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Assemblea Onu, Impagliazzo: il Papa ha molto da dire al mondo

Intervista a Marco Impagliazzo, Vatican News del 24 settembre 2020

Secondo lo storico Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, il videomessaggio di Francesco alle Nazioni Unite, previsto per domani, confermerà la sua leadership internazionale, sostenendo il multilateralismo nell’epoca della crisi globale causata dal coronavirus. “Il Papa non parla solo ai cristiani”

di Fabio Colagrande

Il videomessaggio di Papa Francesco alla 75.ma assemblea generale delle Nazioni Unite, apertasi il 21 settembre, è atteso per venerdì prossimo, 25 settembre, nel quinto anniversario della sua visita al Palazzo di Vetro a New York. Allora in quell’occasione Francesco, come i suoi predecessori Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, rivolse un discorso ai membri all’Assembla generale. Il Papa affermò, tra l’altro, che “la casa comune di tutti gli uomini deve continuare a sorgere su una retta comprensione della fraternità universale e sul rispetto della sacralità di ciascuna vita umana”. Quest’anno, nel contesto della crisi internazionale creata dalla pandemia di Covid-19, le parole del Papa sono particolarmente attese, come spiega Marco Impagliazzo, docente di storia contemporanea all’Università degli studi Roma Tre e presidente della Comunità di Sant’Egidio.

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Il muro che tiene separati gli anziani

di Marco Impagliazzo su Corriere della Sera del 22 settembre 2020

Un’ampia categoria di cittadini è ancora grandemente esclusa da questo ritorno ad una «normalità protetta»

Caro direttore, nelle ultime settimane, nonostante la permanenza della pandemia da Covid 19, si è giustamente scelto il progressivo ritorno — con le precauzioni del caso — non solo alle attività lavorative e scolastiche, ma anche alle relazioni sociali, a partire dall’estate, nei luoghi turistici e in ogni città, talvolta con preoccupazione per gli assembramenti provocati. C’è però un’ampia categoria di cittadini che è ancora grandemente esclusa da questo ritorno ad una «normalità protetta»: gli anziani «istituzionalizzati».

La Comunità di Sant’Egidio, presente da anni con operatori e volontari in centinaia di residenze sociosanitarie e socio-assistenziali, ritiene fortemente riduttive le «nuove linee guida» dell’Istituto Superiore di Sanità per le visite negli istituti di familiari ed amici. L’iniziativa poteva essere un passo positivo verso il reinserimento degli anziani nella socialità. In realtà così non è stato. Nonostante le pesantissime restrizioni alle relazioni sociali patite dagli over 65 durante il lockdown fino ad oggi, con gravi conseguenze psicologiche e sanitarie, le linee guida esprimono una politica di protezione degli ospiti estremamente restrittiva riguardo alle relazioni interpersonali, tale da configurare una violazione dei diritti individuali. Mentre si comprendono facilmente le restrizioni applicate a chi è infetto e dunque sottoposto a regime di quarantena, appare assai più discutibile attuarle per chi dovrebbe essere protetto e non è portatore di alcuna infezione. Si giunge, in taluni casi, ad imporre misure restrittive non lontane da quelle utilizzate in un regime carcerario.

Basta pensare che non viene affermato il diritto a ricevere visite, ma tutto rimane a discrezione del responsabile della struttura e riservato a casi eccezionali oltre alla limitazione a un solo familiare per visitatore e il massimo di 30 minuti per la visita. Piuttosto che una politica restrittiva, riteniamo sia necessario il contrario, cioè favorire maggiormente i rapporti degli ospiti con l’esterno, pur con le necessarie cautele, includendo, oltre ai familiari, anche amici e volontari, considerato il grande numero di persone sole tra gli ospiti.

