Archivio tag: Africa

Marco Impagliazzo: Quei santi «laici» apostoli del dialogo

Avvenire, 25 novembre 2015

di Marco Impagliazzo

Dai martiri ugandesi al congolese Isidore Bakanja, che si oppose al colonialismo, esempi di fraternità nel segno della giustizia e della resistenza al male.

Papa Francesco parte per l’Africa – è la prima volta – in un momento in cui il continente è un crocevia delle sfide mondiali e geopolitiche, ma è pure scosso dalla violenza terroristica. Si allargano le aree che non sono più, se non nominalmente, sotto il controllo dello Stato: è il caso del Centrafrica, dove milizie contrapposte si fronteggiano e minano una pace precaria, e ormai da tempo è il caso della Somalia. Si moltiplicano le azioni che mirano a colpire nel mucchio: è stato il caso del Kenya, dove sono finiti nel mirino prima il centro commerciale di Nairobi e poi gli studenti dell’università di Garissa.
Si è detto di come il viaggio di Francesco si configuri tanto coraggioso quanto pieno di fiducia e di speranza nell’Africa. In uno degli snodi fondamentali di quel gigantesco poliedro che è il mondo, in uno dei luoghi in cui si costruisce il futuro della Chiesa universale, il Papa intende riaffermare la propria convinzione nella forza della misericordia, nell’importanza dell’incontro e del dialogo.
Un rilievo particolare avrà la memoria e la riproposizione dell’esempio dei santi africani. Papa Bergoglio centrerà la sua tappa ugandese nel Santuario di Namugongo, a Kampala, luogo della testimonianza dei primi martiri dell’Africa nera, agli esordi dell’evangelizzazione a sud del Sahara, 150 anni fa. Ha scelto anche di dedicare l’incontro che avrà in Kenya con il clero ricordando la figura di una suora, Irene Stefani, missionaria italiana della Consolata, recentemente beatificata, testimone dell’eroicità della misericordia avendo scelto di continuare ad assistere fino alla fine gli appestati di Gekondi.
La Chiesa che propone Francesco è quella di testimoni autentici e fedeli, uomini e donne che prendano sul serio la buona notizia della pace, della misericordia, della solidarietà, e la incarnino proprio nei luoghi principe della contrapposizione, della disumanità, della fragilità. Per sanare, o almeno lenire, le ferite del continente.
È un compito che non spetta solo alle istituzioni, nazionali o internazionali, ma che è affidato a ciascun fedele: resistere e rovesciare la cultura del male e della morte. È quello che accadde a Namugongo dove alcune decine di giovani laici, alla corte di un re disumano, diedero il via a un mutamento profondo dei valori e delle priorità di una cultura, di una tradizione. Ma anche in decine di altri luoghi dell’Africa. Con Victoria Rasoamanarivo, detta «il padre e la madre» della Chiesa malgascia, Isidore Bakanja, oppostosi con mitezza in Congo allo sfruttamento coloniale, Benedict Daswa, che rifiutò la logica del capro espiatorio suggerita dagli “stregoni” del suo villaggio sudafricano. Ci sono poi tanti altri esempi di resistenza al male, alla violenza, alla corruzione, di cui è in corso la causa di beatificazione o che comunque sono un modello importante per i fedeli africani: tutti – da laici – hanno speso o offerto la loro vita per un sogno di giustizia e di misericordia che fosse riscatto del loro Paese e del loro continente.
La santità africana è spesso poco conosciuta. È noto come molti ostacoli, anche tecnici e finanziari, ne rallentino o ne impediscano il riconoscimento formale. Ma i santi africani ci sono, e sono spesso dei laici. La loro memoria è un monito e un esempio di Chiesa “in uscita”. Ha scritto recentemente papa Francesco: «I laici non sono membri di “second’ordine”, al servizio della gerarchia e semplici esecutori di ordini dall’alto, ma discepoli di Cristo chiamati ad animare ogni ambiente, ogni attività, ogni relazione umana secondo lo spirito del Vangelo, portando la luce, la speranza, la carità in luoghi che, altrimenti, resterebbero abbandonati alla miseria della condizione umana». Sono parole molto importanti per la Chiesa in Africa. Dice la Gaudium et spes: «È, in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi…». I santi africani sono stati gli uomini e le donne che hanno incarnato tale saggezza, che nel caso dei martiri ha significato radicalità evangelica e resistenza al male.

