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La risorsa della solidarietà. Ripartire senza dimenticare – Intervista a Marco Impagliazzo

da Videolina.it del 10 giugno 2020

La risorsa della solidarietà.
Conduce Nicola Scano. La macchina della solidarietà non conosce ripartenza. Perché non si è mai fermata. Migliaia di volontari hanno continuato il loro viaggio tra gli invisibili: farmaci, alimentari, una parola di conforto. Una rete che si è mossa silenziosa, spingendosi nelle periferie più difficili e dimenticate. Ci arriverà anche la ripresa? Ospite di Nicola Scano il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo. La regia è di Andrea Fenu
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Karol Wojtyla cent’anni: Il profilo del Novecento. Marco Impagliazzo su L’Osservatore Romano

di Marco Impagliazzo su Osservatore Romano del 18 maggio 2020

“I laici sono stati per me un dono singolare, per il quale non cesso di ringraziare la Provvidenza. Li porto tutti nel cuore, perché ciascuno di loro ha offerto il proprio contributo alla realizzazione del mio sacerdozio”

La figura di Karol Wojtyla si è intrecciata con i momenti chiave della storia del Novecento: il sorgere e lo svilupparsi dei totalitarismi nazista e comunista, la seconda guerra mondiale, la Shoah, la guerra fredda con la divisione in due dell’Europa, il crollo dell’Est comunista, il passaggio di millennio, la manifestazione del terrorismo internazionale con l’11 settembre 2001 e altro ancora.
Karol Wojtyla è stato un testimone esemplare della storia del Novecento e una figura emblematica del passaggio di due secoli. Ha avuto un’esperienza unica del mondo: 127 Paesi visitati (alcuni più volte) durante il pontificato hanno fatto di lui l’uomo che ha avuto una comunicazione diretta con più persone e con più folle, come ha sostenuto l’allora cardinale Joseph Ratzinger. Un Papa carismatico – così lo ha definito Andrea Riccardi – che ha sempre connesso la responsabilità di successore dell’apostolo Pietro al martirio, a rischio della sua stessa vita come nell’attentato subìto il 13 maggio 1981. Wojtyla ha avuto ampie visioni ideali ma sempre a partire da una conoscenza degli uomini e dei popoli nei loro diversi contesti. Non ha cessato di stupire con i suoi richiami alla necessità della pace mentre la guerra si è riaffacciata nel mondo come strumento di risoluzione dei conflitti. Ha sorpreso con i suoi gesti spirituali profetici e le sue mistiche coordinate geopolitiche. Ha stupito con la forza apostolica dimostrata fin nell’estrema debolezza della malattia, giunta quasi a sfigurarlo.
La sua vita va letta in una prospettiva non solo teologica o interna alla realtà ecclesiale, ma nel quadro ampio della storia contemporanea e della geopolitica. Giovanni Paolo II appare come un Papa con due caratteristiche particolarmente originali. La prima: un carisma dell’incontro umano, connesso in buona misura a un’ascesi interiore; la seconda: una visione geopolitica planetaria, espressa plasticamente con i tanti viaggi, che esorbitava i confini e le visioni tradizionali della Chiesa cattolica.
Giovanni Paolo II è stato anche il Papa del dialogo. Dialogo con le Chiese cristiane, con le altre religioni e con le culture. Un esempio per tutti: l’incontro di Assisi dell’ottobre del 1986 con le grandi religioni mondiali. Quella giornata di preghiera per la pace si colloca storicamente sul crinale di cambiamenti epocali, la cui portata e i cui effetti si stanno valutando ancora oggi. Le vicende del mondo contemporaneo hanno subìto da allora un’accelerazione incredibile, con esiti imprevedibili come è stata la fine dell’impero sovietico, lo sfaldamento di quello che veniva definito il “Terzo Mondo”, l’avanzata del processo di globalizzazione. Il quadro internazionale, oggi, mostra come il rapporto tra le religioni sia un elemento di vitale importanza geopolitica.

