Archivio tag: Medio Oriente

“La Chiesa è in prima linea contro le guerre”. Intervista a Marco Impagliazzo

Vatican Insider, 23 agosto 2014

Intervista a “Vatican Inisider” dello storico della Chiesa Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio e consultore dei dicasteri vaticani dei Migranti e della CulturaIntervista a “Vatican Inisider” dello storico della Chiesa Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio e consultore dei dicasteri vaticani dei Migranti e della Cultura

“Francesco richiama tutti ad uscire”, spiega a “Vatican Insider” lo storico della Chiesa Marco Impagliazzo, dal 2003 presidente della Comunità di Sant’Egidio e consultore dei dicasteri vaticani dei Migranti e della Cultura.

Professore, cosa significa passare da una Chiesa euro-centrica a quella delle periferie geografiche ed esistenziali?

“La Chiesa nel mondo globalizzato si presenta come una realtà internazionale con una guida centrale che attraverso i suoi fedeli sparsi in ogni parte del mondo vive le gioie e le sofferenze di tutti i popoli. L’attenzione ai poveri, alle persone in difficoltà e alle periferie che Papa Francesco ha messo al centro fa sì che oggi la Chiesa viva una stagione rinnovata di impegno per la pace, la riconciliazione e la giustizia nel mondo”

Perché il Vaticano è tornato in prima linea nelle crisi internazionali?

“La causa è la fedeltà al Vangelo e l’attenzione ai poveri che ne discende. Chi ascolta e vive il Vangelo incontra i poveri sulla sua strada. E dunque incontra tante situazioni di difficoltà e di sofferenza che vanno affrontate. L’obiettivo è quello di far sì che il Vangelo e l’amore e la misericordia del Signore siano comunicati a tutti e soprattutto ai più poveri. E insieme a questo che i popoli e le persone ritrovino quello spirito di fraternità che spesso manca, e con esso la pace”.

Il pacifismo da solo non basta più?

“Da qualche anno studio il rapporto tra la Chiesa cattolica e la guerra. Devi dire, in sintesi, che dalla prima guerra mondiale a oggi la parola della Chiesa è stata di netto rifiuto del conflitto. Soprattutto a causa del fatto che le guerre contemporanee coinvolgono i civili e seminano morte e distruzione.la guerra è un terreno invivibile per la Chiesa che è realtà universale e ha fedeli in ogni parte del mondo. Da Benedetto XV, che definì la prima guerra mondiale l’inutile strage, a Papa Francesco, la predicazione e l’azione dei papi è stata a difesa della pace e di opposizione alla guerra. E oggi vediamo il papa come figura decisiva nella ricerca della pace a livello mondiale. Accanto a lui gli organi della Santa Sede lavorano sul piano politico e diplomatico a favore della pace. Non manca il sostegno e l’impegno di vescovi, preti e laici nel grande cantiere della costruzione della pace. Penso all’impegno di Sant’Egidio per la pace in Africa e nel dialogo tra le religioni, oggi sempre più necessario”.

Va ritrovata la vocazione missionaria?

“Wake up e go ahead sono state le parole dell’ultimo giorno in Corea. Bisogna sempre svegliarsi e andare avanti. c’è un grande mondo che aspetta la parola buona della Vangelo e della pace. La Chiesa cattolica vive con continuità la fedeltà al Vangelo. Chi ascolta e vive il Vangelo “vede” i poveri. Benedetto XVI parlava di un “cuore che vede”. Oggi la Chiesa “vede” con un cuore ispirato dal Vangelo tante realtà periferiche, di sofferenza e povertà e si lascia interrogare da esse. Essendo un’istituzione fatta di persone c’è sempre la tentazione di ripiegarsi sui problemi interni o su se stessi. Pettinare le pecore , direbbe Papa Francesco. Ma oggi la parola del Papa richiama tutti a uscire”.