Tali restrizioni non garantiscono una protezione efficace per i più fragili, mentre è accertato che sono le relazioni personali a costituire un indispensabile fattore di protezione per la salute fisica, mentale e psichica di ogni individuo. Certo, occorre assolutamente evitare nuovi focolai di Covid-19 negli istituti, come è purtroppo avvenuto in modo drammatico nei primi mesi della pandemia. Va però ricordato che la grande maggioranza dei contagi in queste strutture non è avvenuta a causa delle relazioni con i familiari o altri visitatori — che invece sono stati i primi a denunciare ciò che stava accadendo — ma per la mancata osservanza delle norme di prevenzione da parte degli istituti che ospitano gli anziani. E’ necessario, piuttosto, produrre controlli più stringenti sul personale sanitario che – nonostante l’eroismo personale di molti operatori – risulta troppo spesso coinvolto, suo malgrado, nella catena dei contagi e sulle politiche attuate dalle direzioni di tali strutture.

La difficoltà o l’impossibilità di fatto di avere notizie degli ospiti, lamentata da più parti — spesso dai parenti — non è stata inoltre oggetto di attenzione nell’ambito delle linee guida fissate dall’Istituto superiore di sanità. È invece necessario, quando non sia possibile un incontro in presenza, indicare almeno figure di riferimento che garantiscano informazioni e relazioni, anche con videochiamate e mezzi informatici, strumenti che mancano quasi del tutto nelle strutture ospitanti.

Anche per quanto riguarda la tutela della salute degli ospiti degli istituti rileviamo pesanti criticità. Il documento sconsiglia, ad esempio, di uscire per visite specialistiche senza proporre alternative: è una disposizione che limita di fatto il diritto alla cura, tenendo presente che si tratta di persone con patologie anche gravi o croniche che necessitano di essere seguite adeguatamente. E anche il suggerimento ai medici di famiglia di ricorrere alla telemedicina, notoriamente ancora poco diffusa negli istituti per anziani, invece della visita in presenza — che non sarebbe impossibile garantire — produrrà probabilmente una riduzione della tutela sanitaria. Gli anziani, anche quelli «istituzionalizzati», non possono diventare cittadini di serie B, ma al contrario, nel rispetto rigoroso delle procedure di prevenzione, essere i primi a godere delle attenzioni delle istituzioni e della società italiana. Non separiamo i destini di chi è più giovane da chi è anziano! La società ha bisogno di ponti e non di muri.

Marco Impagliazzo
Presidente della Comunità di Sant’Egidio

A 75 anni dall’atomica su Hiroshima. Quella folle corsa che deve essere fermata

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 6 agosto 2020

Il 6 agosto 1945, settantacinque anni fa, una bomba atomica esplodeva su Hiroshima. Tre giorni dopo la stessa tragedia si ripeteva a Nagasaki. Decine di migliaia di persone cancellate in un istante, per non contare quanti avrebbero dovuto sopportare dolore e morte nei giorni e negli anni seguenti, portando «nei propri corpi», come ha ricordato papa Francesco nel suo viaggio in Giappone, «germi di morte che continuavano a consumare la loro energia vitale». Mentre ci confrontiamo con un altro germe di morte, il microscopico virus che ha stravolto la vita del pianeta, è bene non dimenticare le altre minacce al genere umano, tra cui quella nucleare, accresciutasi man mano che aumentavano le nazioni in grado di replicare quei primi bombardamenti e che si perfezionavano e si moltiplicavano quegli strumenti di morte. Il Papa, il 24 novembre scorso, al Memoriale della Pace di Hiroshima ha detto: «Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno; una memoria viva che aiuti a dire di generazione in generazione: mai più!».

