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Tutto il dovuto per gli anziani

Più reti familiari e solidali, meno istituti

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 5 aprile 2020

È un tempo difficile, questo. Sentiamo il peso della riscoperta della fragilità, la sentono i nostri anziani, in particolare quelli ospiti negli istituti, nelle Rsa. Di loro ha parlato il Papa durante l’Angelus di domenica 29 marzo: «In questo momento il mio pensiero va in modo speciale a tutte le persone che patiscono la vulnerabilità di essere costretti a vivere in gruppo: case di riposo…».

Siamo tutti rimasti scossi, infatti, da quanto accaduto in tante residenze per anziani, nel Nord, ma anche in altre zone d’Italia: il contagio che arriva e colpisce tanti, in successione; l’ambiente che dovrebbe proteggerti diviene la prigione in cui un nemico invisibile può imperversare con facilità. In tanti, troppi, luoghi di assistenza e di cura siamo di fronte a uno tsunami che spazza via una generazione che si è spesa per il Paese e per le generazioni successive. Ma forse c’è poco di ‘naturale’ in quanto sta avvenendo, frutto di scelte divenute negli anni sempre più frequenti, con il risultato di concentrare tanti deboli e tanti fragili in uno stesso luogo.
Lì dove – oggi ce ne accorgiamo – il virus ha potuto mietere vittime con estrema facilità. Come aveva fatto l’ondata di calore nell’estate del 2003, quando morirono migliaia di anziani disidratati negli istituti di tutta Europa.

Si tratta di fare qualcosa subito, per impedire che quanto avvenuto, in Lombardia e altrove, si ripeta con poche variabili in altri istituti, in altre parti d’Italia e d’Europa, particolarmente in Spagna, dal momento che – a quanto pare – con il Covid-19 dovremo conviverci per lungo tempo. Ma si tratta anche di immaginare il futuro, implementando quelle soluzioni alternative al ricovero in grandi istituti o in piccole villette, ridisegnando i servizi sociali, promuovendo il monitoraggio da remoto e l’assistenza domiciliare, dando forza al modello delle caregiver a casa, favorendo la coabitazione (il cohousing), costruendo una rete di prossimità e di solidarietà. È fondamentale pensare già oggi a un domani diverso, dopo aver scoperto la nostra fragilità.

Il virus, purtroppo, porta a termine un’operazione di ‘scarto’ (Bauman) di chi è anziano iniziata molto prima. Mentre ci sarebbe stato bisogno di potenziare attorno a chi è più avanti negli anni una rete di rapporti, vicinato, volontariato, impegno per il bene comune, che diventasse garanzia di vita per gli anziani, per noi stessi e per tutti, è cresciuto il numero degli istituti e il numero di coloro che ne oltrepassavano la soglia.

Conosciamo forse la folgorante battuta di don Oreste Benzi: «Dio ha creato la famiglia, gli uomini hanno inventato gli istituti». Un modello basato sull’allontanamento dalla rete sociale e dal concentramento di coloro che sono in maggiore difficoltà, di fronte all’avanzare del coronavirus ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Le case di riposo sono istituzioni che rispondono a un bisogno. In molte di esse c’è attenzione e cura per gli ospiti, la consapevolezza di quanto l’umanità sia il primo requisito da preservare e condividere. Eppure, quanto sarebbe stato meglio investire su un sostegno alla famiglia per permettere di far restare a casa l’uomo e la donna fragili, come saremo tutti noi, prima o poi!

Per il futuro se ne dovrà tenere conto. Sarà necessario riscoprire e sostenere la famiglia, luogo di inclusione e di relazioni. Occorrerà far risorgere un umanesimo radicato nell’esperienza dei singoli, nella forza del legame, nell’osmosi di storie e rapporti. «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda… ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme », ha detto papa Francesco in quello straordinario momento di preghiera di fronte alla pandemia che si è svolto il 27 marzo. Siamo tutti sulla stessa barca. È vero oggi, sarà vero domani. I racconti della Passione della Settimana Santa che si apre ci indicano una strada: quella dei giovani che si prendono cura degli anziani e viceversa: «Donna, ecco tuo figlio!», dice Gesù dalla croce a Maria. E al discepolo dice: «Ecco tua madre!». E l’evangelista Giovanni annota: «e da quell’ora il discepolo l’accolse con sé». Che dalla croce di questo tempo sorga un mondo in cui le generazioni sappiano accogliersi a vicenda e gli anziani non siano scartati.