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Invasione di speranza. La memoria, la preghiera, lo ieri e l’oggi

Avvenire, 8 giugno 2014

L’evento che si celebra oggi in Vaticano, «l’invocazione per la pace» alla quale papa Francesco ha invitato i presidenti Shimon Peres e Mahmud Abbas (Abu Mazen), fa seguito all’anniversario di uno dei più significativi momenti di svolta della seconda guerra mondiale, lo “sbarco in Normandia”. E, al di là delle coincidenze, c’è di che riflettere. Sulla spiaggia di “Sword”, uno dei cinque punti dello sbarco alleato contro la Festung (fortezza) Europa hitleriana, capi di stato e di governo hanno ricordato una battaglia aspra e sanguinosa, che accelerò il crollo della Germania nazista e aprì la strada alla fine della guerra mondiale.

Sembra che l’incontro di Putin con i suoi omologhi occidentali, come pure con il neo presidente ucraino Poroshenko, possa preludere all’apertura di strade di pace in quell’Ucraina orientale in cui sono ancora in corso combattimenti. Questa luce di speranza sulla vicenda ucraina si è accesa nel giorno della memoria di una guerra che ha travolto l’Europa e il mondo più di settant’anni fa. La memoria storica tocca, coinvolge, cambia. Certamente può riaccendere qualcosa di sopito, avvelenare le relazioni tra gli uomini e i popoli. Ma può anche far rientrare in se stessi, ricordare il dolore della guerra, permettere incontri e collaborazioni prima impensabili. La memoria concorde di oggi suscita nuove speranze di pace, non può essere esaltazione bellicistica.

L’Europa, che nemmeno due anni fa ha giustamente ricevuto il Nobel per la pace, sa da dove viene la pace di cui tutti oggi godiamo. Dalla scelta forte (mai rimessa in discussione) di non dimenticare più l’orrore della guerra mondiale, lo scenario di contrapposizione in cui si sono dilaniati popoli ora fratelli, il razzismo istituzionalizzato che ha annientato, con la Shoah, il popolo ebraico, parte integrante del tessuto continentale. La nostra Europa pacifica nasce dalla memoria. Una memoria che si fa richiamo a vigilare sulle purtroppo ancora ricorrenti manifestazioni di disprezzo e di razzismo, e sostenere le energie d’inclusione e di solidarietà che esprimono il me – glio dei nostri Paesi.

La memoria è promessa cosciente, è impegno e speranza per il presente e per il futuro. Di qui il legame con l’iniziativa voluta dal Papa. Un incontro nel nome di Dio. Perché il nome di Dio è la pace: per tutte le religioni abramitiche. Un incontro di preghiera, laddove tante iniziative politiche hanno fallito. Tanto Peres quanto Abbas saranno chiamati a una memoria (non rabbiosa, non vendicativa) del dolore e dei lutti seminati da decenni di conflitto arabo-israeliano in quella terra, resa santa dal passaggio di profeti venerati dalle religioni monoteistiche. La preghiera di oggi si nutrirà di memoria, ma non sarà incatenata da essa. Il sangue versato, i tanti caduti per una strada senza uscita suggeriranno, infatti, l’unica exitstrategy p ossibile: l’accordo e finalmente la pace.

Il Medio Oriente ha bisogno di cambiamento, come ha ripetuto il Papa nel suo recente pellegrinaggio. Francesco ha invitato tutti gli attori della regione a guardare avanti. Uno sguardo sostenuto dalla fede. Dalla memoria del sacrificio di troppe generazioni sorge l’impegno a dire “Mai più!”. Dalla consapevolezza che «chi dimentica il passato è condannato a riviverlo», come ricordava Primo Levi, nasce la volontà di cambiare scelte e percorsi.

L’iniziativa papale si fa “levatrice” di un tempo nuovo, di responsabilità, di un’umanità che rinasce dalla memoria e dalla preghiera. «La preghiera può tutto », ha twittato il Papa. Che la giornata di oggi sia il tempo di un nuovo sbarco, non più armato, ma pacifico, nei territori dell’intesa e della riconciliazione. Ci auguriamo sia un nuovo D-Day, un giorno che chi verrà dopo di noi possa celebrare come l’inizio del crollo della fortezza della contrapposizione e dell’odio in quelle terre così care alle religioni abramitiche.

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