Questo 75° anniversario deve farsi monito e impegno, forza e iniziativa, e sguardo lungimirante sul futuro. Più volte in questi mesi ci siamo resi conto di quanto fosse ingannevole considerarsi «sani in un mondo malato». Ebbene, un mondo punteggiato di arsenali nucleari è davvero malato e la sottovalutazione del pericolo è la spia di una salute illusoria. Con la fine della guerra fredda non ci siamo liberati del rischio di un’apocalisse atomica: dopo essere molto diminuite, le armi nucleari hanno ricominciato ad aumentare. Il disordine globale di un mondo senza centri, l’egoismo di alcuni, la distrazione e il narcisismo di molti, la resilienza delle reti terroristiche, l’accentuarsi delle rivalità nazionalistiche ci avvertono che non siamo immuni e che la catastrofe incombe ancora sulla nostra generazione. «Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi; questo approccio sembra piuttosto incoerente nell’attuale contesto segnato dall’interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e dedizione da parte di tutti i leader», ammoniva il papa a Nagasaki. Sul nostro pianeta, oggi, è facile iniziare una guerra. Difficile è portarla a conclusione. In un contesto frammentato chi garantisce che tra tutti gli attori bellici sul terreno si abbia sempre quel controllo che hanno avuto, per nostra fortuna, Usa e Urss nel secolo scorso? La memoria di quanto accaduto 75 anni fa spinge a preoccuparci dell’oggi e del domani. Istituzioni sovranazionali, governi, opinione pubblica: per tutti fermarsi a ricordare è doveroso. Agire per scongiurare l’impensabile cercando un punto d’incontro non più basato sulla paura bensì sul comune interesse. 

L’equilibrio del terrore è un filo che rischia di spezzarsi ogni giorno. La tessitura del dialogo riannoda ogni giorno la speranza dell’umanità. Il sorgere dell’era atomica non rappresentò solo una cesura epocale per le relazioni internazionali e la storia delle guerre. Ha pure costituito una svolta dal punto di vista della cultura e della mentalità. Con l’atomica, l’umanità si trovò davanti alla responsabilità della totale distruzione reciproca. Dopo decenni di delicato equilibrio del terrore, siamo piombati nello squilibrio del terrorismo. Da un lato il pericolo si è fatto più ravvicinato e imprevedibile; dall’altro ci ha fatto dimenticare che ogni guerra può essere l’ultima. 

Oggi è necessaria una svolta: una coscienza più matura e responsabile, conscia dell’enorme potere di morte ma anche di vita di cui l’umanità è dotata. La guerra, e in particolar modo quella nucleare, rappresenta la negazione della responsabilità umana e ambientale che lega i destini della natura, di ogni essere vivente e degli esseri umani. Rispetto a tale deriva fa argine il sì di 122 Stati al Trattato per il bando delle armi nucleari negoziato in sede Onu. Si tratta di connettere saldamente questo impegno a quello per la giustizia ambientale e sociale in vista di una vera cultura di pace che cambi i cuori e le menti. La Chiesa, «esperta in umanità», continua a rilanciare quel «mai più la guerra» che Paolo VI, che proprio oggi ricordiamo nel giorno della morte, con grande forza espresse, nel 1965, nel primo storico discorso di un Papa all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Covid-19. Pandemia. Aiutiamo più che mai l’Africa ad aiutarsi

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 30 luglio 2020

Una pandemia è tale perché investe tutti gli angoli del pianeta. È di questi giorni la crescente preoccupazione per il progredire del coronavirus in Africa. Qualcuno aveva immaginato che il continente sarebbe stato quasi risparmiato dall’infezione. Nella stessa Africa alcuni Paesi vedevano negativamente un allarme che avrebbe avuto un pesante impatto sulle economie nazionali e hanno smesso di comunicare le cifre relative ai contagi e ai morti. In altri era stata la popolazione a contestare i decreti di chiusura, ricorrendo addirittura alla magistratura. Altrove, infine, si era detto sarebbe stato sufficiente far ricorso a rimedi tradizionali o comunque alla portata di tutti.
In realtà, purtroppo, i numeri accelerano, e molti rumors circolano fra la gente. Si sa o si vocifera di ex presidenti, ministri e parlamentari malati o morti per il virus, si sospetta che i decessi improvvisi dei parenti, degli amici, dei vicini siano dovuti al Covid19. Il virus si rivela sempre più un ospite indesiderato che bussa alla porta di ogni nazione.
Del resto, sono gli stessi dati a dircelo. L’epidemia non dipende più, come all’inizio, dai viaggi internazionali, ma si diffonde autonomamente. E a gran velocità.

