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Francesco, Chaplin e un sogno vero. Per uscirne tutti insieme

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 29 novembre 2020

Nel 1940, ottant’anni fa, in un autunno di guerra in Europa, quando si intuiva già il dramma in cui il mondo stava precipitando, anche se non era ancora chiara la profondità dell’abisso (60 milioni di morti, la Shoah, l’atomica su Hiroshima e Nagasaki), usciva nelle sale statunitensi il film di Charlie Chaplin, “Il grande dittatore”.
In quel film – è noto – Chaplin interpreta due parti, quella di Adenoid Hynkel, versione caricaturale di Hitler, e quella del somigliantissimo barbiere ebreo, al quale, scambiato per il dittatore, nella sequenza finale viene chiesto di arringare la folla. Ne viene fuori un bellissimo “discorso all’umanità”.

Il cambiamento di registro – dal comico all’ispirato – lasciò perplessi i critici, ma oggi quelle parole testimoniano la visione di Chaplin sull’uomo e sul domani, il suo personale «I have a dream» e, al tempo stesso, interpretano i sentimenti di miliardi di uomini e di donne.
«Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, neri e bianchi. Tutti noi esseri umani vogliamo aiutarci l’un l`altro, siamo fatti così. Vogliamo vivere fianco a fianco con la felicità del prossimo, non con la sua miseria», dice il barbiere. “A coloro che mi ascoltano io dico: non disperate! Non siete macchine! Non bestie! Siete uomini! Avete l’amore per l’umanità nei vostri cuori! Voi, il popolo, avete la forza di costruire la felicità! Di far sì che la vita sia libera e bella, sia una magnifica avventura! Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a ognuno un lavoro, ai giovani un futuro, agli anziani la sicurezza».

Anche noi, in questo autunno di tristezza e scontento che si sta già facendo inverno, mentre viviamo un tempo tanto difficile, siamo chiamati a guardare oltre, a non disperare, a credere ancora più fortemente che «un mondo nuovo» sia possibile, a costruire orizzonti di unità e di solidarietà. È il tema della Fratelli tutti, l’enciclica per la stagione che viene, per un mondo che è a un bivio. In pieno disordine globale, nel mezzo di una «terza guerra mondiale a pezzi», esposti a una pandemia come non se ne vedevano da un secolo, alle prese con le sue ricadute economiche, le persone sono disorientate, preoccupate, impaurite. Che fare? Papa Francesco ha chiaro che si tratta di scegliere un futuro di «fraternità universale», in cui l’altro non sia il mio nemico, ma mio fratello.
Insieme all’epidemia la solitudine è un ulteriore contagio che si diffonde, si disgregano le reti che tengono insieme la polis, si accentuano le divisioni tra le nazioni, le culture, i continenti. Una comunicazione senza mediazioni, soggetta all’istinto e aliena dalla riflessione, induce a chiudersi, illude di poter fare da soli. Il magistero pontificio vive della convinzione opposta. E Francesco, in questa nostra epoca, è l’uomo della «fraternità universale».
La Chiesa non accetta di rattrappirsi, di essere una comunità senza sogni. Continua a parlare perché il mondo sia diverso, perché esso abbia un futuro. È quel che il Papa ha detto ai giovani domenica scorsa: «Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia».
La notizia è che il presente può cambiare. Che il futuro possiamo costruirlo migliore, anche se oggi siamo in guerra contro il virus e contro le sue lunghe conseguenze economiche e sociali. La notizia è che un tempo nuovo può essere cercato e costruito, come ci ricorda anche l’Avvento che sta per iniziare, nell’opera di uomini e donne che rammentano di essere umani, e di essere tutti fratelli, come ci ripete la nascita di Gesù.
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Anziani: Assistenza e cure domiciliari possono evitare l’isolamento. Approfittare dell’emergenza per investire nella creazione di reti umane e sociali

