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«Il martirio è tornato realtà» Intervista a Marco Impagliazzo

L’Eco di Bergamo, 6 marzo 2016

di Francesco Anfossi

Lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, denuncia anche la situazione in America Latina

«I massacri di cristiani in Medio Oriente e in altre parti del mondo ci dicono come il martirio ormai sia una realtà della Chiesa contemporanea», commenta lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità Sant’Egidio.

Andrea Riccardi aveva definito il Novecento il«secolodel martirio». Ma il nuovo millennio non sembra molto diverso, perché questo accanimento? 

«Purtroppo anche il XXI secolo è caratterizzato dal sangue dei credenti. I cristiani sono miti per definizione. Per capire cosa sta avvenendo dobbiamo farci una domanda: cosa spaventa dei cristiani, in un mondo attraversato da una terza Guerra mondiale a pezzetti, dove c’è tanta violenza diffusa? Spaventa la loro mitezza, la loro resistenza ostinata nel voler fare il bene. Qual era la minaccia delle povere suore di Madre Teresa di Calcutta assassinate ferocemente nello Yemen, il Paese più povero del Medio Oriente? Nessuna minaccia, se non il bene che diffondevano in una casa di riposo».

I martiri come vittime del bene… 

«Come dice San Paolo: vincete il male con il bene. La forza del bene può vincere anche sul male. Ed è questo che non si accetta da parte del terrorismo e di chi diffonde la violenza».

Nel Novecento uno dei luoghi del martirio è stata la Turchia, con il genocidio degli armeni. Ci sono analogie con i massacri che stanno avvenendo in Siria? 

«La vicenda della Siria sotto questo punto di vista è più complessa. In questa tragedia soffrono sia i cristiani che i musulmani. Naturalmente dove regna il Daesh ci sono rapimenti e uccisioni di cristiani, soprattutto della comunità assira che preoccupano molto. Ma oggi la situazione siriana ci dice che c’è una sofferenza condivisa tra cristiani e musulmani, entrambi vittime della violenza e della guerra. L’analogia con quel che è accaduto nel secolo scorso in Turchia è che i cristiani stanno scomparendo dal Medio Oriente, così come sono scomparsi dall’Anatolia».

Possiamo parlare di martiri anche nel nostro Paese? 

«In Italia ci sono religiosi, preti e anche comunità che ogni giorno dedicano la loro vita per il bene in zone come quelle controllate dalla camorra, dalla mafia e in altre aree dove regna la criminalità organizzata. E a volte la perdono, come padre Puglisi. Per fortuna nel nostro Paese gli episodi violenti sono molto ridotti, grazie alla presenza della società civile e alle forze dell’ordine. Quello che mi spaventa è quello che succede in America Centrale e in America Latina dove il narcotraffico e interessi economici di vario genere stanno veramente minacciando la vita di tanti cristiani».

Ne ha parlato anche Francesco nel suo recente viaggio in Messico. 

«Certo. L’America Latina è un luogo dove i cristiani sono molto più a rischio perché vivono a contatto con i poveri e ne condividono le istanze sociali. Come l’attivista ecologista Berta Càceres, madre di quattro figli, uccisa recentemente in Honduras. C’era anche lei il 28 ottobre 2014 all’incontro con il Santo Padre in Vaticano, quando Francesco pronunciò il famoso discorso delle tre “T: tierra, techo y trabajo”, terra, casa e lavoro. Si batteva contro la diga di Aqua Zarca, che avrebbe tolto le sorgenti d’acqua agli indios. Era impegnata in questioni ambientali legate anche alla droga, alla tratta delle schiave e allo sfruttamento del lavoro minorile».

Cosa può fare la Chiesa per evitare il più possibile questo martirio planetario? 

«Il Papa ha parlato di un ecumenismo del sangue o di ecumenismo dei martiri. Dobbiamo sapere che noi oggi siamo molto più uniti ai nostri fratelli protestanti e ortodossi di fronte al martirio che coinvolge queste Chiese. Si è parlato molto a Cuba tra Francesco e Kyrill dell’ecumenismo dei martiri. I cristiani sono molto più uniti di ieri proprio a partire dal martirio. Ma ciascuno di noi credenti può fare qualcosa. Dobbiamo chiedere ai nostri fratelli di pregare di più, di essere maggiormente solidali e di mettere in atto azioni di solidarietà verso questi cristiani che soffrono. Questo è molto importante. Dobbiamo anche sensibilizzare l’opinione pubblica su questa tragedia. Ma la prima cosa è pregare per questi nostri fratelli nella sofferenza ed essere il più possibile a fianco a loro».

Lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, denuncia anche la situazione in America Latina

 

Intervista a Marco Impagliazzo: “Tenere questi giovani ai margini significa fare il gioco dei terroristi”

La Stampa, 4 gennaio 2016

Sullo ius soli si annuncia battaglia in Senato. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, considera «miope» opporsi alla riforma .
«Credo che la soluzione trovata alla Camera sia non ottimale ma positiva in questo momento storico. E credo che discutere troppo a lungo avrebbe come unico effetto la perdita di un’occasione importante di fare di questi ragazzi dei cittadini italiani a pieno titolo».
È l’effetto Bataclan: la strage di Parigi ha creato molti timori e una parte del mondo politico ha deciso di farsene interprete. 
«In Italia abbiamo tutte le energie culturali e storiche per favorire l’integrazione. Non è un pericolo accogliere grazie allo ius soli, lo è tenerli ai margini: significa fare il gioco dei terroristi. È nelle fasce più marginalizzate degli stranieri che il terrorismo cresce e si alimenta, non nelle fasce integrate nella società».
L’Italia non ci guadagna nulla, offrire la cittadinanza a chi nasce e a chi studia porta solo nuovi pericoli, sostengono i contrari allo ius soli. 
«L’accoglienza fa parte dei valori di umanità e solidarietà su cui si basa la cultura italiana. Approvare la nuova legge è un banco di prova per la tenuta di questi valori e di un modo per favorire un’integrazione che è già in corso. Si tratta solo di completare il percorso di crescita di queste persone sulla base dei nostri valori».
E dal punto di vista economico? 
«È l’altro, enorme vantaggio per l’Italia. Abbiamo grande bisogno di giovani, di forze nuove. Lo dice la demografia che nel nostro Paese è in preoccupante calo. È miope non vedere la grande carica di energia positiva rappresentata dagli stranieri per la nostra economia».
La solidarietà e l’accoglienza fanno parte dei valori italiani ma anche del mondo cattolico. Eppure anche fra i cattolici non mancano le divisioni su questo tema.
«Chiunque si opponga a questo processo non fa i conti con la storia e ha perso il contatto con la realtà. Veniamo da un passato fatto di emigrazione e di integrazione: il nostro dovere è integrarle, non respingerle».

Oltre la paura. Fine d’anno resistendo alla guerra

Avvenire, 30 dicembre 2015

di Marco Impagliazzo

Antonio Gramsci scrisse che «odiava» il capodanno, convinto «che ogni mattino è capodanno»: «non bisogna – diceva – perdere il senso della continuità della vita e dello spirito». Se è vero che nella vita e nella storia esiste la continuità, fa riflettere questa posizione gramsciana di «odio» per il capodanno. Alcuni messaggi, in questa fine d’anno, vorrebbero spingerci a mettere tra parentesi un giorno, additato come pericoloso, per le minacce del terrorismo.

Tra gli aspetti che hanno caratterizzato il 2015, c’è infatti il moltiplicarsi di fatti di terrorismo jihadista. Papa Francesco, nel messaggio di Natale “Urbi et Orbi”, ha ricordato le vittime delle «efferate azioni terroristiche, particolarmente delle recenti stragi avvenute sui cieli d’Egitto, a Beirut, Parigi, Bamako e Tunisi». Il 2015 è segnato dalle ferite del terrorismo: morti, feriti e distruzioni in varie parti del mondo. Quale la risposta della politica, della società, delle istituzioni, di ciascuno di noi?

Nella storia – si sa – i paragoni non reggono. Se dovessimo però cercarne uno per la situazione che viviamo, potremmo trovarlo nel 2001: anno in cui il terrorismo – male antico e mai sopito – riemerse con tanta forza, anche mediatica. Allora, in Occidente, si era impreparati a rispondere. Le reazioni furono di vario tipo, talune scomposte. Alcuni gridarono allo «scontro di civiltà», altri incolparono una religione, anzi la religione in quanto tale. Vennero poi la risposta securitaria e quella delle armi: la guerra del bene contro il male, si disse. Afghanistan prima, Iraq poi. Oggi, dopo tanta storia vissuta nell’ultimo decennio, abbiamo imparato che la guerra non è la soluzione, ed è ingannatrice come l’idea dello «scontro di civiltà» o, peggio, «di religione».