Il quinto Paese al mondo per casi non è latinoamericano ma è il Sudafrica, con quasi 460.000 infezioni e oltre 7.250 morti (cfr. www.worldometers.info/coronavirus). E in tutto il continente si contano oltre 874.000 contagiati e più di 18.500 decessi ufficiali. Già, ufficiali. Perché il grande tema è quanto siano affidabili i dati forniti in situazioni sanitarie sotto stress, nel quadro di una generale carenza di risorse e dovendo scontare una cronica difficoltà di comunicazioni.

Che valore dare ai 15mila positivi della Costa d’Avorio quando risultano da 90mila tamponi, cioè un positivo ogni 6, ovvero ai 7mila della Guinea che scaturiscono da appena 14mila tamponi (1 positivo ogni 2)?
È chiaro che le cifre a disposizione sono solo la punta di un iceberg, che non fotografano la realtà di un’epidemia la quale, come abbiamo imparato in Europa, colpisce in maniera subdola. Il virus si muove oggi rapidamente anche in Africa mentre i posti in terapia intensiva sono davvero poca cosa, così come il numero dei respiratori è scarso e i dispositivi di protezione individuale in grado di tutelare gli operatori sanitari sono carenti un po’ dappertutto.
E in più gli Stati africani devono fare i conti con le conseguenze economiche e sociali della pandemia nonché dell’azzeramento dei collegamenti con il Nord del mondo.
Detto questo, il quadro resta articolato. Nel continente ci sono Paesi – il Ruanda, ad esempio – che hanno raggiunto risultati estremamente positivi nel contrasto della pandemia, sviluppando un sistema integrato di test, tracciamento e cure paragonabile a quelli utilizzati a latitudini ben più ricche di risorse. E c’è poi da registrare la vivacità e l’impegno sul campo delle mille realtà della società civile africana che cercano di arginare la diffusione del virus dando indicazioni di base sulla prevenzione: dal lavaggio delle mani al distanziamento fisico, all’uso delle mascherine. Colpisce pure la capillarità con cui i messaggi di prevenzione sono veicolati dai social media fino a raggiungere ognuno. O realtà della cooperazione, come il programma Dream di Sant’Egidio, sostenuto dalla Cei, che si prodigano anche per i test sierologi. C’è almeno da sperare che il dramma dell’epidemia lasci in Africa, come eredità, una maggiore coscienza civile e più diffuse conoscenze d’igiene pubblica.
Per aiutare il continente in questa fase difficile è urgente che gli Stati occidentali non diminuiscano l’aiuto pubblico allo sviluppo come sono tentati di fare ora.

È nostro interesse che l’Africa sia resiliente alla pandemia: l’alternativa sarebbe drammatica.Contemporaneamente occorre operare per salvaguardare le rimesse (diminuite ma pur sempre la prima fonte di reddito esterno) rendendo meno cari i money transfer. È essenziale aumentare la connessione (in terapia e ricerca) tra sanità europee e africane utilizzando le comunicazioni online per condividere tutta la capacità scientifica necessaria. Infine, bisogna prepararci a distribuire il vaccino anche in Africa perché non sia lasciata indietro.

Il manifesto della Comunità di Sant’Egidio: Anziani più protetti e spese sanitarie ridotte

di Marco Impagliazzo, Corriere della Sera, 18 luglio 2020

La crisi scatenata dalla pandemia non ha avuto uguali conseguenze per tutti. Una categoria di persone ha sofferto più di altre in termini di vittime e di isolamento: gli anziani.
Un «pianeta» che ha in comune l’età ma attraversa, in modo democratico, tutti gli strati sociali. È stato, per tanti aspetti, il dramma nel dramma del coronavirus nel Nord del mondo e in Italia, dove – rileva l’Istat – ben l’85 per cento dei decessi per effetto del Covid-19 si sono manifestati nella popolazione ultrasettantenne. Un dato che colpisce, insieme a un altro, fornito dall’Istituto superiore della Sanità, che segnala il numero elevatissimo di morti tra gli anziani istituzionalizzati nelle Rsa e nelle case di riposo, il doppio rispetto a quelli che vivevano nelle loro abitazioni.