Trovare nuovi modi per farci prossimi

Cittadini e credenti di fronte a questo tempo e a quello che verrà

di Marco Impagliazzo su L’Osservatore Romano del 28 marzo 2020

L’emergenza che stiamo vivendo in queste settimane costringe la nostra società a inediti e repentini mutamenti. Le strade e le piazze piene di gente e luci del nostro quotidiano sono divenute buie e deserte. Il mondo è cambiato nel giro di pochissimi giorni e abbiamo ormai compreso che chiunque non abbia mai indossato una mascherina sarà costretto, prima o poi, a farlo, ovunque. Come affrontare, da cittadini e da credenti, questo tempo, e quello che verrà?

Sperimentiamo turbamento e apprensione, ci confrontiamo con la paura, ma non vogliamo essere sopraffatti da essa. L’impegno e la dedizione degli operatori sanitari che combattono in prima linea la malattia sono il simbolo di una comunità decisa ad aiutare chiunque, in particolare i più deboli e i più vulnerabili. Le tante espressioni di volontariato che restano al fianco di chi è più povero e fragile lo mostrano. I poveri, gli anziani, quanti sono affetti da patologie differenti dal covid-19, le persone con disabilità, i senza dimora, chi è in carcere, vivono oggi con maggiore sofferenza la loro condizione. È compito di ciascuno far sentire loro una vicinanza premurosa e attenta, anche se meno “fisica” che in passato.

Dovremo tutti essere attenti a quanti attorno a noi possono trovarsi in difficoltà, magari perché soli, e avviare una conversazione telefonica, inviare un messaggio, una mail, offrirsi di comprare cibo e medicine. L’epidemia rivela la nostra debolezza. Ma fa pure emergere la nostra forza: un potenziale di relazione, di capacità di cura e di tessitura, da esercitare subito, per evitare a molti di precipitare in un inferno di solitudine, mentre ci si separa per prevenire il contagio. Perché l’inferno — lo cantava anche Dante — può essere anche un luogo freddo, gelido, privo del calore della vita e delle sue interazioni, facili o difficili. Ed è soprattutto la dimensione del “senza”: senza stelle, senza tempo, senza speranza. Senza vita, senza gente, senza incontri, senza abbracci, come avviene in questa stagione che tanti affrontano in solitudine, senza il calore di una famiglia o di relazioni vere.
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Le mense di Sant’Egidio restano aperte. Aumentati i posti letto per chi non ha una casa dove restare. Impagliazzo: l’Italia della solidarietà resiste

da Il Faro di Roma del 23/03/2020

“Si sono allungate le file, ma nessuno viene respinto, se non di riesce a fare entrare tutti, in vari turni, ad alcuni si consegna il pranzo confezionato da consumare altrove”. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha risposto così a Uno Mattina. “Posso dire che nonostante l’emergenza sanitaria continua ininterrotta la catena della solidarietà”, ha assicurato descrivendo l’impegno dei volontari che incontrano per strada i senza tetto, “grazie a permessi concessi loro dai comuni”. Questo articolo è stato pubblicato in Articoli, Rassegna Stampa e taggato come , , , il da

#Iorestoacasa. Ma chi una casa non ce l’ha? Parla Impagliazzo (Sant’Egidio)

C’è un’emergenza nell’emergenza. Quella di chi non può restare a casa, perché una casa non ce l’ha: i senza fissa dimora. “È il problema di un’Italia nascosta a cui bisogna arrivare. All’isolamento che già uccide, non dobbiamo aggiungerne altro”. Conversazione di Formiche.net con il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo

di Francesco Gnagni su Formiche.net del 15 marzo 2020

Nell’emergenza coronavirus l’hashtag che è stato lanciato è #iorestoacasa. Una domanda tuttavia si è posta fin da subito, e giorno dopo giorno la si comincia a porre in maniera sempre più seria. Ma chi una casa non ce l’ha? In questa conversazione di Formiche.net ne abbiamo parlato con il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo.

Professore, c’è un’emergenza nell’emergenza?