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La preghiera e l’azione. 14 maggio: con fede e senso di unità

Di Marco Impagliazzo, da Avvenire del 10 maggio 2020

Domenica scorsa 3 maggio, concludendo la preghiera del Regina Coeli, papa Francesco ha detto: «Ho accolto la proposta dell’Alto Comitato per la Fratellanza Umana affinché il prossimo 14 maggio i credenti di tutte le religioni si uniscano spiritualmente in una giornata di preghiera e digiuno e opere di carità, per implorare Dio di aiutare l`umanità a superare la pandemia di coronavirus».

L’iniziativa è dei leader religiosi che si rifanno allo storico Documento firmato dal Papa e dal grande imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, nel febbraio 2019: «Non dimentichiamo di rivolgerci a Dio Creatore in questa grave crisi – si legge nell`appello del Comitato – ogni persona, in ogni parte del mondo, a seconda della sua religione, fede o dottrina, perché Egli (…) liberi il mondo dalle conseguenze sanitarie, economiche e umanitarie della diffusione di tale grave contagio».

La preghiera di giovedì 14 maggio si configura come compartecipazione alle sofferenze e alle angosce causate dalla tempesta abbattutasi in questi mesi su tutto il pianeta, nonché come ideale continuazione del dialogo interreligioso avviato da Giovanni Paolo II nella giornata di Assisi e rafforzatosi via via negli anni, fino all`accelerazione impressa da Francesco con la firma di Abu Dhabi. Lo spirito di Assisi soffia ancora, e con più forza. Come ha rappresentato una risposta al dramma della guerra, può oggi farsi argine e fonte di nuova speranza di fronte alla pandemia, che imperversa in ogni continente, seminando morte, paura, difficoltà economiche. Il virus colpisce i legami sociali, indebolisce le istituzioni, precipita famiglie e popoli nell`abisso dell`incertezza per il futuro.

Papa Francesco, che prega per la fine dell’epidemia da quando essa era ancora confinata nell’apparentemente lontana Cina, vuole rispondere alla malattia che impone il distanziamento sociale con un nuovo legame, tra popolo e popolo, tra i popoli e il loro Creatore. AI microrganismo invisibile che confina tutti in uno spazio chiuso e in un tempo sospeso, il Papa intende contrapporre un movimento unitivo tra le culture e le religioni, fatto non solo di meditazione, bensì pure di carità. Desidera aprire nuovi spazi, disegnare un`idea di futuro. Il mondo della globalizzazione, che ci sembrava vasto, è diventato piccolo. Il male lo percorre a grandi passi, ignaro delle frontiere, mietendo vittime senza fare distinzioni di fede. Per questo c`è bisogno di vicinanza e d`incontro. Già il 27 marzo scorso, in piazza San Pietro, Francesco aveva saputo indicare una prospettiva: «Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del Tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è».
E’ da superare il tempo dei compartimenti stagni, dei muri, degli scontri di civiltà. Francesco si fa araldo dell`unità del genere umano. Di qui la preoccupazione perché la ricerca scientifica si muova avendo sempre presente il fatto che siamo tutti «sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati». Sì, la barca è una: «È importante mettere insieme le capacità scientifiche, in modo trasparente e disinteressato, per trovare vaccini e trattamenti e garantire l`accesso universale alle tecnologie essenziali che permettano a ogni persona contagiata, in ogni parte del mondo, di ricevere le necessarie cure sanitarie».

Considerarsi tutti membri di una sola famiglia umana, imparare a curare il creato, non è un “di più”, cui si può rinunciare se il contesto è difficile. Si rivela sempre più una necessità, in questo tempo di globalizzazione e di allargamento di orizzonti. La Storia – che avevamo messo da parte per far trionfare le nostre piccole storie – chiama a un`unità che faccia perno su ciò che ci unisce e lasci da parte ciò che ci divide. La preghiera comune di giovedì prossimo diviene per tutti un segno spirituale e universale: malgrado le differenze, non ci si salva da soli ma soltanto riconoscendoci vicini nella comune umanità e affrontando insieme la lotta per la vita di tutti. Con l’auspicio che le autorità civili del mondo adottino davvero, per la fine della pandemia, quella «collaborazione comune come condotta» a cui invita papa Francesco. 