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 31 ottobre 2020

Mentre viviamo la seconda ondata della pandemia ciò che di drammatico è avvenuto negli istituti per gli anziani e più in generale per le persone fragili, ci fa capire che non si tratta solo di mettere qualche toppa al sistema di assistenza e cura esistente o, meno che mai, di attendere che passi la bufera per tornare alla “normalità”. Il Covid-19 al contrario è l’occasione per una riflessione più generale su come considerare la presenza degli anziani nella nostra società e su come rispondere al meglio alle loro necessità. Nelle cosiddette Long Term Care Facilities – siano esse le anglosassoni nursing home, le nostre Rsa, le case di riposo più o meno registrate e controllate – si è registrato oltre il 50% delle morti, a livello planetario. Mi sembra un punto di partenza adeguato da cui iniziare una riflessione per un profondo cambiamento. Molti istituti sono luoghi dove in diversi casi la fragilità dell’anziano viene privata delle protezioni offerte dalla casa, dai ricordi e dalla rete umana che si è sedimentata negli anni attorno a essa. L’isolamento ulteriore rappresentato dalle misure anti-Covid non ha certamente giovato. Ha anzi aggravato, trasformandola in vera e propria sindrome da abbandono la condizione di molti over70. Dovremo purtroppo constatare anche numerosi decessi legati all’abbandono. Di questo abbondano già diverse evidenze.
È davvero impossibile evitare che gli anziani istituzionalizzati restino isolati, senza alcuna possibilità non solo di visite ma spesso anche di comunicazione con video-immagini, così come è accaduto?
Occorre al più presto intervenire – lo si doveva fare già nei mesi passati! – per favorire, una comunicazione che rompa l’isolamento, anche perché la condizione di chiusura de facto, che perdura da mesi nelle strutture per anziani, continuerà anche nei prossimi. Tenerne conto è necessario per introdurre una serie di interventi urgenti, forse complessi ma certamente possibili, così come altre realtà (la scuola tra tutte), hanno dimostrato. Il recente intervento del presidente dell’Emilia Romagna a favore di visite di parenti, se con tampone effettuato nelle ore precedenti, è un ulteriore stimolo a trovare soluzioni che coniughino sicurezza e umanità. Associando a questa possibilità i volontari di tutte quelle comunità e associazioni, che già conoscono e hanno rapporti con gli anziani residenti, in particolare con quelli che sono rimasti senza famiglia. Il tutto in un rigoroso rispetto delle misure di prevenzione.

Si tratta però anche di non insistere solo sull’istituzionalizzazione, come fosse l’unica risposta praticabile, in alcuni casi giudicata “inevitabile”. La sanità pubblica e la geriatria internazionali spingono da anni per un esteso continuum assistenziale, di cui le residenze rappresentano solo un tassello di un più ampio mosaico, che non può e non deve essere in alcun modo perno del sistema. L’assistenza domiciliare integrata rappresenta in Italia una quota irrisoria della assistenza: si stima mediamente 16 ore all’anno per anziano bisognoso. Questo impressionante squilibrio è sotto gli occhi di tutti. Fingiamo insomma di avere una assistenza territoriale, presso le dimore degli anziani, dimenticando che senza il milione (e più) di badanti che si occupano oggi degli over70 nel nostro Paese, tutto il sistema entrerebbe in una grave crisi di sostenibilità. A questo si deve aggiungere la mancanza di centri diurni, di estese soluzioni di telemedicina, di servizi di lotta alla solitudine e all’isolamento sociale, insomma di quella articolazione di servizi che ci permette di uscire dalla logica dell’istituzionalizzazione per mera mancanza di alternative. È a questa condanna che ci si vuole opporre, serenamente ma fermamente.
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Don Roberto Sardelli. Una tonaca nell’inferno delle borgate di Roma

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 25 ottobre 2020

Don Sardelli, preso a esempio don Milani, scese nelle periferie descritte da Pasolini. Un libro trascrive i colloqui dove il prete narra la sua Scuola 725 tra gli ultimi

Quel prete di periferia, don Roberto Sardelli, parla ancora, nel bel libro-intervista curato e introdotto da Massimiliano Fiorucci, pedagogista di fama e direttore del Dipartimento di Scienze della Formazione a Roma Tre, Dalla parte degli ultimi. Una scuola popolare tra le baracche di Roma (Donzelli, pagine 208, euro 25). Vi si ripercorre l’avventura di un prete sulla frontiera metropolitana, vi si ritrova la passione per gli uomini, le donne, i ragazzi dell’Acquedotto Felice; vi si respira il sogno di una scuola che fosse il riscatto di quella Barbiana di borgata. Tutto questo vien fuori, sorgivo e affascinante, dalla trascrizione dei cinque colloqui avuti con il curatore dall’iniziatore della “Scuola 725”, tra l’ottobre 2015 e il giugno 2016.

