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Oltre questa stagione arida e respingente

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 28/06/2019

Qualche giorno fa papa Francesco twittava: «Sono vicino a tanti anziani che vivono come nascosti, dimenticati, trascurati. E ringrazio chi si impegna per una società più inclusiva..

Qualche giorno fa papa Francesco twittava: «Sono vicino a tanti anziani che vivono come nascosti, dimenticati, trascurati. E ringrazio chi si impegna per una società più inclusiva, che non ha bisogno di scartare chi è debole nel corpo e nella mente».
Non è la prima volta che l’attenzione del Papa si appunta sul “continente anziani” nel quale non è infrequente imbattersi in difficoltà e problemi, determinati spesso dalla cultura dello scarto. Francesco interveniva in occasione della Giornata Oms “contro gli abusi sugli anziani”, che riguarderebbero, secondo gli studi dell’agenzia internazionale, una persona su sei. Un dato triste. Ma c’è un abuso, che è il più comune e il più penoso di tutti: l’isolamento, l’esclusione. E c’è un tempo in cui la solitudine fa più male che in ogni altro tempo: l’estate.
Nella nostra Europa dai capelli grigi, in cui non si sono ancora fatti i conti con la lunghezza degli anni, gli anziani vengono percepiti come quelle «vite di scarto» di cui parlava Bauman. Soffrono del fatto che la vicinanza degli altri si fa meno presente, mentre l’istituzionalizzazione – che riguarda un numero crescente di persone – separa violentemente da un vissuto che fino ad allora era stato vario e autonomo. Nella “cultura dello scarto” si manifesta il pensiero che qualcuno deve essere isolato perché debole e quindi necessariamente dipendente dagli altri.
Eppure, è scritto nella natura dell’essere umano: da soli non si vive, ma si muore! La vita è interdipendenza e solidarietà. L’esistenza – è esperienza comune – è divenuta più individuale, le trame connettive si sono sfilacciate. Lo spirito del tempo è che ci si salva da soli. Peccato che proprio chi non vorrebbe vivere quella solitudine e al contrario dovrebbe godere di reti solidali e comunitarie, è condannato all’esclusione e all’isolamento. Tanto più in questi giorni.
Di fronte al caldo che sentiamo e a quello che si preannuncia, facciamo nostro l’appello del Papa. Impegniamoci davvero per una società più inclusiva, che non scarti nessuno, che non lasci sola la nostra vicina anziana del piano di sotto o di sopra, la signora che percorre faticosamente la nostra stessa via. Una visita può salvare la vita, una semplice telefonata può proteggere più di quanto pensiamo. La vita può farsi rete e la rete può salvaguardare la vita. Occorre una cultura che non scarti nessuno, ma che includa e valorizzi tutti.
È ora di ricostruire intorno agli anziani una rete di rapporti, vicinato, volontariato, impegno per il bene comune, che sia garanzia di vita per chi è avanti con gli anni. Ma alla fine per noi stessi, per tutti.
Il Papa ha spesso insistito sulla “riconciliazione” tra generazioni diverse: i giovani e gli adulti hanno bisogno degli anziani e viceversa. Tale incontro fa scoprire ai più giovani che la longevità è uno dei frutti migliori del nostro tempo, e agli anziani che hanno ancora molto da dare in scelte, amicizia, saggezza. Gli anziani continuano a sperare, se sostenuti dai giovani e dagli adulti. La speranza non abbandona giovani e adulti se sanno che al termine del proprio percorso non c’è il baratro, ma l’accompagnamento.
All’inizio del suo pontificato, incontrando gli anziani, papa Francesco aveva detto: «Fa tanto bene andare a trovare un anziano! Guardate i nostri ragazzi: a volte li vediamo svogliati e tristi; vanno a trovare un anziano, e diventano gioiosi!». E concludeva con le parole che avrebbe ripreso in un tweet, cinque anni dopo: «Noi cristiani, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, siamo chiamati a costruire con pazienza una società diversa, più accogliente, più umana, più inclusiva, che non ha bisogno di scartare chi è debole nel corpo e nella mente». È questo il lavoro paziente ma tenace da portare avanti nelle prossime torride giornate d’estate, un impegno di condivisione, di vicinanza, che cambi dal di dentro una stagione troppo arida e respingente.

Andare avanti insieme come popolo. La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa. Intervista a Marco Impagliazzo

da Osservatore Romano del 27 maggio 2019 (di Andrea Monda)

«Camminare e andare avanti come popolo». Questo è lo spirito della sinodalità.

Lo sottolinea Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio e ordinario di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, in questa intervista con la quale «L’Osservatore Romano» vuole continuare ad alimentare la riflessione e il dibattito sul ruolo della Chiesa italiana di fronte alla crisi della società attuale. Dopo Giuseppe De Rita (22 maggio), Stefano Zamagni (24 maggio) e Mauro Magatti (25 maggio), Marco Impagliazzo analizza i fenomeni della solitudine e del rancore sociale, della paura della Chiesa a porsi in stato di uscita ma anche della forza propulsiva che risiede in tutte le componenti del popolo di Dio.

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due le cose. Se invece si esclude una delle due, la società soffre, diventa schizofrenica. In questo sarebbe il ruolo della Chiesa nell’attuale situazione italiana.

Abbiamo visto i disastri che hanno fatto nel secolo scorso le ideologie che, con un impeto totalitario, hanno voluto chiudere il cielo sugli uomini e le donne. Che cosa ha significato in termini di sofferenza umana, oltre che sociale, l’aver impedito la pratica delle religioni? Non solo il cristianesimo, ma anche l’islam. E si è voluto distruggere l’ebraismo in Europa da parte del nazismo. Si è arrivati al paradosso dell’Albania comunista che, nel 1967, abolì le religioni, vietandone la pratica. Era il culmine di un processo durato tutto il Novecento. Sono quindi d’accordo con De Rita, l’uomo e la donna non vivono di solo pane, ma hanno bisogno di comunità e riferimenti spirituali.

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Terrore in Sri Lanka contro i costruttori di ponti. Mai ci abbiano in ostaggio

Uno dei modi di definire lo Sri Lanka è la “lacrima dell’India”. La sua particolare conformazione geografica lo fa assomigliare a una lacrima: quasi fosse scivolata dal viso della grande India. Paradossalmente oggi questa definizione rappresenta la sofferenza di migliaia di srilankesi – non importa a quale etnia appartengano perché tutte sono state colpite – e di stranieri che piangono i loro morti. La sofferenza delle centinaia di feriti si somma al dolore per le persone scomparse negli sconvolgenti attentati che hanno colpito tre città del Paese. È tutto il mondo a piangere con lo Sri Lanka, mentre una condanna unanime si leva da ogni popolo, governo e soprattutto da ogni religione.

Si sono voluti colpire ancora una volta i più inermi: le persone in preghiera nella grande festa di Pasqua, cuore della fede di ogni cristiano, e i turisti, che dopo lunghi tempi di guerra e di violenza, sono tornati recentemente in questo bellissimo Paese (sostenendone con la loro presenza l’economia e lo sviluppo). Il terrorismo ha colpito con il massimo della ferocia e con un’implacabile coordinazione: è risuonato in ogni dove l’urlo di una violenza cieca, che tutto vuole mettere a tacere, innanzitutto la speranza di un mondo in pace, dove sia possibile convivere tra persone di tradizioni e di fedi religiose diverse. Si può agire così solo se accecati dall’odio, che non ti fa vedere il volto delle donne che pregano di fronte alla statua di sant’Antonio, considerata miracolosa, nel santuario a Colombo, dei ragazzi stranieri che fanno colazione in un hotel prima di uscire per la gita, degli anziani pieni della gioia della festa di Pasqua che si recano alla Messa.

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Il presidente della comunità Sant’Egidio Marco Impagliazzo a TPI: “Reddito di cittadinanza esclude i più poveri e i più fragili”

di Anna Ditta su TPI del 13/03/2019

“La povertà assoluta è fatta di molte cose: il lavoro spesso è l’ultimo anello della catena”. Intervista a Marco Impagliazzo su migranti, povertà e razzismo in Italia

Il reddito di cittadinanza “esclude le persone più povere e più fragili”, mentre i rimpatri sono “uno spot elettorale” che può “accontentare qualche persona che ce l’ha con gli immigrati o che pensa che ci sia un’invasione”, non un vero cambiamento. Sono alcune delle riflessioni aperte da Marco Impagliazzo, presidente della comunità di Sant’Egidio, associazione, in prima linea per la solidarietà a poveri e migranti, nata in Italia 50 anni fa. In un’intervista a TPI, Impagliazzo parla del decreto sicurezza e del disastro dell’Ethiopian Airlines, ma anche di razzismo e integrazione, in un momento in cui questi temi nel nostro paese sono più caldi che mai.

Presidente, a bordo del volo Ethiopian Airlines precipitato c’erano anche italiani che credevano in un futuro migliore per l’Africa.

La comunità di Sant’Egidio è molto addolorata per questa scomparsa, si tratta di persone che generosamente spendevano la loro vita per l’Africa e per gli africani, mostrando che c’è ancora da parte di noi europei il bisogno di stare dalla loro parte e fare qualcosa per lo sviluppo di questo continente.

Erano persone un po’ in controtendenza rispetto alla cultura prevalente oggi in Europa, di chiusura, ripiegamento su sé. Loro invece hanno continuato a tenere alta la bandiera della solidarietà e della collaborazione con il popolo africano, che sono la vera soluzione a uno dei più grandi problemi che il mondo occidentale sta affrontando: l’immigrazione internazionale.

È un dolore in più per noi la perdita di Carlo Spini e della moglie Gabriella Vigiani, e di Paolo Dieci, con cui abbiamo collaborato per anni per un progetto in Malawi, dove abbiamo lavorato per una cura dei malati di Aids, una cura gratuita che ha permesso a migliaia di bambini di nascere sani da madri sieropositive.

Erano persone care alla nostra comunità, eravamo amici: un’amicizia non nata in un bar, ma sorta intorno all’aiuto allo sviluppo e alla cura dei malati.

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Difendere i confini dalle erbacce xenofobe

di Marco Impagliazzo da Avvenire del 26 febbraio 2019

Una trasmissione su Radio3, qualche giorno fa, ricordando il centenario della nascita di Primo Levi, dava voce a Fabrizio Gifuni, che aveva letto brani delle sue opere in una commovente cerimonia svoltasi nel campo di internamento di Fossoli (dove Levi transitò prima di essere avviato ad Auschwitz). La conduttrice ha scelto di denunciare in diretta il fatto che giungessero vari messaggi violenti di italiani non proprio ‘brava gente’: «Si diceva ‘Basta con questi ebrei’. Rispetto a qualche anno fa, un peggioramento. E questi sms arrivavano quando parlavamo di rom. Dunque, la platea dell’odio si allarga».

È questa la realtà di una parte dell’Italia di oggi. Sembra che gli episodi di xenofobia e di razzismo si siano velocemente moltiplicati. Sono di questi giorni le notizie relative alle scritte contro l’adozione di un senegalese a Melegnano, al pestaggio di un ragazzino di origine egiziana a Roma, al ferimento di un bambino rom di 11 anni alla stazione Termini («perché mi hanno rotto»), nonché all’assurdo ‘esperimento sociale’ messo in atto in una scuola di Foligno su un bambino di pelle più scura. Nemmeno la scuola, ormai, sembra del tutto immune dal virus del razzismo.

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“Le immagini di Abu Dhabi fanno bene al cuore delle persone”. Intervista a Marco Impagliazzo

Intervista con Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, intervenuto alla conferenza “Human Fraternity” negli Emirati Arabi Uniti durante la visita del Papa

di Domenico Agasso Jr su La Stampa

Le scene di pace tra papa Francesco e il grande imam negli Emirati Arabi Uniti «migliorano l’ecologia spirituale del mondo». Sono immagini che vanno viste e riviste perché fanno «bene al cuore delle persone». Non ha dubbi Marco Impagliazzo, presidente di Sant’Egidio, che abbiamo incontrato ad Abu Dhabi. La Comunità era negli Emirati Arabi Uniti insieme al Pontefice per partecipare alla conferenza Human Fraternity promossa dal Muslim Council of Elders (Consiglio musulmano degli Anziani/saggi) in occasione della visita di Bergoglio del 3-5 febbraio. Per Impagliazzo – che è intervenuto alla conferenza – il Papa argentino è sempre più il «leader mondiale per la pace», e il grande imam di Al-Azhar, Ahamad Al-Tayyb, è l’«interprete» decisivo dell’«apertura del mondo islamico».

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Senza dimora: Marco Impagliazzo, “Modesta ci ricorda che si può morire per un no”

da AgenSir del 1 febbraio 2019

Hanno tenuto in mano ognuno una gerbera colorata i tanti che hanno partecipato alla celebrazione commemorativa di ieri sera, che ha avuto luogo alle 19 presso il binario 1 della Stazione Termini di Roma per ricordare Modesta Valenti, la donna senza fissa dimora che 36 anni fa morì proprio alla stazione dopo ore di agonia, perché, essendo sporca e avendo i pidocchi, l’ambulanza si rifiutò di caricarla per portarla in ospedale. La preghiera di fronte alla targa che ricorda l’anziana originaria di Capodistria, come ogni anno, è stato voluta e curata dalla Comunità di Sant’Egidio e dalle Ferrovie dello Stato italiane, per non dimenticare chi vive per strada in povertà estrema, esposto al freddo dell’inverno e all’indifferenza.
Come si legge sul sito della Comunità di Sant’Egidio, Riccardo Pozzi, direttore centrale risorse umane e organizzazione delle Ferrovie dello Stato Italiane, ha sottolineato come il livello di povertà sia aumentato in Italia e ciascuno ha una responsabilità, quella di non lasciare le persone da sole e di rendere le stazioni luoghi dove poter trovare aiuto. Don Benoni Ambarus, direttore della Caritas romana, ha detto: “Non siamo qui per vivere nessun senso di colpa, ma è l’occasione per dire oggi posso fare qualcosa perché non si realizzino più cose del genere. Lasciamoci guardare da Modesta per prenderci l’impegno di uno sguardo diverso su ogni essere umano, soprattutto sui dimenticati, sugli ultimi, sui trasparenti del nostro mondo”.

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Capovolgere l’onda. La crisi dell’adozione spia dell’attuale clima sociale

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 23 gennaio 2019

C’era una volta un Paese più paterno e più materno. Come ci ha ricordato Luciano Moia su ‘Avvenire’ dell’11 gennaio 2019, l’Italia è stata una casa accogliente per migliaia di bambini giunti tra noi attraverso l’adozione internazionale, in una misura tra le più significative al mondo, seconda solo agli Stati Uniti. I piccoli divenuti nostri concittadini con l’adozione erano più di 3mila nel 2011. Ma oggi non è più così. La disponibilità delle famiglie adottanti è diminuita, come pure le cifre relative ai procedimenti posti in essere.

E nel 2018 solo 1.364 minori (un calo di oltre il 50% rispetto a sette anni prima) sono giunti nelle nostre città dagli istituti e dagli orfanotrofi all’estero. Molte le motivazioni addotte a spiegare questa contrazione. In una trasmissione di Radio 3 Rai, ‘Tutta la città ne parla’, qualche giorno fa, alcuni degli intervistati e molti ascoltatori insistevano sui costi economici di un’adozione internazionale, sulle lunghezze procedurali. Certo è però che il fenomeno non riguarda solo l’Italia, ma tutto l’Occidente, con cali percentuali persino superiori a quelli della Penisola. Pesa la progressiva chiusura di molti Paesi extraeuropei alla pratica dell’adozione, come pure il crescente ricorso alla fecondazione assistita.

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