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«Noi, con le fedi contro i conflitti». Intervista a Marco Impagliazzo

Avvenire, 2 ottobre 2013 (di Giovanni Ruggero)

Ventisette anni di Incontri internazionali per la pace non rappresentano una semplice sequenza di fatti affastellati, ma sono una costruzione, un metodo che può e deve informare gli uomini di buona volontà perla convivenza pacifica delle religioni e delle culture. L`appuntamento della Comunità di Sant`Egidio appena concluso a Roma ha questo sapore. È tempo di bilancio guardando però il futuro. Lo facciamo con Marco Impagliazzo, il presidente della Comunità di Sant`Egidio.

Ha inciso in qualche modo nel mondo questo dialogare delle religioni, ognuna accanto all’altra?

Questi incontri hanno rappresentato qualcosa di eccezionale. Ormai si parla del dialogo tra le religioni
come di un aspetto centrale in tutte le risoluzioni dei conflitti. Una volta il problema era soltanto politico, ma con lo «Spirito di Assisi» le religioni sono entrate a far parte della soluzione del problema,
non della sua complicazione. Posso testimoniarlo per alcune pacificazioni troppo dimenticate come quella in Costa D`Avorio in cui è stato importante mettere insieme cristiani e musulmani, o la pace in Guinea Conakry dove è stato importante il dialogo tra le religioni. Oggi nel mondo globalizzato in cui tutti ci siamo mescolati, destinati a vivere insieme, è fondamentale non dimenticare questo dialogo
tra le religioni per arrivare alla pace.

Qualcuno diceva che anche il terrorismo religioso va sconfitto con la religione e non con altri metodi. È un approccio nuovo, quasi rivoluzionario della mentalità…

Qui un musulmano, il giurista pakistano Masud che fa parte della Corte Suprema, ha detto che il loro problema religiosi è andare dalla parte di Dio e non portare Dio dalla loro parte. Mi auguro ci riescano. Il terrorismo religioso si sconfigge se diventiamo discepoli senza pretendere che Dio stia con noi. Con
questo incontro di Roma abbiamo posto un problema che era sempre nei pensieri ma che nessuno aveva mai osato affermare: affrontare il tema del terrorismo religioso per distaccare definitivamente
tutte le religioni da qualsiasinostalgia per la violenza.

Il fondale dell`Incontro di Roma è stato la Siria. Sant`Egidio ha in mente soluzioni per questo Paese martoriato?

La Siria è un dramma immenso. Sono d`accordo con il giornalista Quirico quando dice che 100 mila morti sono centomila persone. Dobbiamo ricordarci che sono uomini, donne e bambini. Questo è un dramma  umano, innanzitutto. Nell`incontro di Roma abbiamo posto le basi per un rilancio anche a livello interreligioso di una soluzione politica e pacifica per la Siria. Non posso anticipare di più, ma solo dire che la presenza di religiosi siriani, cristiani e musulmani, ma anche dell`opposizione pacifica, ha significato molto e significherà qualcosa per il futuro.

Pensate a qualcosa che affianchi Ginevra 2?

Vorremmo sostenere Ginevra ma con l`apporto delle religioni.

L`anno prossimo Sant`Egidio andrà ad Anversa. Perché il Belgio?

La scelta è dettata da diversi motivi. Il 2014 è il centenario dell`inizio della prima guerra mondiale ed il Belgio è stato un paese martire, perché invaso dai tedeschi, sebbene fosse un Paese neutrale. Anversa perché è stata una città martire e perché è un grande porto, e sappiamo il significato del porto anche per la fede. Il Belgio, infine, perché è il cuore dell`Europa. Il moltiplicarsi di queste fazioni antieuropeiste e xenofobe contro l`islam, sono cose che ci preoccupano. Dobbiamo rilanciare l`idea della convivenza in Europa.

Insomma, Sant`Egidio vuole parlare all`Europa dove non ci uccidiamo, ma problemi ce ne sono…

Andare in Europa significa coinvolgere di più le istituzioni europee, e ce ne saranno di nuove perché a maggio avremo le elezioni del Parlamento europeo. Alla nuova dirigenza vogliamo portare il nostro messaggio di dialogo e di pace.