Ciò che è successo non può lasciarci indifferenti né attendisti. E proprio ora, quando il nostro Paese ha preso le misure della pandemia e risulta più equipaggiato ad affrontare eventuali nuove emergenze sanitarie, che occorre intervenire. Ora, che le ferite di questa moderna strage degli innocenti sono ancora aperte e hanno lasciato un segno in tante famiglie, è il momento per ripensare la nostra società con una rinnovata solidarietà intergenerazionale e nuovi modelli di assistenza e cura per i più vulnerabili. È anche questo il motivo che ha spinto, il 20 maggio scorso, la Comunità di Sant’Egidio a promuovere un appello internazionale – partito proprio dalle pagine di questo giornale – che ha già raccolto decine di migliaia di firme, tra cui quelle di alcuni autorevoli rappresentanti delle istituzioni e del mondo della cultura.

«Senza anziani non c’è futuro. Per riumanizzare le nostre società, no a una società selettiva» è un manifesto per ripartire, dopo la crisi, con una visione diversa dell’Europa, in cui gli anziani non siano più considerati, come ha detto papa Francesco il 29 giugno scorso, «materiale di scarto». Anche perché molti sono già – e tutti sperano di diventare in futuro – anziani, quindi bisognosi, come in ogni altra fase della vita, di relazioni umane e di vicinanza. A uccidere o a rendere comunque più difficile la cura degli anziani durante la pandemia è stato infatti anche un altro virus, quello della solitudine, per il quale però abbiamo già un vaccino efficace: l’attenzione che noi tutti e le istituzioni dovrebbero avere per i cittadini più fragili.

L’appello ha proprio l’obiettivo di tenere alta questa attenzione. In primo luogo, evitando che si riproponga in futuro l’inaccettabile dilemma del «dover» scegliere chi curare perché è contrario a ogni principio umano e costituzionale, nonché alla Dichiarazione universale dei diritti dell`uomo: «Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona». In secondo luogo, il manifesto promuove un ripensamento radicale dei nostri sistemi sanitari, che si basi su una prevalenza della domiciliarità delle cure insieme alla costruzione di reti di prossimità attorno agli anziani, a partire dai soggetti che rappresentano la vita quotidiana, fino al monitoraggio attivo di chi abita da solo.

Le istituzioni dovrebbero farsene carico favorendo nuove soluzioni già sperimentate con successo da Sant’Egidio – come il cohousing e i condomìni protetti che consentono di evitare l’istituzionalizzazione continuando a vivere in una casa, con tutti i vantaggi che comporta, in età avanzata e anche in presenza di serie patologie. La crisi vissuta può aiutare a realizzare una svolta innovativa che offrirebbe maggiore protezione per gli anziani e, al tempo stesso, spese sanitarie più contenute. Ma occorre intervenire subito, prima che un tema così centrale per la società torni nuovamente – e colpevolmente – in secondo piano.

Diceva il cardinal Martini nel 1990: «Sulla dignità della vita offerta agli anziani si misura il profilo etico di ogni società e dell`Europa: è un test che mostra l’eticità della convivenza umana». Si tratta di parole che non risultano solo attuali, a distanza di trent’anni, ma in qualche modo profetiche perché ci indicano la strada da percorrere se vogliamo che le nostre società conservino quell’impasto di civiltà e di umanesimo senza il quale non esisterebbe il nostro continente così come lo conosciamo, cioè solidale con tutti i suoi cittadini, senza esclusioni.

E ora contagio di prossimità. Accanto agli anziani, per un’altra società

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 12 luglio 2020

La pandemia da coronavirus continua a imperversare oltreoceano, nel subcontinente indiano, in Russia.
Sale sempre più pressante la domanda di come preparare il mondo di domani, perché come ha detto papa Francesco a Pentecoste «peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla».

