Archivi categoria: Rassegna Stampa

Non sono stranieri ma figli del Paese

da Vita Pastorale, Dicembre 2018

di Marco Impagliazzo

È tempo di uscire dall’allarme immigrazione, usato in chiave elettorale, e riconoscere la realtà

Il dibattito sull’immigrazione ha assunto, ormai da tempo, toni esasperati, che non giovano alla  comprensione del fenomeno né aiutano l’assunzione di scelte politiche che favoriscano l’integrazione. L’immigrazione in Italia ha ormai mezzo secolo di storia. E coloro che sono arrivati in quell’arco di tempo si sono inseriti nel tessuto sociale e produttivo italiano. Oggi oltre 5 milioni di cittadini stranieri vivono nel Paese e l’imprenditoria immigrata vale il 9% del Pil nazionale. Il fenomeno è stato troppo spesso descritto in termini allarmistici, con un’insistenza continua sugli aspetti problematici.

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No alla politica delle emozioni. Perché bisogna ancora lottare per abolire la pena di morte

da il Foglio del 4 dicembre 2018

di Marco Impagliazzo

In una società dove crescono paura e frustrazione si tratta di una battaglia assoluta per la vita e per tutte le vite. L’intervento del presidente della Comunità di Sant’Egidio all’XI congresso internazionale dei ministri della Giustizia

Parlare di abolizione della pena di morte in un tempo in cui domina la “percezione” della realtà sulla realtà stessa, sembra difficile. In effetti la “santa ignoranza” odierna – come la chiama Olivier Roy – sembra aver tagliato il legame storico che esisteva tra cultura e qualunque tipo di idea o fede, umana, religiosa o laica, per affidarla al sentire individuale, all’emotivo. E l’emotivo non è razionale, logico o conseguente: investe gli individui e la società tutta, trascinandoli con forza anche laddove non andrebbero. Sulla pena di morte è facile lasciarsi trascinare, specie dopo efferati delitti. E magari trovare di volta in volta giustificazioni al suo utilizzo nella religione ma anche nella (molto secolarizzata) ricerca di stabilità o di tranquillità.

È quella geopolitica delle emozioni, fatta di paura e frustrazione, di cui scrive Dominique Moisi: sulla società passano onde emozionali, mosse in nome dello slogan del momento (quelle narrazioni che i manipolatori della comunicazione conoscono bene), nutrite dalle frustrazioni e dalle paure (che da quotidiane si fanno assolute) e che pretendono soluzioni decise e rapide. Una situazione ottimale per i sostenitori della pena di morte, per i quali quest’ultima si presenta come soluzione rapida e semplice appunto, radicale e definitiva. Sono proprio tali presunte qualità a renderla popolare di questi tempi: sembra corrispondere meglio al bisogno di sicurezza di tutti, ma anche a quello di sovranità o di purezza identitaria, a quello di radicalismo religioso (magari apocalittico) ecc. E così vediamo con sgomento che la pena di morte viene utilizzata (e giustificata) anche e soprattutto da quel terrorismo fanatico che vorrebbe omologare tutto, o da regimi sempre più autoritari.

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Giornata mondiale dei poveri. Il calore di un pasto riscalda

da Vita Pastorale, 2 Dicembre 2018

di Marco Impagliazzo

Una tavola apparecchiata a festa è segno di unità e di incontro

L’ anno scorso Francesco aveva invitato«le comunità cristiane a creare momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto». E – aggiungeva – «se nel nostro quartiere vivono dei poveri che cercano protezione e aiuto, avviciniamoci a loro. Accogliamoli come ospiti privilegiati alla nostra mensa; potranno essere dei maestri che ci aiutano a vivere la fede in maniera più coerente». 

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I poveri ci evangelizzano facendoci uscire da noi stessi, mentre noi non li ascoltiamo. Giornata Mondiale dei Poveri, le parole di Impagliazzo

da Faro di Roma del 19 novembre 2018

“Io personalmente nella mia vita ho imparato tantissimo dai poveri soltanto ascoltandoli, perché uno dei grandi problemi è che noi non ascoltiamo i poveri, con la loro sapienza e le loro sofferenze, perché le loro storie hanno tanto da insegnarci. In secondo luogo perché ci evangelizzano facendoci uscire da noi stessi, dai nostri problemi e dall’egocentrismo, e ci mostrano che donare è la vera felicità”.

Lo afferma il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo in una intervista a Formiche.net, commentando la Giornata Mondiale dei Poveri indetta da Papa Francesco e festeggiata ieri in tutta la Chiesa, a partire dalle numerose associazioni che hanno risposto positivamente alla chiamata e dalla messa celebrata dal Pontefice nella Basilica di San Pietro, per seimila bisognosi, prima di pranzare con millecinquecento di loro nell’aula Paolo VI, serviti da una settantina di volontari.