Sono pagine che ci riportano indietro, in un’altra Roma. Quella pasoliniana delle “vite violente”, quella degli immigrati italianissimi, benché meridionali, giunti in cerca di fortuna nella capitale del Paese del boom economico e costretti ad adattarsi tra le “marrane”, ai margini della città della “dolce vita”.

In quella Roma un giovane prete, che aveva incrociato l’esperienza di don Milani, scelse di tenere aperti gli occhi e il cuore, rinunciò a una consuetudine pastorale comoda ma poco evangelica («E allora io preferisco l’inferno, e vado alle baracche!»), si gettò a capofitto in una missione fondata sulla condivisione come quotidiano e sulla scuola come orizzonte. Una scuola a tempo pieno, come quella milaniana, centrata sulla riappropriazione della parola da parte di chi ne era escluso, animata da uno spirito critico, ambiziosa nel suo voler essere “politica” nel senso originario del termine: «Proposi lo studio come via d’uscita da una condizione umiliante», si ascolta ancora la voce di don Roberto nel materiale d’archivio ritrasmesso un anno fa da Radio3.

La scuola, la Chiesa, la periferia, sono i tre poli tra i quali si snoda il volume. Tra i quali si è mossa la vita di Sardelli, prete ciociaro “in uscita”, che si trasferisce dalla parrocchia nella baracca n. 725, destinata da allora a ospitare lui e la scuola omonima. Un gesto che significava il rifiuto di ogni assistenzialismo («Ai baraccati ho portato la scuola!»), un’idea precisa di Chiesa («Occorre ritornare agli ambienti ai quali si avvicinava il Cristianesimo primitivo e lo stesso Cristo, cioè gli ambienti più disagiati, i poveri, i rifiutati dalla società»), l’impegno a trasmettere a ogni bambino la fiducia nel cambiamento esistenziale che nasce dalla cultura («Io, baraccato, povero, etc., devo diventare uno scrittore, una persona in grado di riflettere sugli eventi»).
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Impagliazzo: le religioni siano elementi di costruzione della pace

di Francesca Sabatinelli su Vatican News del 21/10/2020

“Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme”, questa frase di Francesco racchiude tutto il significato dell’Incontro per la Pace, organizzato dalla Comunità Sant’Egidio, come ogni anno dal 1986, con i leader delle religioni mondiali, sulle orme dello “Spirito di Assisi” e che in questa edizione, a Roma, aveva come tema “Nessuno si salva da solo”. Sono le parole tratte dall’Enciclica Fratelli tutti, citate durante l’evento dal fondatore della Comunità , Andrea Riccardi, e riprese ai microfoni di Vatican News, dal presidente della Comunità di Trastevere, Marco Impagliazzo, per il quale si è “costruito un sogno di un mondo in cui le religioni non siano un ostacolo alla pace”.
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Messaggio di speranza

Di Marco Impagliazzo su Osservatore Romano del 20 ottobre 2020

“Nessuno si salva da solo. Pace e fraternità” è questo il titolo che abbiamo dato quest`anno all`Incontro interreligioso per la pace nello Spirito di Assisi che si svolge per l`emergenza covid in una sola sessione, un solo pomeriggio, martedì 20 ottobre a Roma sul Colle del Campidoglio. Siamo molto felici che questo Incontro si possa tenere, perché c`era bisogno e c`è bisogno di parole di pace, di parole di speranza, di parole che indichino un futuro per l`umanità così travolta da questa pandemia. Siamo molto felici che all`incontro partecipa Papa Francesco assieme ad altri grandi importanti rappresentanti delle religioni mondiali.

Naturalmente ci sono lo spazio per la preghiera ognuno secondo la propria tradizione e poi lo spazio dei discorsi per sentire e capire insieme cosa le religioni e i mondi religiosi hanno da dire all`umanità, per trovare un futuro dopo la pandemia; per non scoraggiarsi, per non rimanere storditi, spaesati, dopo questi mesi così duri, così difficili, che hanno anche provocato una grande crisi economica e sociale, toccando la vita di molte persone e rendendo tutti più poveri. Perciò le parole della preghiera per la pace sono importanti in questo tempo, per dare a tutti più coraggio; non solo per affrontare ognuno di noi personalmente questa crisi, ma per dare speranza a chi da essa è stato più colpito.