Cosa, dunque, la crisi ci deve insegnare? Cosa è opportuno che essa spazzi via? Tra le tante storture del nostro mondo malato, e fino a ieri inconsapevole di esserlo, apparentemente asintomatico, emerge con assoluta evidenza la fragilità sociale della popolazione anziana, sulla quale con particolare violenza si è abbattuto lo tsunami del Covid-19, dal momento che ha recentissimamente segnalato l’Istat «in Italia quasi l’85% dei decessi per coronavirus ha riguardato persone over 70, oltre il 56% quelle sopra gli 80».

Una generazione è stata presa di mira. Ha pagato il prezzo più alto. Ha sofferto le conseguenze di un combinato disposto di debolezza, solitudine, scarto. Quel che le dobbiamo è l’impegno a costruire una società differente, impastata di solidarietà intergenerazionale, premurosa della salute e della vita di ogni suo componente.

Nell’Angelus per la festa degli apostoli Pietro e Paolo, il Papa denunciava la sofferenza di «tanti anziani, che sono lasciati soli dalla famiglia, come se fossero materiale di scarto. Questo è un dramma dei nostri tempi: la solitudine degli anziani».

E’ questo che il dopo-pandemia deve spazzare via, se vogliamo che ciò che abbiamo attraversato non sia passato invano, se non vogliamo che il nostro mondo ricada nell’illusione di una salute apparente che allontana chi è più bisognoso di compagnia, sostegno, amicizia.

Su queste stesse colonne, il 3 luglio scorso, Mauro Leonardi sottolineava la necessità di «un’operazione di care taking diffusa. Ogni condominio, parrocchia, comprensorio residenziale dovrebbe adottare un anziano. Si tratta di fare qualche telefonata, portare la spesa, fare un po’ di compagnia, ascoltare, raccontare». Mi associo a tali parole e mi permetto di lanciare un analogo appello. Perché la solitudine è sempre più il male del nostro tempo, perché essa è destinata a gravare sulla vita dei meno autosufficienti ben oltre la fine della pandemia, perché infine per essa conosciamo già un vaccino e una cura. Il vaccino siamo noi, se sapremo adoperarci per ricucire la trama lacerata tra le generazioni; la cura sono le nostre parole, le nostre mani, se sceglieremo di donare a chi è più avanti negli anni tempo e attenzione.

Di fronte a un virus che ha colpito la socialità dei popoli e dei singoli, che ha obbligato prima al confinamento e poi al distanziamento fisico, occorre rispondere con un contagio uguale e contrario fatto di comunanza di destino e di sensibilità, di interdipendenza di percorsi e di traguardi. Reduci dall’incubo di terapie intensive sovraccariche in cui si rischiava di scegliere tra chi avrebbe potuto vivere e chi avrebbe dovuto morire, è necessario farci ognuno “ospedali da campo”, uomini e donne capaci di somministrare la terapia che salva, quella della memoria, della sollecitudine, della vicinanza, dell’incontro. Perché la storia di questi mesi, ha scritto il cardinale Matteo Zuppi «ci costringe, oltre le nostre lentezze, abitudini e pigrizie, ad andare nelle periferie», anche in quelle della vita, su quella frontiera estrema dell’esistenza che tutti speriamo di raggiungere e che tutti ci auguriamo piena, ricca, vivibile, come ogni stagione della vicenda umana. Se la pandemia ci scuoterà a tal punto da renderci consapevoli che davvero siamo «sulla stessa barca» e che farsi vicini a chi è anziano permette di salvarci «tutti insieme» e tutta insieme la nostra umanità, questo dramma non sarà passato invano, e saremo migliori e più forti lungo questo «tornante della storia» che stiamo percorrendo.

La risorsa della solidarietà. Ripartire senza dimenticare – Intervista a Marco Impagliazzo

da Videolina.it del 10 giugno 2020

La risorsa della solidarietà.
Conduce Nicola Scano. La macchina della solidarietà non conosce ripartenza. Perché non si è mai fermata. Migliaia di volontari hanno continuato il loro viaggio tra gli invisibili: farmaci, alimentari, una parola di conforto. Una rete che si è mossa silenziosa, spingendosi nelle periferie più difficili e dimenticate. Ci arriverà anche la ripresa? Ospite di Nicola Scano il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo. La regia è di Andrea Fenu
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Karol Wojtyla cent’anni: Il profilo del Novecento. Marco Impagliazzo su L’Osservatore Romano

di Marco Impagliazzo su Osservatore Romano del 18 maggio 2020

“I laici sono stati per me un dono singolare, per il quale non cesso di ringraziare la Provvidenza. Li porto tutti nel cuore, perché ciascuno di loro ha offerto il proprio contributo alla realizzazione del mio sacerdozio”

La figura di Karol Wojtyla si è intrecciata con i momenti chiave della storia del Novecento: il sorgere e lo svilupparsi dei totalitarismi nazista e comunista, la seconda guerra mondiale, la Shoah, la guerra fredda con la divisione in due dell’Europa, il crollo dell’Est comunista, il passaggio di millennio, la manifestazione del terrorismo internazionale con l’11 settembre 2001 e altro ancora.
Karol Wojtyla è stato un testimone esemplare della storia del Novecento e una figura emblematica del passaggio di due secoli. Ha avuto un’esperienza unica del mondo: 127 Paesi visitati (alcuni più volte) durante il pontificato hanno fatto di lui l’uomo che ha avuto una comunicazione diretta con più persone e con più folle, come ha sostenuto l’allora cardinale Joseph Ratzinger. Un Papa carismatico – così lo ha definito Andrea Riccardi – che ha sempre connesso la responsabilità di successore dell’apostolo Pietro al martirio, a rischio della sua stessa vita come nell’attentato subìto il 13 maggio 1981. Wojtyla ha avuto ampie visioni ideali ma sempre a partire da una conoscenza degli uomini e dei popoli nei loro diversi contesti. Non ha cessato di stupire con i suoi richiami alla necessità della pace mentre la guerra si è riaffacciata nel mondo come strumento di risoluzione dei conflitti. Ha sorpreso con i suoi gesti spirituali profetici e le sue mistiche coordinate geopolitiche. Ha stupito con la forza apostolica dimostrata fin nell’estrema debolezza della malattia, giunta quasi a sfigurarlo.
La sua vita va letta in una prospettiva non solo teologica o interna alla realtà ecclesiale, ma nel quadro ampio della storia contemporanea e della geopolitica. Giovanni Paolo II appare come un Papa con due caratteristiche particolarmente originali. La prima: un carisma dell’incontro umano, connesso in buona misura a un’ascesi interiore; la seconda: una visione geopolitica planetaria, espressa plasticamente con i tanti viaggi, che esorbitava i confini e le visioni tradizionali della Chiesa cattolica.
Giovanni Paolo II è stato anche il Papa del dialogo. Dialogo con le Chiese cristiane, con le altre religioni e con le culture. Un esempio per tutti: l’incontro di Assisi dell’ottobre del 1986 con le grandi religioni mondiali. Quella giornata di preghiera per la pace si colloca storicamente sul crinale di cambiamenti epocali, la cui portata e i cui effetti si stanno valutando ancora oggi. Le vicende del mondo contemporaneo hanno subìto da allora un’accelerazione incredibile, con esiti imprevedibili come è stata la fine dell’impero sovietico, lo sfaldamento di quello che veniva definito il “Terzo Mondo”, l’avanzata del processo di globalizzazione. Il quadro internazionale, oggi, mostra come il rapporto tra le religioni sia un elemento di vitale importanza geopolitica.