Sì, e nei decreti governativi non si parla. Si è detto di affidarla ai Comuni, ma a Roma ancora non c’è nessuna decisione. Sant’Egidio sta sollecitando gli enti locali a prendere qualche misura necessaria. Molte persone sono in strada tutto il giorno ma gli enti privati sono chiusi o hanno limitato i posti. Comincia a esserci anche un problema di fame: persone che normalmente ricevono elemosina o aiuti da ristoranti, bar o privati, ora non ricevono più niente. Poi c’è un problema di servizi pubblici e igienici. Si dice di lavarsi le mani ma non ci sono i presidi necessari. Non lo dico polemicamente, ma penso che bisognerà cominciare a porsi il problema in maniera seria, visto che sono 50mila i senza fissa dimora sul territorio nazionale. Senza contare la questione dei campi Rom, dove molti non lavorano e vivono di elemosina, ma non possono più girare per le città in cerca di aiuto.
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Sant’Egidio: coronavirus, è tempo di essere più solidali. Intervista a Marco Impagliazzo

Appello di Sant’Egidio a non lasciare sole le persone più fragili in queste ore di emergenza dettate dal coronavirus. Il richiamo di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità

Intervista a Marco Impagliazzo, Vatican News del 10 marzo 2020

di Francesca Sabatinelli

Aumentare, nel rispetto del nuovo decreto, il monitoraggio di anziani, senza dimora, persone con disabilità. Per vincere il contagio e la paura, indica la Comunità di Trastevere, c’è bisogno di più solidarietà. Chiunque, può contribuire con il suo impegno, è l’invito del presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo:

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Coronavirus. Il gran valore dei «solidali». Le reti umane da valorizzare

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 6 marzo 2020

Queste settimane di dura prova per il nostro Paese, a causa della diffusione del nuovo coronavirus, hanno mostrato la tenuta delle istituzioni democratiche, l’abnegazione del mondo sanitario, della protezione civile e delle forze dell’ordine insieme al senso di responsabilità di tanti cittadini. Eppure, l’epidemia ci ha colti in un tempo liquido, in cui si sono dissolte reti sociali e relazionali sperimentate. Ognuno è più solo nel mare della vita. Di qui l’incertezza, la confusione, e a volte la paura di questi giorni. Di qui le città che si svuotano di vita.

Ognuno è un po’ più solo nella crisi e reagisce in modi a volte contraddittori. Le risposte positive però non mancano. L’emergenza ha fatto emergere la centralità delle reti di prossimità e di solidarietà oggi ancora più essenziali per contrastare la solitudine e l’isolamento di tanti. La vasta realtà di persone che appartengono a queste reti, espressione in gran parte del mondo cattolico, sono, generosamente, all’opera perché nessuna delle persone più vulnerabili e fragili rimanga sola in questa emergenza. Insieme a tanti preti al servizio e in ascolto delle persone.Nel tempo della solitudine è chiesto dalle autorità competenti – per un motivo quanto mai necessario e per ragioni assolutamente condivisibili – di creare una certa distanza, alla quale però si può rispondere facendo crescere la vicinanza relazionale. Non solo l’interesse e la partecipazione all’esistenza altrui, bensì qualcosa che si faccia premura, calore, accompagnamento. Non sconfiggeremo il covid-19 se saremo più soli, ma se saremo più vicini, pur in una distanza a prova di contagio. Non usciremo da questa prova astraendoci dal mondo esterno (e isolando gli altri), ma creando ponti capaci di non far andare alla deriva nessuno, a cominciare dai più deboli.
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“Crocevia antichissimo”, ma dotato di una sua identità

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 2 febbraio 2020

Il quadro mediterraneo, concepito come uno spazio storico-geografico, è lontano dall `essere compreso in profondità. Sui caratteri mediterranei prolifera un mare di clichés. Il Mediterraneo non è un solo mare, ma «una successione di mari » ha scritto Fernand Braudel, il grande studioso dell`identità mediterranea. Non si tratta di una sola civiltà ma di civiltà sovrapposte e connesse le une alle altre. Il Mediterraneo è anche il mare di tante e differenti storie di fede, di coabitazioni culturali e religiose difficili, ma mai impossibili. Da millenni è il mare dove si incrociano, si scontrano e coabitano cristiani di varie denominazioni: musulmani sciiti e sunniti, ebrei, arabi ed europei, turchi, greci, israe- liani, drusi, alauiti e minoranze di ogni tipo.

La loro storia di conflitti, coabitazione e scambi è parte essenziale della vita dei Paesi del Mediterraneo e forgia la storia di interi Stati. Oggi abbiamo piena coscienza che l `onda lunga della storia, di cui parla Braudel, è fatta di aspetti politici ed economici certamente, ma anche culturali e identitari. Cosa dire sull `identità mediterranea? Una visione ristretta considera il Mediterraneo, secondo il pensiero di Elisée Reclus, come un mare «de jonction », che mette in comunicazione tre conti- nenti e popoli diversi.

