la qualità della vita. Se il mondo delle città diviene città-mondo, gran parte di esso è banlieue di un centro sempre più sfuggente, non-luogo tentato di segnalarsi all`attenzione altrui con segnali non incoraggianti.
Chi ha colto molto bene questo intreccio nuovo fra globalizzazione e perifericizzazione della vita è papa Francesco, «il primo Papa della globalizzazione», secondo Andrea Riccardi. Poteva forse essere diversamente? Poteva forse un uomo venuto dall`Argentina non vedere le cose dalla fine del mondo? Il Papa è stato vescovo di una megalopoli, come Buenos Aires, di cui ha conosciuto bene le periferie.
Assumere la periferia come prospettiva da cui guardare all`oggi può aiutare: «I grandi cambiamenti della storia si sono realizzati quando la realtà è stata vista non dal centro, ma dalla periferia», sono parole del Papa all`Unione Superiori Generali. Osservare le cose dalla fine del mondo permette di non vivere la metamorfosi che stiamo attraversando col disagio di chi rimpiange i centri di una volta: «La globalizzazione cui pensa la Chiesa assomiglia non a una sfera – ha dichiarato Francesco nella recente intervista al Corriere della Sera – ma a un poliedro, con le sue diverse facce». Non la globalizzazione sferica dell`arida legge del potere e del denaro, della «cultura dello scarto», dell`indifferenza che si fa mentalità. Bensì l`urbanizzazione poliedrica dell`inclusione e della solidarietà.
Riempiendo le periferie della globalizzazione con un vissuto che crei legami, forgi comunità, faccia sentire ogni banlieue al centro di un interesse. Costruendo ponti culturali e umani, non guardati da garitte, non sottoposti a pedaggio. La città-mondo può essere migliore solo se ognuno se ne sentirà parte, se un senso di cittadinanza largo e cooperativo impegnerà tutti a uno sforzo comune. Siamo di fronte a un mondo nuovo, che richiede a tutti di ripensare le logiche e le dinamiche di sempre. Che chiama davvero tutti a scommettere su un futuro più plurale, in cui ogni periferia possa farsi centro, in cui ogni angolo del pianeta viva il respiro comune di un grande organismo. Un mondo globale ha bisogno di una missione globale. Con la consapevolezza che la posta in gioco è altrettanto globale, e che il poliedro risultante dal contributo di tutti sarà un passo avanti per l`umanità intera. Del resto, se la nostra civiltà deve tanto al pensiero e all`azione di un numero limitato di attori, quale sarà il frutto di un pensiero e di un`azione più larghi? Se l`Europa, insieme a tanti errori, ha prodotto tanto di buono, quale sarà il risultato del muoversi di tante periferie e di tante latitudini, asiatiche, americane, africane, che diventano centro?

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