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#Iorestoacasa. Ma chi una casa non ce l’ha? Parla Impagliazzo (Sant’Egidio)

C’è un’emergenza nell’emergenza. Quella di chi non può restare a casa, perché una casa non ce l’ha: i senza fissa dimora. “È il problema di un’Italia nascosta a cui bisogna arrivare. All’isolamento che già uccide, non dobbiamo aggiungerne altro”. Conversazione di Formiche.net con il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo

di Francesco Gnagni su Formiche.net del 15 marzo 2020

Nell’emergenza coronavirus l’hashtag che è stato lanciato è #iorestoacasa. Una domanda tuttavia si è posta fin da subito, e giorno dopo giorno la si comincia a porre in maniera sempre più seria. Ma chi una casa non ce l’ha? In questa conversazione di Formiche.net ne abbiamo parlato con il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo.

Professore, c’è un’emergenza nell’emergenza?

Sì, e nei decreti governativi non si parla. Si è detto di affidarla ai Comuni, ma a Roma ancora non c’è nessuna decisione. Sant’Egidio sta sollecitando gli enti locali a prendere qualche misura necessaria. Molte persone sono in strada tutto il giorno ma gli enti privati sono chiusi o hanno limitato i posti. Comincia a esserci anche un problema di fame: persone che normalmente ricevono elemosina o aiuti da ristoranti, bar o privati, ora non ricevono più niente. Poi c’è un problema di servizi pubblici e igienici. Si dice di lavarsi le mani ma non ci sono i presidi necessari. Non lo dico polemicamente, ma penso che bisognerà cominciare a porsi il problema in maniera seria, visto che sono 50mila i senza fissa dimora sul territorio nazionale. Senza contare la questione dei campi Rom, dove molti non lavorano e vivono di elemosina, ma non possono più girare per le città in cerca di aiuto.
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Coronavirus. Il gran valore dei «solidali». Le reti umane da valorizzare

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 6 marzo 2020

Queste settimane di dura prova per il nostro Paese, a causa della diffusione del nuovo coronavirus, hanno mostrato la tenuta delle istituzioni democratiche, l’abnegazione del mondo sanitario, della protezione civile e delle forze dell’ordine insieme al senso di responsabilità di tanti cittadini. Eppure, l’epidemia ci ha colti in un tempo liquido, in cui si sono dissolte reti sociali e relazionali sperimentate. Ognuno è più solo nel mare della vita. Di qui l’incertezza, la confusione, e a volte la paura di questi giorni. Di qui le città che si svuotano di vita.

Ognuno è un po’ più solo nella crisi e reagisce in modi a volte contraddittori. Le risposte positive però non mancano. L’emergenza ha fatto emergere la centralità delle reti di prossimità e di solidarietà oggi ancora più essenziali per contrastare la solitudine e l’isolamento di tanti. La vasta realtà di persone che appartengono a queste reti, espressione in gran parte del mondo cattolico, sono, generosamente, all’opera perché nessuna delle persone più vulnerabili e fragili rimanga sola in questa emergenza. Insieme a tanti preti al servizio e in ascolto delle persone.Nel tempo della solitudine è chiesto dalle autorità competenti – per un motivo quanto mai necessario e per ragioni assolutamente condivisibili – di creare una certa distanza, alla quale però si può rispondere facendo crescere la vicinanza relazionale. Non solo l’interesse e la partecipazione all’esistenza altrui, bensì qualcosa che si faccia premura, calore, accompagnamento. Non sconfiggeremo il covid-19 se saremo più soli, ma se saremo più vicini, pur in una distanza a prova di contagio. Non usciremo da questa prova astraendoci dal mondo esterno (e isolando gli altri), ma creando ponti capaci di non far andare alla deriva nessuno, a cominciare dai più deboli.
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