E le suore danno la loro casa ai migranti

di Marco Impagliazzo su Osservatore Romano del 15 ottobre 2020

«La Chiesa è una casa con le porte aperte, perché è madre». L’appello ad accogliere, sintetizzato in questa espressione dell’enciclica Fratelli tutti  e nei numerosi richiami di Papa Francesco sin dall’inizio del suo pontificato, non può restare senza risposta. Ed è importante che siano i figli e le figlie di quella «madre» che è la Chiesa a rispondere per primi.

Il gesto di pochi giorni fa, compiuto dalle suore Serve della Divina Provvidenza di Catania, va in questa direzione: un intero immobile, in via della Pisana a Roma, donato per l’ospitalità a migranti e rifugiati.

“Villa Serena” — così si chiama la palazzina — è stata offerta lunedì scorso al Papa, attraverso l’Elemosineria apostolica, alla presenza del cardinale Konrad Krajewski, e affidata, per la sua gestione, alla Comunità di Sant’Egidio.

Diventerà una casa d’accoglienza per rifugiati, in particolare per donne sole o con minori, famiglie in stato di vulnerabilità, che giungono in Italia con i corridoi umanitari. Arrivando a ospitare fino a sessanta persone, avrà lo scopo di dare un tetto ai rifugiati nei primi mesi dopo il loro arrivo, per poi accompagnarli in percorsi di autonomia lavorativa e alloggiativa. Un’esperienza vera e concreta di integrazione, oltre che di accoglienza.

Sant’Egidio ha dato il via dal dicembre 2015 all’iniziativa dei corridoi umanitari, grazie ai quali — anche in alleanza con le Chiese protestanti italiane e con la Conferenza episcopale italiana — è riuscita a portare rifugiati dal Libano, dall’Etiopia e recentemente anche dalla Grecia, in particolare dall’isola di Lesbo.

Finora sono state accolte in Italia e accompagnate nel processo di integrazione oltre 2.600 persone, tra cui un grande numero di minori. Altre sono state portate in Francia, Belgio e Andorra per un totale di circa 3.200 richiedenti asilo.

La necessità di ospitare da parte di tutti, ma in particolare da parte della Chiesa, venne sottolineata dal Papa nel settembre 2015 quando, di fronte al dramma della guerra in Siria, l’Europa si è trovata di fronte a una grande pressione di profughi che bussavano alle sue porte.

In quell’occasione Francesco chiese in modo esplicito che ogni parrocchia accogliesse una famiglia di rifugiati, ma anche che i monasteri e i conventi aprissero le loro porte all’ospitalità. E il Papa stesso scelse di portare nel suo aereo, di ritorno dal viaggio a Lesbo, tre famiglie siriane, affidandole a Sant’Egidio con uno “speciale” corridoio umanitario che si è realizzato nei mesi successivi per un totale di 67 persone.

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Assemblea Onu, Impagliazzo: il Papa ha molto da dire al mondo

Intervista a Marco Impagliazzo, Vatican News del 24 settembre 2020

Secondo lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, il videomessaggio di Francesco alle Nazioni Unite, previsto per domani, confermerà la sua leadership internazionale, sostenendo il multilateralismo nell’epoca della crisi globale causata dal coronavirus. “Il Papa non parla solo ai cristiani”

di Fabio Colagrande

Il videomessaggio di Papa Francesco alla 75.ma assemblea generale delle Nazioni Unite, apertasi il 21 settembre, è atteso per venerdì prossimo, 25 settembre, nel quinto anniversario della sua visita al Palazzo di Vetro a New York. Allora in quell’occasione Francesco, come i suoi predecessori Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, rivolse un discorso ai membri all’Assembla generale. Il Papa affermò, tra l’altro, che “la casa comune di tutti gli uomini deve continuare a sorgere su una retta comprensione della fraternità universale e sul rispetto della sacralità di ciascuna vita umana”. Quest’anno, nel contesto della crisi internazionale creata dalla pandemia di Covid-19, le parole del Papa sono particolarmente attese, come spiega Marco Impagliazzo, docente di storia contemporanea all’Università degli studi Roma Tre e presidente della Comunità di Sant’Egidio.

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Il muro che tiene separati gli anziani

di Marco Impagliazzo su Corriere della Sera del 22 settembre 2020

Un’ampia categoria di cittadini è ancora grandemente esclusa da questo ritorno ad una «normalità protetta»

Caro direttore, nelle ultime settimane, nonostante la permanenza della pandemia da Covid 19, si è giustamente scelto il progressivo ritorno — con le precauzioni del caso — non solo alle attività lavorative e scolastiche, ma anche alle relazioni sociali, a partire dall’estate, nei luoghi turistici e in ogni città, talvolta con preoccupazione per gli assembramenti provocati. C’è però un’ampia categoria di cittadini che è ancora grandemente esclusa da questo ritorno ad una «normalità protetta»: gli anziani «istituzionalizzati».