“Sicurezza e solidarietà possono coesistere”- Intervista a Marco Impagliazzo

da Lantenna online del 6 maggio 2020

Oltre all’emergenza sanitaria e all’arresto di molti settori economici, la pandemia da Covid-19 ha mostrato una volta per tutte la reale dimensione delle fragilità del nostro Paese. Dall’istruzione al mondo del lavoro, dallo sviluppo tecnologico al ridimensionamento della sanità pubblica, il Coronavirus ci induce a prendere sul serio la tematica delle diseguaglianze diffuse nelle nostra penisola. A pagare maggiormente le conseguenze di tale situazione sono i soggetti più fragili come i poveri, gli anziani, i migranti e gli adolescenti.

Discutiamo di questo tema con Marco Impagliazzo. Presidente della Comunità di sant’Egidio e membro del Dicastero Vaticano per i Laici, la Famiglia e la Vita, Impagliazzo è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Roma Tre. Editorialista di Avvenire, Impagliazzo è anche Consultore del Pontificio Consiglio della Cultura.

– Sicuramente la pandemia in atto non ha arrestato le diffuse povertà delle nostre città. Sin dalla sua fondazione, la Comunità di sant’Egidio ha coniugato la preghiera al servizio costante ai poveri che spesso non hanno una casa nella quale restare. In questo tempo, quale peculiarità ha assunto il vostro sostegno ai più fragili?

La pandemia ha certamente aumentato il numero dei poveri e di coloro che vivono in situazioni di disagio profondo. In questo senso se è vero che il virus ha colpito indifferentemente uomini e donne di ogni estrazione sociale, è anche vero che fare lockdown in una casa grande e spaziosa, dotata di tutti i comfort e di apparati tecnologici avanzati è tutt’altra situazione che farlo – o meglio non poterlo fare – vivendo per strada.
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Tutto il dovuto per gli anziani

Più reti familiari e solidali, meno istituti

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 5 aprile 2020

È un tempo difficile, questo. Sentiamo il peso della riscoperta della fragilità, la sentono i nostri anziani, in particolare quelli ospiti negli istituti, nelle Rsa. Di loro ha parlato il Papa durante l’Angelus di domenica 29 marzo: «In questo momento il mio pensiero va in modo speciale a tutte le persone che patiscono la vulnerabilità di essere costretti a vivere in gruppo: case di riposo…».

Siamo tutti rimasti scossi, infatti, da quanto accaduto in tante residenze per anziani, nel Nord, ma anche in altre zone d’Italia: il contagio che arriva e colpisce tanti, in successione; l’ambiente che dovrebbe proteggerti diviene la prigione in cui un nemico invisibile può imperversare con facilità. In tanti, troppi, luoghi di assistenza e di cura siamo di fronte a uno tsunami che spazza via una generazione che si è spesa per il Paese e per le generazioni successive. Ma forse c’è poco di ‘naturale’ in quanto sta avvenendo, frutto di scelte divenute negli anni sempre più frequenti, con il risultato di concentrare tanti deboli e tanti fragili in uno stesso luogo.
Lì dove – oggi ce ne accorgiamo – il virus ha potuto mietere vittime con estrema facilità. Come aveva fatto l’ondata di calore nell’estate del 2003, quando morirono migliaia di anziani disidratati negli istituti di tutta Europa.

Si tratta di fare qualcosa subito, per impedire che quanto avvenuto, in Lombardia e altrove, si ripeta con poche variabili in altri istituti, in altre parti d’Italia e d’Europa, particolarmente in Spagna, dal momento che – a quanto pare – con il Covid-19 dovremo conviverci per lungo tempo. Ma si tratta anche di immaginare il futuro, implementando quelle soluzioni alternative al ricovero in grandi istituti o in piccole villette, ridisegnando i servizi sociali, promuovendo il monitoraggio da remoto e l’assistenza domiciliare, dando forza al modello delle caregiver a casa, favorendo la coabitazione (il cohousing), costruendo una rete di prossimità e di solidarietà. È fondamentale pensare già oggi a un domani diverso, dopo aver scoperto la nostra fragilità.