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Il Papa nell’Africa delle risorse umane

Huffington Post del 25 novembre 2015

di Marco Impagliazzo

Papa Francesco è in Africa per la prima volta. Un viaggio in paesi come Kenya e Uganda che hanno intrapreso una via di sviluppo e di stabilità dopo anni di grandi sofferenze, con una problematica tappa in Centrafrica, dove milizie di vario genere terrorizzano la popolazione e minacciano la stessa visita. Ma Francesco va come pellegrino di pace e porta un messaggio di riconciliazione e di futuro a un popolo ferito e atterrito da anni di violenze. Come ogni spostamento del Papa, anche questo mobilita i media e l’attenzione internazionale, delle cancellerie ma anche dei popoli. L’Africa, in questa settimana, sarà al centro dell’interesse mondiale, tra afro-pessimismo e afro-ottimismo.

Molti europei, a differenza del passato, ritengono l’Africa piena di problemi, addirittura una minaccia: emigrazioni di massa, malattie, terrorismo. Si discute sul fallimento economico degli Stati, mentre le analisi sembrano limitarsi al mercato delle materie prime e alla competizione con i cinesi. Le opinioni pubbliche europee non si entusiasmano di ciò che accadde nel continente, l’unico riflesso è il pessimismo. Eppure l’Africa è piena di risorse. Non è soltanto un giacimento a cielo aperto, ma anche piena di risorse umane.

A un’Europa demograficamente invecchiata l’Africa risponde con la forza dei suoi giovani. Il problema sarebbe quello di accrescerne le opportunità. Sarebbe altresì utile ritornare al vecchio sogno eurafricano dei padri fondatori dell’Europa. Una Comunità di destino – l’Eurafrica- fatta di storia, geografia, lingue e cultura ci unisce. Perché non tornare a valorizzarla, invece che ad averne paura o ignorarla? Il viaggio di Francesco ci ricolloca verso un’Africa delle opportunità. La Chiesa vuole valorizzare il continente nero con la presenza e la parola del Papa. Essa stessa è sfidata da una popolazione dinamica di fedeli che spesso non trovano le vie per emergere, stretti in concezioni ancora troppo clericali. Nascerà una nuova alleanza tra giovani africani e Chiesa cattolica in favore della pace, dello sviluppo, di un futuro migliore, e capace di offrire risposte al dilagare delle sette e dei gruppi neopentecostali?

I martiri che il Papa onorerà in Uganda erano giovani e laici. La loro testimonianza, fatta di radicalità evangelica e lotta contro il male, fa riflettere. Non soltanto di fronte ad altre espressioni recenti – e negative – di martirio nichilista e sanguinario ma anche sulla forza di bene rappresentata da giovani che oggi andrebbero sostenuti nel loro desiderio di una vita migliore. Francesco è in Africa anche per questo.

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Impagliazzo: «Il viaggio del Papa invita tutti a guardare il mondo dalle periferie»

Huffington Post del 24 novembre 2015

Impagliazzo (Sant’Egidio): «La visita di Francesco in Africa, preziosa e ricca di sfide, rappresenta una grande occasione per un continente che sta costruendo il suo futuro»

“Il viaggio di Papa Francesco è una grande occasione per un continente che sta costruendo il suo futuro e che, fra mille difficoltà, sta diventando a pieno titolo uno dei protagonisti della scena mondiale”.

Il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, definisce la visita, che inizia domani in Africa, “preziosa e ricca di sfide” non solo per la Chiesa ma per tutti: “Ha scelto di recarsi in tre Paesi, come il Kenya, l’Uganda, che vivono prospettive di sviluppo e il Centrafrica che cerca di uscire da una situazione di conflitto e dalla minaccia del terrorismo, ma che guardano con speranza ad un futuro di crescita, sia sociale che economica. Le nostre Comunità, presenti da tanti anni in Africa – anche nei tre Paesi che saranno visitati – e amiche dei poveri, in particolare dei bambini, degli anziani e dei malati di Aids, si stringono attorno a Papa Francesco. In questi giorni saremo chiamati a guardare il mondo dalle periferie, e a trasformarle nel centro dei nostri interessi.

“Il viaggio – conclude Impagliazzo – è anche un appello a non lasciar cadere la forte domanda di pace che sale dalle terre africane e che chiede di moltiplicare il lavoro di tutti per il dialogo e la coabitazione tra etnie e religioni diverse”.