La Comunità di Sant’Egidio, presente da anni con operatori e volontari in centinaia di residenze sociosanitarie e socio-assistenziali, ritiene fortemente riduttive le «nuove linee guida» dell’Istituto Superiore di Sanità per le visite negli istituti di familiari ed amici. L’iniziativa poteva essere un passo positivo verso il reinserimento degli anziani nella socialità. In realtà così non è stato. Nonostante le pesantissime restrizioni alle relazioni sociali patite dagli over 65 durante il lockdown fino ad oggi, con gravi conseguenze psicologiche e sanitarie, le linee guida esprimono una politica di protezione degli ospiti estremamente restrittiva riguardo alle relazioni interpersonali, tale da configurare una violazione dei diritti individuali. Mentre si comprendono facilmente le restrizioni applicate a chi è infetto e dunque sottoposto a regime di quarantena, appare assai più discutibile attuarle per chi dovrebbe essere protetto e non è portatore di alcuna infezione. Si giunge, in taluni casi, ad imporre misure restrittive non lontane da quelle utilizzate in un regime carcerario.

Basta pensare che non viene affermato il diritto a ricevere visite, ma tutto rimane a discrezione del responsabile della struttura e riservato a casi eccezionali oltre alla limitazione a un solo familiare per visitatore e il massimo di 30 minuti per la visita. Piuttosto che una politica restrittiva, riteniamo sia necessario il contrario, cioè favorire maggiormente i rapporti degli ospiti con l’esterno, pur con le necessarie cautele, includendo, oltre ai familiari, anche amici e volontari, considerato il grande numero di persone sole tra gli ospiti.

Tali restrizioni non garantiscono una protezione efficace per i più fragili, mentre è accertato che sono le relazioni personali a costituire un indispensabile fattore di protezione per la salute fisica, mentale e psichica di ogni individuo. Certo, occorre assolutamente evitare nuovi focolai di Covid-19 negli istituti, come è purtroppo avvenuto in modo drammatico nei primi mesi della pandemia. Va però ricordato che la grande maggioranza dei contagi in queste strutture non è avvenuta a causa delle relazioni con i familiari o altri visitatori — che invece sono stati i primi a denunciare ciò che stava accadendo — ma per la mancata osservanza delle norme di prevenzione da parte degli istituti che ospitano gli anziani. E’ necessario, piuttosto, produrre controlli più stringenti sul personale sanitario che – nonostante l’eroismo personale di molti operatori – risulta troppo spesso coinvolto, suo malgrado, nella catena dei contagi e sulle politiche attuate dalle direzioni di tali strutture.

La difficoltà o l’impossibilità di fatto di avere notizie degli ospiti, lamentata da più parti — spesso dai parenti — non è stata inoltre oggetto di attenzione nell’ambito delle linee guida fissate dall’Istituto superiore di sanità. È invece necessario, quando non sia possibile un incontro in presenza, indicare almeno figure di riferimento che garantiscano informazioni e relazioni, anche con videochiamate e mezzi informatici, strumenti che mancano quasi del tutto nelle strutture ospitanti.

Anche per quanto riguarda la tutela della salute degli ospiti degli istituti rileviamo pesanti criticità. Il documento sconsiglia, ad esempio, di uscire per visite specialistiche senza proporre alternative: è una disposizione che limita di fatto il diritto alla cura, tenendo presente che si tratta di persone con patologie anche gravi o croniche che necessitano di essere seguite adeguatamente. E anche il suggerimento ai medici di famiglia di ricorrere alla telemedicina, notoriamente ancora poco diffusa negli istituti per anziani, invece della visita in presenza — che non sarebbe impossibile garantire — produrrà probabilmente una riduzione della tutela sanitaria. Gli anziani, anche quelli «istituzionalizzati», non possono diventare cittadini di serie B, ma al contrario, nel rispetto rigoroso delle procedure di prevenzione, essere i primi a godere delle attenzioni delle istituzioni e della società italiana. Non separiamo i destini di chi è più giovane da chi è anziano! La società ha bisogno di ponti e non di muri.