Il virus, purtroppo, porta a termine un’operazione di ‘scarto’ (Bauman) di chi è anziano iniziata molto prima. Mentre ci sarebbe stato bisogno di potenziare attorno a chi è più avanti negli anni una rete di rapporti, vicinato, volontariato, impegno per il bene comune, che diventasse garanzia di vita per gli anziani, per noi stessi e per tutti, è cresciuto il numero degli istituti e il numero di coloro che ne oltrepassavano la soglia.

Conosciamo forse la folgorante battuta di don Oreste Benzi: «Dio ha creato la famiglia, gli uomini hanno inventato gli istituti». Un modello basato sull’allontanamento dalla rete sociale e dal concentramento di coloro che sono in maggiore difficoltà, di fronte all’avanzare del coronavirus ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Le case di riposo sono istituzioni che rispondono a un bisogno. In molte di esse c’è attenzione e cura per gli ospiti, la consapevolezza di quanto l’umanità sia il primo requisito da preservare e condividere. Eppure, quanto sarebbe stato meglio investire su un sostegno alla famiglia per permettere di far restare a casa l’uomo e la donna fragili, come saremo tutti noi, prima o poi!

Per il futuro se ne dovrà tenere conto. Sarà necessario riscoprire e sostenere la famiglia, luogo di inclusione e di relazioni. Occorrerà far risorgere un umanesimo radicato nell’esperienza dei singoli, nella forza del legame, nell’osmosi di storie e rapporti. «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda… ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme », ha detto papa Francesco in quello straordinario momento di preghiera di fronte alla pandemia che si è svolto il 27 marzo. Siamo tutti sulla stessa barca. È vero oggi, sarà vero domani. I racconti della Passione della Settimana Santa che si apre ci indicano una strada: quella dei giovani che si prendono cura degli anziani e viceversa: «Donna, ecco tuo figlio!», dice Gesù dalla croce a Maria. E al discepolo dice: «Ecco tua madre!». E l’evangelista Giovanni annota: «e da quell’ora il discepolo l’accolse con sé». Che dalla croce di questo tempo sorga un mondo in cui le generazioni sappiano accogliersi a vicenda e gli anziani non siano scartati.

Trovare nuovi modi per farci prossimi

Cittadini e credenti di fronte a questo tempo e a quello che verrà

di Marco Impagliazzo su L’Osservatore Romano del 28 marzo 2020

L’emergenza che stiamo vivendo in queste settimane costringe la nostra società a inediti e repentini mutamenti. Le strade e le piazze piene di gente e luci del nostro quotidiano sono divenute buie e deserte. Il mondo è cambiato nel giro di pochissimi giorni e abbiamo ormai compreso che chiunque non abbia mai indossato una mascherina sarà costretto, prima o poi, a farlo, ovunque. Come affrontare, da cittadini e da credenti, questo tempo, e quello che verrà?

Sperimentiamo turbamento e apprensione, ci confrontiamo con la paura, ma non vogliamo essere sopraffatti da essa. L’impegno e la dedizione degli operatori sanitari che combattono in prima linea la malattia sono il simbolo di una comunità decisa ad aiutare chiunque, in particolare i più deboli e i più vulnerabili. Le tante espressioni di volontariato che restano al fianco di chi è più povero e fragile lo mostrano. I poveri, gli anziani, quanti sono affetti da patologie differenti dal covid-19, le persone con disabilità, i senza dimora, chi è in carcere, vivono oggi con maggiore sofferenza la loro condizione. È compito di ciascuno far sentire loro una vicinanza premurosa e attenta, anche se meno “fisica” che in passato.