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“Io personalmente nella mia vita ho imparato tantissimo dai poveri soltanto ascoltandoli, perché uno dei grandi problemi è che noi non ascoltiamo i poveri, con la loro sapienza e le loro sofferenze, perché le loro storie hanno tanto da insegnarci. In secondo luogo perché ci evangelizzano facendoci uscire da noi stessi, dai nostri problemi e dall’egocentrismo, e ci mostrano che donare è la vera felicità”.

Lo afferma il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo in una intervista a Formiche.net, commentando la Giornata Mondiale dei Poveri indetta da Papa Francesco e festeggiata ieri in tutta la Chiesa, a partire dalle numerose associazioni che hanno risposto positivamente alla chiamata e dalla messa celebrata dal Pontefice nella Basilica di San Pietro, per seimila bisognosi, prima di pranzare con millecinquecento di loro nell’aula Paolo VI, serviti da una settantina di volontari.

Con la Giornata dei poveri la Chiesa non piange ma reagisce. Parla Impagliazzo

da Formiche.net del 18 novembre 2018

In occasione della Giornata Mondiale dei Poveri, da lui indetta, Papa Francesco ha celebrato la messa nella Basilica di San Pietro con seimila bisognosi, per poi pranzare con millecinquecento di loro nell’aula Paolo VI. In queste conversazione con Formiche.net il presidente della Comunità di Sant’Egidio spiega il senso di questa giornata e il valore dalla vicinanza ai poveri

“Davanti alla dignità umana calpestata spesso si rimane a braccia conserte oppure si aprono le braccia, impotenti di fronte all’oscura forza del male. Ma il cristiano non può stare a braccia conserte, indifferente, o a braccia aperte, fatalista, no. Il credente tende la mano, come fa Gesù con lui. Presso Dio il grido dei poveri trova ascolto. Domando: e in noi? Abbiamo occhi per vedere, orecchie per sentire, mani tese per aiutare, oppure ripetiamo quel ‘torna domani’? Cristo stesso, nella persona dei poveri reclama come a voce alta la carità dei suoi discepoli. Ci chiede di riconoscerlo in chi ha fame e sete, è forestiero e spogliato di dignità, malato e carcerato”. Oggi è la Giornata Mondiale dei Poveri indetta da Papa Francesco, e nell’occasione il pontefice ha celebrato prima una messa nella Basilica di San Pietro alla presenza di seimila bisognosi, accompagnati da volontari di associazioni o gruppi parrocchiali, per andare poi a pranzo con millecinquecento di loro, serviti da una settantina di volontari, direttamente nell’aula Paolo VI.

Le sue parole, nette e che ribadiscono concetti centrali nel magistero di Bergoglio, ripetuti in più e più circostanze, risuonano così dal trono di Pietro, e di fatto sono molto numerose le associazioni che hanno risposto in maniera entusiasta alla “provocazione etica” del pontefice, un segno che il messaggio del Pontefice si sta facendo sempre più realtà nella Chiesa. Tra queste, il tema dei poveri caratterizza fortemente l’esperienza della Comunità di Sant’Egidio fin dagli inizi. In questa conversazione con Formiche.net il presidente Marco Impagliazzo spiega il senso di questa giornata, e il valore della vicinanza ai poveri per l’esperienza della Chiesa, e di conseguenza per il bene di tutta la società e dell’umanità intera.

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Nessuno più dia morte. Giornata contro la pena capitale

da Avvenire del 10 ottobre 2018

di Marco Impagliazzo

Da sedici anni a questa parte la Giornata Mondiale contro la pena di morte è un’occasione di sensibilizzazione e mobilitazione a favore del più inalienabile dei diritti, quello alla vita. Tema di quest’anno è la salvezza delle oltre ventimila persone condannate a morte in tutto il mondo, ma anche il miglioramento delle loro condizioni di detenzione. In molti Paesi, infatti, la prassi è ben diversa nonostante l’obbligo a un trattamento umano di chi ogni prigioniero. Anche di chi è stato condannato alla pena capitale. Quasi che i condannati a morte morti già fossero per chi li circonda. Negli Usa, in Giappone, in Pakistan, in Vietnam, sono spesso tenuti in isolamento e non hanno il permesso di uscire neanche per un’ora d’aria. Eppure, come scriveva Dostoevskij, «il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni».

Ma è proprio di civiltà che dovremmo parlare in questa Giornata. Civiltà giuridica, senz’altro. Civiltà tout court, della mente, del cuore, della parola. Se l’abolizione della pena capitale si fa strada nel mondo (come quest’anno è avvenuto in Burkina Faso, Paese che peraltro ha subito gravi atti terroristici), se il numero delle esecuzioni cala, ebbene, tra le opinioni pubbliche e sui media il richiamo della barbarie esercita un richiamo non residuale, anzi a volte potente. Lo abbiamo visto in diverse elezioni presidenziali, dalle Filippine al Brasile. La tentazione di una soluzione spiccia e sommaria al problema del crimine guadagna spazio nell’immaginario di tanta gente.

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I dati in Italia. Emergenza solitudini, la «malattia» meno capita e più grave

da Avvenire del 22 settembre 2018

di Marco Impagliazzo

Gli italiani sono più soli. Il Rapporto Istat di quest’anno, come quello di Eurostat lo scorso anno, sulle reti e relazioni sociali nel Paese, mettono a fuoco anche questa realtà: la solitudine crescente degli italiani. Il 13% dei nostri concittadini non ha una persona cui chiedere aiuto: è il dato più alto a livello europeo. Per l’Istat tre milioni di abitanti della Penisola dichiarano di non poter contare su alcuna rete di sostegno (parenti, amici, vicini, realtà associative; mentre aumentano le famiglie composte da una sola persona (il 21,5% nel 1998, ben il 31,6% nel 2016).

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Oggi la 44ª Giornata internazionale. Dare a tutti l’alfabeto della convivenza

da Avvenire dell’8 settembre 2018

di Marco Impagliazzo

La Giornata internazionale dell’alfabetizzazione, istituita nel 1965 dall’Unesco, ha come tema quest’anno «Alfabetizzazione e pace». Si tratta di un’indicazione autorevole: vincere la sfida dell’istruzione, fin nei suoi primi passi, è vantaggioso non solo per chi è escluso da quella grande libertà che è poter leggere e scrivere, ma per chiunque, anche in società più sviluppate come la nostra. La strada per vincere le tensioni, sanare le contrapposizioni, prevenire la violenza, mettere fine ai conflitti, passa anche per lo sforzo di garantire a tutti l’istruzione. L’analfabetismo è una condizione non residuale.

Si calcola in 7-800 milioni, in special modo donne e bambine, il numero di chi non sa leggere e scrivere: un decimo della popolazione mondiale, cui è negato un diritto fondamentale, di cui è lesa profondamente la dignità. Una ferita aperta, che significa più arretratezza, emarginazione, povertà, caos; minore possibilità di avviare quel circolo virtuoso fatto di sviluppo, partecipazione, convivenza civile. Un caso particolare di questa fetta dell’umanità, quasi un continente, che vive il dramma dell’analfabetismo riguarda le decine di milioni di rifugiati che – al contrario di quanto una vulgata nostrana tende a dire – sono accolti da Paesi in via di sviluppo (che già fanno fatica a garantire l’istruzione ai propri cittadini).

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Ogni vita umana è sacra. Un impegno più forte

da Avvenire del 3 agosto 2018

di Marco Impagliazzo

Papa Francesco ha modificato un articolo del Catechismo della Chiesa cattolica (n.2267), affermando, alla luce del Vangelo, «l’inammissibilità della pena di morte perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona». È una definizione chiara e decisa che impegna la Chiesa e i cattolici ovunque nel mondo perché si difenda sempre e comunque la intangibilità della vita anche attraverso l’eliminazione di questa pena disumana. Il Papa ha comunicato questa modifica del Catechismo a tutti i vescovi del mondo. È un impegno grande e vasto per tutta la Chiesa a educare e lavorare, anche in questo campo, per salvaguardare la sacralità della vita umana e la sua dignità.

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Ciò che c’è da fare. Rom: parole gravi e fatti necessari

da Avvenire del 26 luglio 2018

di Marco Impagliazzo

Nel discorso pubblico, come in ogni momento della vita, le parole sono importanti. Hanno un valore e un peso. Se si tratta di personaggi pubblici, addirittura figure istituzionali, l’uso delle parole è ancora più delicato perché vengono diffuse, amplificate, giungono alle orecchie di un pubblico vasto. Queste parole possono influenzare le opinioni pubbliche e spesso sono dette proprio a questo scopo. Per questo lascia perplessi il linguaggio di un importante ministro della Repubblica a proposito di una minoranza variegata presente in Italia da tempo, quella dei rom (mi si perdoni la semplificazione). Parlare, come ha fatto ieri il ministro Salvini, in sorprendente risposta a un efficace intervento del presidente Mattarella che ricordava le persecuzioni subite da questa minoranza a causa delle leggi razziste del 1938, di «30.000 persone che si ostinano a vivere nell’illegalità» definendoli «sacca parassitaria», suona pregiudiziale verso un’intera comunità, oltre che non corrispondente alla realtà.

Forse ci si è dimenticati che la definizione «parassiti» nella storia del Novecento è stata utilizzata per gli ebrei, quando venivano accusati di praticare l’usura.

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