Marco Impagliazzo
Presidente della Comunità di Sant’Egidio

A 75 anni dall’atomica su Hiroshima. Quella folle corsa che deve essere fermata

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 6 agosto 2020

Il 6 agosto 1945, settantacinque anni fa, una bomba atomica esplodeva su Hiroshima. Tre giorni dopo la stessa tragedia si ripeteva a Nagasaki. Decine di migliaia di persone cancellate in un istante, per non contare quanti avrebbero dovuto sopportare dolore e morte nei giorni e negli anni seguenti, portando «nei propri corpi», come ha ricordato papa Francesco nel suo viaggio in Giappone, «germi di morte che continuavano a consumare la loro energia vitale». Mentre ci confrontiamo con un altro germe di morte, il microscopico virus che ha stravolto la vita del pianeta, è bene non dimenticare le altre minacce al genere umano, tra cui quella nucleare, accresciutasi man mano che aumentavano le nazioni in grado di replicare quei primi bombardamenti e che si perfezionavano e si moltiplicavano quegli strumenti di morte. Il Papa, il 24 novembre scorso, al Memoriale della Pace di Hiroshima ha detto: «Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno; una memoria viva che aiuti a dire di generazione in generazione: mai più!».

Questo 75° anniversario deve farsi monito e impegno, forza e iniziativa, e sguardo lungimirante sul futuro. Più volte in questi mesi ci siamo resi conto di quanto fosse ingannevole considerarsi «sani in un mondo malato». Ebbene, un mondo punteggiato di arsenali nucleari è davvero malato e la sottovalutazione del pericolo è la spia di una salute illusoria. Con la fine della guerra fredda non ci siamo liberati del rischio di un’apocalisse atomica: dopo essere molto diminuite, le armi nucleari hanno ricominciato ad aumentare. Il disordine globale di un mondo senza centri, l’egoismo di alcuni, la distrazione e il narcisismo di molti, la resilienza delle reti terroristiche, l’accentuarsi delle rivalità nazionalistiche ci avvertono che non siamo immuni e che la catastrofe incombe ancora sulla nostra generazione. «Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi; questo approccio sembra piuttosto incoerente nell’attuale contesto segnato dall’interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e dedizione da parte di tutti i leader», ammoniva il papa a Nagasaki. Sul nostro pianeta, oggi, è facile iniziare una guerra. Difficile è portarla a conclusione. In un contesto frammentato chi garantisce che tra tutti gli attori bellici sul terreno si abbia sempre quel controllo che hanno avuto, per nostra fortuna, Usa e Urss nel secolo scorso? La memoria di quanto accaduto 75 anni fa spinge a preoccuparci dell’oggi e del domani. Istituzioni sovranazionali, governi, opinione pubblica: per tutti fermarsi a ricordare è doveroso. Agire per scongiurare l’impensabile cercando un punto d’incontro non più basato sulla paura bensì sul comune interesse. 

L’equilibrio del terrore è un filo che rischia di spezzarsi ogni giorno. La tessitura del dialogo riannoda ogni giorno la speranza dell’umanità. Il sorgere dell’era atomica non rappresentò solo una cesura epocale per le relazioni internazionali e la storia delle guerre. Ha pure costituito una svolta dal punto di vista della cultura e della mentalità. Con l’atomica, l’umanità si trovò davanti alla responsabilità della totale distruzione reciproca. Dopo decenni di delicato equilibrio del terrore, siamo piombati nello squilibrio del terrorismo. Da un lato il pericolo si è fatto più ravvicinato e imprevedibile; dall’altro ci ha fatto dimenticare che ogni guerra può essere l’ultima. 

Oggi è necessaria una svolta: una coscienza più matura e responsabile, conscia dell’enorme potere di morte ma anche di vita di cui l’umanità è dotata. La guerra, e in particolar modo quella nucleare, rappresenta la negazione della responsabilità umana e ambientale che lega i destini della natura, di ogni essere vivente e degli esseri umani. Rispetto a tale deriva fa argine il sì di 122 Stati al Trattato per il bando delle armi nucleari negoziato in sede Onu. Si tratta di connettere saldamente questo impegno a quello per la giustizia ambientale e sociale in vista di una vera cultura di pace che cambi i cuori e le menti. La Chiesa, «esperta in umanità», continua a rilanciare quel «mai più la guerra» che Paolo VI, che proprio oggi ricordiamo nel giorno della morte, con grande forza espresse, nel 1965, nel primo storico discorso di un Papa all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.