Dovremo tutti essere attenti a quanti attorno a noi possono trovarsi in difficoltà, magari perché soli, e avviare una conversazione telefonica, inviare un messaggio, una mail, offrirsi di comprare cibo e medicine. L’epidemia rivela la nostra debolezza. Ma fa pure emergere la nostra forza: un potenziale di relazione, di capacità di cura e di tessitura, da esercitare subito, per evitare a molti di precipitare in un inferno di solitudine, mentre ci si separa per prevenire il contagio. Perché l’inferno — lo cantava anche Dante — può essere anche un luogo freddo, gelido, privo del calore della vita e delle sue interazioni, facili o difficili. Ed è soprattutto la dimensione del “senza”: senza stelle, senza tempo, senza speranza. Senza vita, senza gente, senza incontri, senza abbracci, come avviene in questa stagione che tanti affrontano in solitudine, senza il calore di una famiglia o di relazioni vere.
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Le mense di Sant’Egidio restano aperte. Aumentati i posti letto per chi non ha una casa dove restare. Impagliazzo: l’Italia della solidarietà resiste

da Il Faro di Roma del 23/03/2020

“Si sono allungate le file, ma nessuno viene respinto, se non di riesce a fare entrare tutti, in vari turni, ad alcuni si consegna il pranzo confezionato da consumare altrove”. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha risposto così a Uno Mattina. “Posso dire che nonostante l’emergenza sanitaria continua ininterrotta la catena della solidarietà”, ha assicurato descrivendo l’impegno dei volontari che incontrano per strada i senza tetto, “grazie a permessi concessi loro dai comuni”. Questo articolo è stato pubblicato in Articoli, Rassegna Stampa e taggato come , , , il da

#Iorestoacasa. Ma chi una casa non ce l’ha? Parla Impagliazzo (Sant’Egidio)

C’è un’emergenza nell’emergenza. Quella di chi non può restare a casa, perché una casa non ce l’ha: i senza fissa dimora. “È il problema di un’Italia nascosta a cui bisogna arrivare. All’isolamento che già uccide, non dobbiamo aggiungerne altro”. Conversazione di Formiche.net con il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo

di Francesco Gnagni su Formiche.net del 15 marzo 2020

Nell’emergenza coronavirus l’hashtag che è stato lanciato è #iorestoacasa. Una domanda tuttavia si è posta fin da subito, e giorno dopo giorno la si comincia a porre in maniera sempre più seria. Ma chi una casa non ce l’ha? In questa conversazione di Formiche.net ne abbiamo parlato con il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo.

Professore, c’è un’emergenza nell’emergenza?

Sì, e nei decreti governativi non si parla. Si è detto di affidarla ai Comuni, ma a Roma ancora non c’è nessuna decisione. Sant’Egidio sta sollecitando gli enti locali a prendere qualche misura necessaria. Molte persone sono in strada tutto il giorno ma gli enti privati sono chiusi o hanno limitato i posti. Comincia a esserci anche un problema di fame: persone che normalmente ricevono elemosina o aiuti da ristoranti, bar o privati, ora non ricevono più niente. Poi c’è un problema di servizi pubblici e igienici. Si dice di lavarsi le mani ma non ci sono i presidi necessari. Non lo dico polemicamente, ma penso che bisognerà cominciare a porsi il problema in maniera seria, visto che sono 50mila i senza fissa dimora sul territorio nazionale. Senza contare la questione dei campi Rom, dove molti non lavorano e vivono di elemosina, ma non possono più girare per le città in cerca di aiuto.
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Sant’Egidio: coronavirus, è tempo di essere più solidali. Intervista a Marco Impagliazzo

Appello di Sant’Egidio a non lasciare sole le persone più fragili in queste ore di emergenza dettate dal coronavirus. Il richiamo di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità

Intervista a Marco Impagliazzo, Vatican News del 10 marzo 2020

di Francesca Sabatinelli

Aumentare, nel rispetto del nuovo decreto, il monitoraggio di anziani, senza dimora, persone con disabilità. Per vincere il contagio e la paura, indica la Comunità di Trastevere, c’è bisogno di più solidarietà. Chiunque, può contribuire con il suo impegno, è l’invito del presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo:

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