La pace si costruisce con il coraggio della speranza

SIR, 28 Settembre 2013 (di Maria Chiara Biangioni)

I leader religiosi, i governi. Tutti devono “fare di più” per sradicare dai cuori il male del radicalismo, per dire no al terrorismo religioso, per ricordare che le difficoltà non si risolvono con la violenza e che il nome di Dio si coniuga solo con pace e riconciliazione. È questo dunque il filo d’oro – dice Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio – che accompagna quest’anno l’Incontro internazionale per la pace. Dal 29 settembre al 1° ottobre, riunirà a Roma – “patria comune dei popoli che ha uno sguardo sul mondo e che accoglie tutti” – nello spirito di Assisi oltre 400 rappresentanti di religioni e culture di tutto il mondo. Una lunga scia di sangue ha segnato la vigilia dell’incontro. Gli attacchi più efferati si sono avuti a Peshawar, in Pakistan, dove due kamikaze si sono fatti esplodere nella chiesa anglicana di All Saints causando 85 morti e oltre 150 feriti e in Kenya, dove il bilancio delle vittime dell’attacco terroristico al Westgate di Nairobi per mano dei miliziani islamici del gruppo Shebaab è salito ad almeno 68 morti. “Il coraggio della speranza. Religioni e Culture in dialogo”, è il tema quest’anno dell’incontro internazionale per la pace.

Marco Impagliazzo, in nome di Dio si continua ancora ad uccidere. Che impressione le fanno, alla vigilia dell’incontro di Roma, tutte queste vittime?
“Dicono che dobbiamo fare di più. Anzitutto dobbiamo – come diceva il Papa nell’ultima udienza generale del mercoledì – pregare di più per i cristiani sofferenti e in difficoltà nel mondo. Siamo troppo ricchi, siamo troppo distratti per ricordarci di loro. In secondo luogo, dobbiamo impegnare di più tutte le religioni a denunciare il terrorismo religioso e a far sì che ogni forma di terrorismo sia qualcosa di espunto dal linguaggio religioso. Lo Spirito di Assisi è l’esempio vivente di come le religioni rifiutano qualsiasi tipo di guerra e di violenza per risolvere i conflitti. La grande intuizione di Giovanni Paolo II fu proprio questa: togliere alla religione qualsiasi pretesto per farsi intrappolare da un linguaggio violento e quindi ribadire che l’unico linguaggio religioso è quello della pace”.

È evidente che il radicalismo soprattutto di matrice religiosa, fa ancora presa nonostante gli impegni e le dichiarazioni d’intento. Dove si interrompe la catena della pace?
“C’è troppa disperazione nel mondo e siamo troppo distratti per vedere che c’è gente disperata che vive in situazione di povertà e difficoltà estrema. È un appello a tutti noi per lavorare per un mondo migliore per tutti”.

Sta dicendo che in condizioni di povertà estrema, il radicalismo religioso attecchisce di più?
“Non so se si può dire che ci sia più rischio ma la povertà può diventare un terreno dove i disegni dei violenti trovano un seguito. Non è sicuramente solo la povertà un fattore a rischio, se si considera per esempio che gli attentatori dell’11 settembre erano dei ricchi sauditi. Ma la povertà – come ha detto il Papa a Cagliari – può essere sfruttata a fini negativi”.

E che ruolo possono giocare i leader religiosi?
“La catena di violenza dimostra che non c’è ancora un linguaggio educativo che accomuna le religioni. Le religioni non sono cioè ancora arrivate a toccare il cuore di tutti gli uomini e di tutte le donne. Perché gli incontri nello Spirito di Assisi? Perché crediamo che sia uno spirito che si deve diffondere ancora più, che sia troppo poco diffuso, che deve penetrare in tanti luoghi dove ancora non c’è”.

Dalle sale di culto alle parrocchie, alle sinagoghe. Sì, ma come?
“Intanto con l’esemplarità della vita, far cioè sempre coincidere le parole che pronunciamo con la vita che conduciamo. E in questo senso troviamo un esempio molto chiaro in Papa Francesco nel suo saper far coincidere la parola con la vita e con l’invito a non dimenticare mai che c’è una povertà e una sofferenza che ha bisogno di risposte. Quindi coerenza di vita e coerenza della predicazione”.

Perché il coraggio della speranza?
“L’abbiamo mutuato da Papa Francesco che ha chiamato tutti gli uomini a non farsi rubare la speranza e particolarmente i giovani. Perché abbiamo visto che intorno a noi molti hanno perso coraggio. Si sentono fiacchi, si sentono deboli, anche le persone che dovrebbero guidare e educare gli altri. Un dato particolarmente evidente nella politica italiana. La difficoltà oggi dei partiti, delle organizzazioni ad esercitare un ruolo coraggioso nell’infondere speranza agli altri”.