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Italia-Africa, seria occasione

Avvenire, 8 febbraio 2014

L’Italia e l’Africa. Negli scorsi decenni il rapporto tra queste due zone del pianeta è stato solo un esile ponte gettato tra mondi distanti. Un ponte di simpatia – il terzomondismo, la cooperazione, la mediazione, la grande opera dei missionari –, di interessi concreti – la ricerca e lo sfruttamento di materie prime –, di paure – il caos, l’immigrazione –. L’Africa è sempre stata lì, di fronte a noi. Ma ultimamente considerata troppo lontana e diversa. Ebbene, può essere questa, oggi, la nostra visione del continente? O non si tratta di accettare finalmente il fatto che il mondo è cambiato, che è più complesso e più interdipendente? Questo vale anche per l’Italia.

Un recente rapporto realizzato dall’Ispi (Istitito per gli studi di politica internazionale) per il Ministero degli Esteri, da qualche tempo disponibile in rete, dal titolo “La politica dell’Italia in Africa”, intende appunto agevolare l’apertura di una via nuova per il nostro Paese, di vicinanza e di collaborazione con questo Sud del mondo. Non solo e non tanto sul piano del supporto allo sviluppo, bensì in una logica win-win, cioè di vantaggi reciproci, di mutua crescita, di convergenza di interessi economici e culturali.

Il rapporto parte dai profondi mutamenti che l’Africa sta vivendo: «Sei delle dieci economie che hanno marciato più rapidamente nel decennio 2001-10 sono Paesi subsahariani, con tassi medi attorno all’8%». Ciò apre nuove opportunità per il Bel Paese e chiede di individuare e specificità dell’approccio italiano al continente per gli anni a venire.

L’Africa non è più quella di un tempo. Ha vissuto una mutazione antropologica: i nuovi africani sono più istruiti dei loro genitori, più mondializzati, più desiderosi di contare. I problemi restano, ma l’Africa è parte del villaggio globale, del mercato mondiale, non è solo un giacimento a cielo aperto. E in questa nuova Africa l’Italia può trovare un suo spazio, per esempio con le piccole e medie imprese, un tipo di know-how molto apprezzato a nord e a sud del Sahara: «Esistono ampi spazi per operazioni di collaborazione industriale strategica in cui l’Italia e le aziende italiane possono assumere un ruolo di guida e orientamento dei relativi processi decisionali, generando opportunità per esportazioni e investimenti». Eppure scontiamo la timidezza culturale nel considerare l’Africa parte di un orizzonte più largo, euroafricano. Sebbene la Chiesa abbia sempre sostenuto l’idea di una comunità di destino tra l’Europa e l’Africa.

In una stagione di crisi, in un contesto che sta rimodellando le tradizionali gerarchie geopolitiche del Pianeta, non ci si può rinchiudere in gusci più o meno consolatori, né far finta che vaste zone del mondo semplicemente non esistano. È il momento di rilanciare l’economia nazionale “agganciandola” all’espansione economica del Sud del mondo, proponendosi come partner di una nuova visione interdipendente in cui tutti potranno e dovranno fare leva sui punti di forza di ciascuno.

Occorre, insomma, aprire gli occhi sul tempo che stiamo vivendo, svecchiando approcci che non hanno più ragione d’essere, rispondendo al desiderio di futuro che tanto l’Italia quanto l’Africa esprimono, più apertamente loro, più confusamente noi: un desiderio di futuro che chiede un cambiamento coraggioso e lungimirante. È una sfida per un Paese come il nostro, impaurito, tante volte vittimista e provinciale. Ma è una sfida che può essere vinta, in linea con le nostre migliori tradizioni. Perché l’Italia è una nazione troppo grande, per storia, cultura, creatività, per essere condannata al provincialismo.

Dobbiamo riflettere di più sul ruolo dell’Italia nel mondo. Il salto da compiere è mentale e culturale, innanzitutto. Come sottolinea il rapporto Ispi, una priorità è «la costruzione di una “nuova narrativa” sull’Africa subsahariana, rovesciando la diffusa percezione di un insieme indistinto di Paesi instabili ed economicamente depressi, per “raccontare” invece di un’Africa che offre importanti opportunità economiche».

Ma forse un passaggio del genere è oggi più facile. In un tempo in cui papa Francesco invita a guardare dalle periferie per capire meglio la realtà, un approccio originale, può essere la via per sfuggire al “declinismo”, per scrivere un’altra, positiva pagina di storia per il nostro Paese.

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