Se nel mondo musulmano ci sono responsabilità chiare nel non aver contrastato seriamente il terrorismo sia a livello di Stati che di certa opinione pubblica, dobbiamo anche constatare come, da qualche anno, il terrorismo colpisca i musulmani in particolare (sciiti e sunniti), e che Daesh stia facendo una guerra per il potere, innanzitutto, nelle aree a maggioranza islamica. La guerra in Siria, da quasi cinque anni, sta distruggendo l’intero Paese: è il terreno in cui si sviluppa un terrore che travolge tutto e tutti, nessuno escluso. E addirittura diventa il luogo per l’esportazione del terrore, come con gli attentati di Parigi.

La minaccia esiste, non va sottovalutata, ma gli strumenti bellici, non bastano e hanno mostrato i loro limiti. C’è il “fronte interno” delle nostre società. Oggi siamo più spaventati di ieri. La paura è ormai una compagna costante della vita. Ma la paura – si sa – non è una buona consigliera e non aiuta a fare le scelte di lungo periodo che s’impongono in questo momento storico. Dal 2001 le società hanno cominciato a proteggersi meglio, il lavoro di intelligence è cresciuto, anche se, in certi casi, manca il coordinamento internazionale. Certamente tante contromisure sono state prese e hanno evitato guai peggiori.

Il problema è però come liberare le nostre società dalla paura (quella che la strategia terroristica impone). Lo si fa, creando legami, motivando e comunicando il gusto e la responsabilità di vivere insieme. C’è bisogno di una rigenerazione della società, specie nelle periferie anonime. Una società più motivata rende più agevole l’integrazione dei “nuovi europei”.

La casa si costruisce insieme, con il contributo di tutti, partendo da fondamenta comuni e condivise che sono la storia e i valori dell’Europa: il diritto, la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà.

Oltre ad amare i valori, bisogna però incontrare e amare le persone: questo è un punto di svolta che spesso manca, ma che ricrea una coesione sociale. L’Anno Santo della misericordia lo ricorda e lo insegna a chi crede e a chi non crede,. Perché la misericordia è maestra di vita, a differenza della paura. Su queste basi si potrà lavorare meglio sull’integrazione, vero nodo della pace sociale in Europa, a partire dalle periferie.

E poi c’è il grande compito sul “fronte esterno”: la pace. La pace che faremo sarà la vera sconfitta del terrorismo. Non a caso la Chiesa apre il primo giorno dell’anno (dal lontano 1968) nel nome della pace. E il capodanno, che altrimenti si può anche arrivare a odiare, così ha più senso.

PAKISTAN: IMPAGLIAZZO (SANT’EGIDIO), UN CRIMINE CONTRO L’UMANITA’

AGENPARL, 16 dicembre 2014

Roma, 16 dic – “La strage di bambini perpetrata da un gruppo di terroristi in una scuola del Pakistan suscita un orrore indicibile e impone una urgente assunzione di responsabilità a tutte le coscienze civili del mondo. Anche nel mezzo dei contrasti più irriducibili, anche nei conflitti più sanguinosi, la vita dei bambini dovrebbe essere sacra a tutte le parti in lotta, e la scuola dovrebbe essere risparmiata dagli scontri in atto, quale luogo di dialogo, di pace, di crescita comune. Non a caso la Comunità di Sant’Egidio ha denominato “Scuole della Pace” i luoghi in cui, anche nel Pakistan così duramente martoriato, si cerca di formare nuove generazioni al dialogo, all’amicizia e alla condivisione. Invece qui la sacralità della scuola è stata violata e l’umanità stessa è stata ferita nelle persone più deboli e indifese. Un attentato al loro e al nostro futuro. La motivazione dell’atto terroristico – la vendetta per operazioni della sicurezza pakistana condotte contro i talebani – è quanto di più antiumano concepibile, perché evoca una ulteriore escalation di violenza, in una spirale di cui non si vede la fine. Siamo di fronte ad un crimine contro l’umanità. “Di fronte a tanto orrore lo sdegno non basta più. E’ urgente un responsabile intervento politico di quanti – governi e organizzazioni internazionali – sono coinvolti nei conflitti, perché, superando l’impotenza fin qui manifestata, vengano messe in atto le iniziative necessarie per fermare i massacri. La società civile, le grandi religioni devono pretendere che le armi siano deposte e che il dialogo riparta”. Dichiarazione del Presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo.