Archivio della categoria: Rassegna Stampa

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Con parole e opere. La svolta vista e chiesta dal Papa

da Avvenire del 17 ottobre 2017

di Marco Impagliazzo

Il primo atto della visita alla Fao del Papa è stato sostare di fronte a una scultura in marmo, opera dell’artista Luigi Prevedel e dono dello stesso Francesco all’organizzazione internazionale: raffigura Aylan, il piccolo profugo siriano annegato di fronte alle coste turche. Un’immagine che scosse profondamente l’opinione pubblica mondiale e aprì a un tempo di commozione e accoglienza. Ma, dopo appena due anni, quella stagione sembra in parte essersi chiusa. Lo mostrano anche certi risultati elettorali, che riflettono sempre più una mentalità che si nutre di paura e che fa della chiusura la proposta più semplice da comunicare. Il discorso pubblico sui migranti sembra essersi irrigidito e spesso anche involgarito. Il piccolo angelo, che nell’opera è raffigurato mentre piange accanto al profilo inerte di quel profugo bambino è la nostra stessa umanità, incredula, sgomenta, straziata per la morte di ogni senso di fraternità e misericordia.

Il Papa vive la tragedia del nostro tempo come una sfida posta contestualmente alla coscienza di ogni credente e a quella di ogni essere umano, perché il cuore e l’intelligenza non soccombano al sonno della ragione e della pietà.+

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Quando il Mozambico scelse pace e sviluppo

Da Avvenire del 5 ottobre 2017

di Marco Impagliazzo

Era il 4 ottobre di venticinque anni fa. A Roma veniva firmata la pace per il Mozambico, Paese dell’Africa meridionale, il cui popolo aveva subìto una guerra devastante con più di un milione di morti ed ereditato un territorio a pezzi. Era il Paese più povero del mondo. In un modo originale, fino ad allora inesplorato, si riusciva a risolvere un vecchio conflitto, nato quando il mondo era ancora diviso dalla logica dei due blocchi, Est e Ovest. La comunità internazionale, in 16 anni, non era riuscita a fermarlo. Ce la fecero, in due anni e mezzo di trattative presso la sede romana della Comunità di Sant’Egidio, quattro mediatori ‘atipici’ – Andrea Riccardi, don Matteo Zuppi, il vescovo mozambicano Jaime Gonçalves e, per il governo italiano, Mario Raffaelli – portando finalmente la pace tra il governo marxista della Frelimo e la guerriglia della Renamo. Come fu possibile? E quale legittimazione poteva avere una semplice comunità cristiana nel portare avanti una mediazione del genere?

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Migrazioni, così è possibile coniugare umanità e legalità

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 21 agosto 2017

Il dibattito di quest’estate sulle Ong che salvano le vite dei profughi nel Mediterraneo è stato a tratti acceso e ricco d’incomprensioni. Non si vuole qui riaprire un nuovo capitolo della discussione, ma provare a indicare – anche alla luce dei quattro verbi (accogliere, proteggere, promuovere e integrare) richiamati da papa Francesco nel suo Messaggio per la Giornata dei migrante e del rifugiato 2018 – qualche soluzione a una crisi, quella migratoria, da cui il nostro Paese è toccato in maniera rilevante. Di fronte alla sofferenza e alle aspirazionia un futuro migliore di tanti migranti e alle domande dell’opinione pubblica italiana c’è bisogno di risposte e non di nuove polemiche. Uno dei rilievi che più preoccupano le organizzazioni, le associazioni e le persone che hanno fatto del salvataggio e dell’accoglienza ai migranti un punto fermo del loro operare è quello delle condizioni disumane, fuori da ogni rispetto dei diritti umani, in cui vivono migliaia di migranti nei ‘campi di raccolta’ in Libia. Le testimonianze a questo proposito, sia di chi è riuscito a partire giungendo in Europa, sia di giornalisti o operatori delle agenzie internazionali, sono inequivocabili. Nella situazione di Stato fallito, qual è quella della Libia oggi, tra l’altro mai firmataria della convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951, non è sostenibile vivere in quelle condizioni, soprattutto per le categorie di persone più vulnerabili. In più c’è la drammatica questione dello sfruttamento dell’immigrazione da parte di organizzazioni criminali che ne hanno fatto uno dei business più redditizi, costringendo le persone a vivere situazioni degradanti, durante i viaggi e nei periodi di permanenza in Libia.

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Reuters 20170615

Sbagliato attaccare l’umanitario: è il nostro miglior made in Italy

Huffington Post del 9 agosto 2017

di Marco Impagliazzo

La visita a Roma dell’inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé, ha il vantaggio di riportare il dibattito sulla questione libica a livello internazionale. Va ripresa, infatti, una forte iniziativa sotto l’egida dell’ONU per affrontare una crisi geopolitica e umanitaria di vaste dimensioni che nessun paese da solo è in grado di risolvere. L’Italia, che tra l’altro oggi siede nel Consiglio di Sicurezza, appoggia con forza questa iniziativa. La Comunità di Sant’Egidio, in accordo con l’ONU, nei mesi scorsi ha favorito il dialogo politico tra alcune città della Tripolitania per stabilizzare la regione. Lo stesso con le tribù del Fezzan.

La ricostruzione dell’unità della Libia, la sua pacificazione e il ristabilimento di un governo internazionalmente riconosciuto permetterebbero, tra l’altro, di affrontare con efficacia la questione migratoria, lo sfruttamento di esseri umani con sofferenze e anche morti. E’ un tema che, al di là delle polemiche politiche di questi giorni, si presenta come una questione di lungo periodo.

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Impagliazzo: “Caccia alle ONG ora basta, si perseguano i trafficanti”

Eco di Bergamo del 5 agosto 2017

di Francesco Anfossi

Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio: il caso «luventa» è un’eccezione, leggi rispettate «Si sta diffondendo un messaggio denigratorio nei confronti di chi pensa soltanto a salvare vite in mare»

«Il problema non è dare la caccia alle Ong ma perseguire i trafficanti», commenta Marco Impagliazzo, storico e presidente della Comunità Sant’Egidio. «Mi pare che il dibattito cui assistiamo sia distorto. Le Ong non sono organizzazioni criminali, ma organizzazioni umanitarie: fanno un grande lavoro di sostegno alla società, supplendo spesso a funzioni che dovrebbero essere svolte dagli Stati europei. E invece si sta diffondendo con una certa malizia un messaggio denigratorio nei confronti di chi pensa solo a salvare vite in mare». 
Eppure il caso della nave «luventa» è a dir poco inquietante.

«Su questo caso farà chiarezza la magistratura. Al momento è difficile esprimere un giudizio su una vicenda come questa. Ma non dobbiamo mai dimenticare che si tratta di un’eccezione e che in genere le Ong rispettano le leggi del mare e le convenzioni internazionali».
Nove Ong su tredici non hanno aderito al Codice di comportamento del Viminale per le navi che effettuano salvataggi nel Canale del Mediterraneo.
«La questione fondamentale della controversia tra queste Ong e il ministero degli Interni è la presenza a bordo di funzionari armati, disposizione contraria allo statuto delle Ong adottato in tutti i Paesi in cui intervengono, non solo nel Mediterraneo. L’altro punto di contrasto è la proibizione dettata dal Codice del trasbordo dei naufraghi in navi più attrezzate, che può apparire come una pura limitazione ai salvataggi. Ma questo non vuol dire che vi sia una divisione netta tra Ong e Stato italiano. So per certo che generalmente tutte queste Ong collaborano attivamente e reciprocamente con la Guardia costiera».
Non pensa che anche nei soccorsi in mare sia necessario aderire a un codice di comportamento per evitare l’anarchia?
«È giusto regolamentare, ma non è giusto denigrare chi salva vite in mare. Il Viminale non sta denigrando nessuno, ma una parte della politica è saltata su questa vicenda per dare addosso alle Ong. Tutto ciò è sbagliato e carico di conseguenze per il futuro di organizzazioni impegnate a salvare vite e a migliorare le condizioni di tanta gente in tanti scenari del mondo, non solo nel Canale di Sicilia».

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Il vero allarme. Morti in mare e deficit di umanità

Avvenire del 4 agosto 2017

Editoriale di Marco Impagliazzo

Da qualche tempo l’opinione pubblica è costantemente aggiornata sui numeri degli approdi di profughi sulle nostre coste. Quotidianamente si contano gli arrivi e le variazioni rispetto agli armi precedenti, evidenziando un quadro emergenziale, anche se luglio 2017 ha segnato numeri complessivi in calo. Il messaggio subliminale è che le persone approdate in Italia sono comunque troppe. Questo contribuisce ad alimentare l`allarme sociale e offusca visioni più equilibrate della questione. Più raramente o molto poco, si parla delle proporzioni della straziante carneficina che è l`attraversamento del Mediterraneo: dal Medio Oriente e dall`Africa verso l`Europa. Eppure i morti in mare – uomini, donne e bambini – rappresentano una ferita, che brucia e fa male. Non è un caso che il primo viaggio di papa Francesco, l`8 luglio 2013, fu a Lampedusa: «Chi ha pianto – disse – per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? La globalizzazione dell`indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!». Questo il problema: di fronte a tante notizie di dolore, sembra che la nostra società abbia perso la capacità di piangere. Eppure il vero allarme e il punto di partenza di ogni ragionamento è – e dovrebbe essere per tutti – il dolore per la perdita di queste vite umane. Molto è stato fatto dagli ultimi governi italiani, attraverso la Guardia costiera e la Marina militare per salvare vite nel Mediterraneo. Significativa è l`opera di Ong italiane e internazionali a sostegno di queste operazioni di salvataggio (e di altre) nel pieno rispetto delle leggi internazionali e del mare. Oggi alcune Ong non hanno accettato il “Codice di condotta”, proposto dalViminale, perché sostengono che alcune regole rischiano di snaturarne l`identità. In particolare quelle che prevedono la presenza a bordo di funzionari «armati» e il fatto che a bordo si debba contribuire alle attività investigative e di polizia. Si tratta di valutazioni legittime e di rimostranze comprensibili, sulle quali si può e si deve ragionare e al quale sembra abbastanza agevole trovare risposta. Del resto, siamo davanti a un “Codice di condotta” e non a una nuova legge dello Stato. Ciò che più preoccupa è che – da parte di alcuni esponenti del mondo politico, intellettuale e informativo – si continui a diffondere il sospetto sull`opera di salvataggio di queste organizzazioni che operano nel totale rispetto delle leggi internazionali e di quelle più antiche del mare. Naturalmente tutti sono chiamati ad agire nell`ambito della legalità, e dunque vedremo gli esiti delle indagini su una di esse, tedesca, che hanno portato al sequestro della barca che sta utilizzando nel Mediterraneo. È strano, però, che gli uomini e le donne di organizzazioni benemerite come “Me dici senza frontiere”, quando operano in Asia, in Africa o in America Latina sono considerati al pari di eroi, mentre se agiscono ai bordi dell`Europa vengono guardati e indicati addirittura con sospetto. Le polemiche di questi giorni non aiutano a dare risposte alla questione migratoria. Perché è di risposte che abbiamo bisogno e non di continue polemiche. Una di queste sono i corridoi umanitari che non solo rispondono alla grande crisi umanitaria dalla guerra in Siria o dalle terribili condizioni nel Corno d`Africa, ma sono anche liberazione dai mercanti di vite umane. Il giro d`affari della criminalità organizzata sugli sbarchi effettuati da12011 a oggi ammonterebbe a più di 4 miliardi di euro, con un aumento di oltre 300 punti percentuali nel triennio 2014-16 rispetto al precedente. L`iniziativa dei corridoi umanitari, partita nel gennaio de12016, nasce come risposta alle tante tragedie davanti alle nostre coste. Ma è la possibilità che la Chiesa e le comunità cristiane offrono, d`intesa con le autorità civili, ai profughi di non barattare il rischio della vita con l`esigibilità del diritto alla protezione, rendendolo illusorio.
I corridoi, canali di accesso sicuri e regolari dei migranti, sono anche I una proposta agli Stati europei di un modello per affrancarsi dalla contraddizione di disporre di un quadro giuridico molto avanzato, forse il più garantista al mondo, ma al tempo stesso di difficilissima applicazione. I corridoi aprono al tema della sponsorship da introdurre in Italia e a quello di ricongiungimenti familiari più ampi e semplici. Tanti immigrati sono irregolari, soltanto perché non è possibile il ricongiungimento familiare, prima forma d`integrazione in una società. Insomma dai corridoi s`intravede un modello ben regolato di governo delle richieste di asilo. Va inoltre affrontato il tema più complessivo delle vie legali d`ingresso di migranti, anche attraverso quote, vera alternativa all`illegalità e alle tragedie. Tutte queste possono essere le risposte di un`Europa per cui il diritto, la solidarietà e la democrazia non siano soltanto – come ha detto il Papa – la «sua ultima utopia».

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Marco Impagliazzo, ambasciatore di pace per i casi difficili

da Famiglia Cristiana del 20/07/2017

di Vittoria Prisciandaro

Da tempo la Comunità di Sant’ Egidio è considerata una “diplomazia alternativa”: ora arriva il  riconoscimento ufficiale. Il suo presidente interviene al Consiglio di sicurezza dell’ Onu per dare un futuro al Centrafrica

Dalle stradine di Trastevere ai grattacieli delle Nazioni Unite. Il 12 giugno il presidente della Comunità di Sant’ Egidio, Marco Impagliazzo, ha partecipato al Consiglio di sicurezza dell’ Onu. Un invito nato per un confronto sulla difficile situazione della Repubblica Centrafricana, sulle possibilità di giungere alla fine della crisi e sulle vie di pace da percorrere. Un riconoscimento importante per la Comunità, che ha firmato un accordo di collaborazione con l’ Onu, attraverso il sottosegretario agli Affari politici Jeffrey Feltman, sulla pace e la prevenzione dei conflitti nel mondo.

Di ritorno da New York, nella sede della Comunità, dove sono passati Papi e patriarchi, politici e monarchi, con il professor Impagliazzo parliamo di questo importante riconoscimento a livello internazionale. E dell’ accordo per la pace in Centrafrica firmato a Roma, il 19 giugno.

«La situazione in Centrafrica va peggiorando, crescono le divisioni e le violenze, c’ è tanta povertà, sono calpestati i diritti umani di tante persone, il Paese è frammentato e c’ è poco controllo da parte sia dell’ esercito che del governo. L’ Onu ha un inviato speciale, ha delle truppe, ma serviva un’ iniziativa politica. Il fatto che l’ Italia sia membro del Consiglio di sicurezza nel 2017 ha favorito l’ invito alla Comunità di Sant’ Egidio perché portasse una proposta positiva. È stata la prima volta da quando lavoriamo sui temi della pace, quindi per noi è un momento storico. L’ accordo di Roma è nel segno di rilanciare il dialogo politico tra le diverse parti e fazioni etniche, religiose, militari di vario tipo. Solo con una ripresa della politica si potrà vedere un futuro per il Paese».

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Sant’Egidio, strategia per i migranti «Usare la direttiva Ue per gli sfollati»

Dal Corriere.it del 2 luglio 2017

di Fabrizio Caccia

Per il presidente della Comunità Marco Impagliazzo basta applicare la numero 55 del 20 luglio 2001 per un afflusso massiccio di persone dopo la crisi jugoslava. «Non accade lo stesso nel Mediterraneo? Prevede un equilibrio di sforzi fra gli Stati membri»

Fu un’idea della Comunità di Sant’Egidio quella dei «corridoi umanitari», il sistema per far arrivare in Italia, senza più barconi o traversate impossibili, i profughi siriani accampati in Libano, dopo la fuga dalle città distrutte dalla guerra. C’era una norma, nascosta da qualche parte, l’articolo 25 del regolamento sui visti dell’Ue, passata inosservata: fu scoperta da quelli di Sant’Egidio, che l’hanno messa in pratica. È così che in un anno sono arrivati in Italia 800 profughi siriani. «E mercoledì — annuncia soddisfatto il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo — si aprirà il primo corridoio anche in Francia, con l’arrivo a Parigi di 15 migranti dal Libano. Poi, a settembre, partirà il corridoio dall’Etiopia con la Cei e ospiteremo qui in Italia altri 500 profughi dal Corno d’Africa…». Ora però a Sant’Egidio hanno scovato un’altra norma che, se applicata a dovere, potrebbe risolvere una volta per tutte la questione della ripartizione dei migranti tra i Paesi dell’Ue.

È così, presidente Impagliazzo?

«Noi speriamo che lo sia. E dunque ci appelliamo qui al governo italiano e al Parlamento europeo affinché, invece di chiudere i porti, prenda in considerazione la nostra proposta».

Di che si tratta?

«È una direttiva Ue del 20 luglio 2001, la numero 55, pensata dopo la crisi jugoslava per far fronte, così c’è scritto, a un afflusso massiccio di sfollati. Non è forse la medesima situazione in cui ci troviamo ora, nel Mediterraneo?».

Continui.

«La direttiva prevede la concessione della protezione temporanea agli sfollati — attenzione, non lo status di rifugiato — e nello stesso tempo, così c’è scritto, promuove l’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze della loro accoglienza».

E perché dovrebbe essere così risolutiva, per l’Italia?

«Perché supera una volta per tutte il blocco di Dublino 3, secondo cui il migrante deve aspettare il riconoscimento di rifugiato nel Paese dov’è stato accolto. E ormai il 90% degli sbarchi avviene in Italia. Invece, in virtù della direttiva 2001, tutti i Paesi europei si prendono una parte dei migranti e riconoscono loro la protezione temporanea, che assicura comunque l’assistenza sanitaria, l’istruzione scolastica. Non è, insomma, una tutela minore».

Il nostro governo, allora, cosa dovrebbe fare?

«Due cose. Presentare subito formale istanza alla Commissione Juncker di portare questa proposta di adozione del piano di protezione temporanea (un anno, ndr) al Consiglio europeo, alla riunione dei capi di Stato e di governo. In modo che, se i Paesi dell’Unione intendono prestar fede all’articolo 80 del Trattato Ue, che prevede spirito di solidarietà verso i richiedenti di protezione e tra gli Stati stessi, lo mostrino per davvero».

Per recepire la direttiva occorre una maggioranza qualificata: almeno il 55%dei voti, cioè 14 Paesi su 27.

«Ecco, appunto. La seconda cosa che potrebbe fare il nostro Paese, allora, è concludere accordi intergovernativi con alcuni Stati per applicare da subito la direttiva e sgombrare dal campo tante ambiguità. Penso ai distinguo di Macron sui migranti economici che non vuole ospitare. Non sono mica migranti economici, quelli che vengono dalla Libia e subiscono torture di ogni tipo. Quella è solo gente che ha tutto il diritto di ricevere protezione umanitaria. In altre parole, la direttiva è la via legale per pretendere dall’Ue una solidarietà vera».

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Morire ai margini nell’Italia di oggi. Traccia bruciante

da Avvenire del 11 maggio 2017

di Marco Impagliazzo

La tragica morte delle tre ragazzine rom, Francesca, Angelica ed Elisabeth, non è stata causata soltanto da quella scia di liquido infiammabile che gli inquirenti hanno trovato sulla strada vicino al camper dove vivevano. Seguendo a ritroso quella traccia, infatti, si arriva molto più lontano. Bisogna attraversare le fiamme della baracca in cui persero la vita quattro bambini rom in Via Appia Nuova a Roma nel 2011 e quelle che hanno bruciato Marius, tre anni, alla Magliana, nel 2010. Si deve passare per i roghi nei quali hanno perso la vita quattro bambini rom nelle baracche di Livorno nel 2007 e pochi mesi prima due giovani sposi a via Gordiani, a Roma. Una strage degli innocenti che ha colpito i piccoli di questa etnia: più di cento morti in una ventina di anni. Bisogna camminare all’indietro nel tempo, nello spazio e nel dolore per capire perché undici persone, di cui solo tre adulti, cittadini romani come noi, dormono ammucchiati in una scatola di lamiera ferma in un parcheggio di periferia, senza corrente elettrica, né acqua, in una città ricca e confortevole.

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Leggi anche l’articolo di Andrea Riccardi sempre su Huffington Post >>

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