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La preghiera e l’azione. 14 maggio: con fede e senso di unità

Di Marco Impagliazzo, da Avvenire del 10 maggio 2020

Domenica scorsa 3 maggio, concludendo la preghiera del Regina Coeli, papa Francesco ha detto: «Ho accolto la proposta dell’Alto Comitato per la Fratellanza Umana affinché il prossimo 14 maggio i credenti di tutte le religioni si uniscano spiritualmente in una giornata di preghiera e digiuno e opere di carità, per implorare Dio di aiutare l`umanità a superare la pandemia di coronavirus».

L’iniziativa è dei leader religiosi che si rifanno allo storico Documento firmato dal Papa e dal grande imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, nel febbraio 2019: «Non dimentichiamo di rivolgerci a Dio Creatore in questa grave crisi – si legge nell`appello del Comitato – ogni persona, in ogni parte del mondo, a seconda della sua religione, fede o dottrina, perché Egli (…) liberi il mondo dalle conseguenze sanitarie, economiche e umanitarie della diffusione di tale grave contagio».

La preghiera di giovedì 14 maggio si configura come compartecipazione alle sofferenze e alle angosce causate dalla tempesta abbattutasi in questi mesi su tutto il pianeta, nonché come ideale continuazione del dialogo interreligioso avviato da Giovanni Paolo II nella giornata di Assisi e rafforzatosi via via negli anni, fino all`accelerazione impressa da Francesco con la firma di Abu Dhabi. Lo spirito di Assisi soffia ancora, e con più forza. Come ha rappresentato una risposta al dramma della guerra, può oggi farsi argine e fonte di nuova speranza di fronte alla pandemia, che imperversa in ogni continente, seminando morte, paura, difficoltà economiche. Il virus colpisce i legami sociali, indebolisce le istituzioni, precipita famiglie e popoli nell`abisso dell`incertezza per il futuro.

Papa Francesco, che prega per la fine dell’epidemia da quando essa era ancora confinata nell’apparentemente lontana Cina, vuole rispondere alla malattia che impone il distanziamento sociale con un nuovo legame, tra popolo e popolo, tra i popoli e il loro Creatore. AI microrganismo invisibile che confina tutti in uno spazio chiuso e in un tempo sospeso, il Papa intende contrapporre un movimento unitivo tra le culture e le religioni, fatto non solo di meditazione, bensì pure di carità. Desidera aprire nuovi spazi, disegnare un`idea di futuro. Il mondo della globalizzazione, che ci sembrava vasto, è diventato piccolo. Il male lo percorre a grandi passi, ignaro delle frontiere, mietendo vittime senza fare distinzioni di fede. Per questo c`è bisogno di vicinanza e d`incontro. Già il 27 marzo scorso, in piazza San Pietro, Francesco aveva saputo indicare una prospettiva: «Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del Tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è».
E’ da superare il tempo dei compartimenti stagni, dei muri, degli scontri di civiltà. Francesco si fa araldo dell`unità del genere umano. Di qui la preoccupazione perché la ricerca scientifica si muova avendo sempre presente il fatto che siamo tutti «sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati». Sì, la barca è una: «È importante mettere insieme le capacità scientifiche, in modo trasparente e disinteressato, per trovare vaccini e trattamenti e garantire l`accesso universale alle tecnologie essenziali che permettano a ogni persona contagiata, in ogni parte del mondo, di ricevere le necessarie cure sanitarie».

Considerarsi tutti membri di una sola famiglia umana, imparare a curare il creato, non è un “di più”, cui si può rinunciare se il contesto è difficile. Si rivela sempre più una necessità, in questo tempo di globalizzazione e di allargamento di orizzonti. La Storia – che avevamo messo da parte per far trionfare le nostre piccole storie – chiama a un`unità che faccia perno su ciò che ci unisce e lasci da parte ciò che ci divide. La preghiera comune di giovedì prossimo diviene per tutti un segno spirituale e universale: malgrado le differenze, non ci si salva da soli ma soltanto riconoscendoci vicini nella comune umanità e affrontando insieme la lotta per la vita di tutti. Con l’auspicio che le autorità civili del mondo adottino davvero, per la fine della pandemia, quella «collaborazione comune come condotta» a cui invita papa Francesco.