Lo studioso che ha più allargato e approfondito il concetto di Mediterraneo è Fernand Braudel, che sottolinea come il mare sia circondato da deserto da un lato, e da montagne sovrabbondanti che innervano le penisole del mare interno. «Che cos `é il Mediterraneo? – risponde lo storico Braudel -. Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mare. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre : il Mediterraneo è un crocevia antichissimo». Crocevia è parola chiave per definire questo mare, che è un mondo. Braudel coglie l’unità come elemento determinante del sistema mediterraneo: umana, fisica, nei paesaggi e nel clima. Dal punto di vista della ricerca, non è facile delimitare frontiere chiare del Mediterraneo, perché questa regione sfuma in un groviglio complesso. Soprattutto bisogna accettare che ci siano diverse concezioni di questo mare, a seconda dei punti di vista o delle questioni studiate. È auspicabile che ci si apra a una visione del Mediterraneo larga fino a quel «più grande Mediterraneo » caro a Braudel. Un mondo frammentato in tante storie diverse, ma intrecciate l`una con l`altra, in cui esiste un’unità profonda.

È un sistema che, però, non cancella l`esistenza di due mondi, l `uno quello della riva sud segnato dall `islam, l `altro al nord del Mediterraneo caratterizzato dal cristianesimo. Questo non vuol dire che i conflitti sotto i nostri occhi siano dovuti al confronto tra cristianesimo e islam. Ciò che papa Francesco sta compiendo, nei suoi viaggi mediterranei in Turchia, Egitto, Marocco e, per estensione, negli Emirati Arabi, è gettare ponti verso l `islam e i musulmani perché si possa ritornare a vivere insieme nella pace e liberarsi dalla trappola della violenza, che per troppo tempo ha sconvolto il mondo musulmano. Questi viaggi, uniti da una visione coerente circa il mistero del pluralismo religioso, letto da Francesco con le lenti della dichiarazione conciliare Nostra Aetate e dello spirito conciliare che ha generato qualcosa di più di un aggiornamento, hanno permesso di costruire un clima di collaborazione e sintonia con molti ambienti dell `islam mondiale.

Sintesi dell`intervento «Esiste una identità mediterranea?» contenuto in «Essere mediterranei».

Con passione per il futuro. Continente Anziani, Chiesa e società

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 30 gennaio 2020

«Non viviamo un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca», dice papa Francesco. È una verità profonda con cui fare i conti. Siamo infatti in una stagione di passaggio e quindi dobbiamo coglierne i segni dei tempi, come papa Giovanni e il Concilio ci hanno insegnato. Gli anziani, come i profughi e i migranti, sono un decisivo segno dei nostri tempi. Chi è l’anziano oggi? Quante età si celano dietro la sempre più generica definizione di “terza età”? Qual è l’impatto della forza omologatrice della globalizzazione su questa età della vita? Sono interrogativi complessi, ma vale la pena non eluderli perché il mondo invecchia a qualsiasi latitudine e questo secolo dovrà prima o poi farci i conti, anche se la cultura dominante ignora gli anziani o trucca la loro vita con i colori della giovinezza.

Uno dei più illustri gerontologi contemporanei, Jerôme Pellissier, ha scritto: «Non è un caso se i tre discorsi dominanti sulle persone anziane sono di ordine demografico, medico ed economico: invece di pensare la vecchiaia, ci si focalizza sui numeri, sui corpi e sui costi. La stessa difficoltà di trovare il termine adeguato testimonia il malessere: “vecchio” in opposizione a “giovane”, percepito quasi come un insulto, è diventato una specie di tabù».

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Scattiamo oltre l’ital-vittimismo. L’analisi del Censis, i punti di ripartenza

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 13 dicembre 2019

È utile tornare sul Rapporto Censis 2019, dossier che ci aiuta a leggere l’evoluzione del nostro Paese. Di fronte alla crisi economica, ma non solo, di questi anni gli italiani – come ha sottolineato su “Avvenire” Alessia Guerrieri – hanno messo in campo «una risposta individuale». È a tutti evidente che tra gli italiani, incerti sul futuro, delusi dalla politica, consapevoli della crisi demografica, intossicati dalle percezioni che diventano verità sui social e sui mass media, presi da un’ansia spesso senza nome, si è rafforzata l’antica tendenza a guardare al proprio “particulare”, a puntare – per usare le parole del Rapporto – alla «solitaria difesa di se stessi».

L’Italia del 2019 appare sfiduciata sulla possibilità di un miglioramento per sé e per la società nel suo complesso: «Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale sia bloccata». Secondo il 74% «l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione», mentre il restante 26% è certo che sia in arrivo «una nuova recessione». Davanti a un tale scenario, forte è la tentazione di contare solo «sulle proprie forze», di architettare «stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro». Eppure, una tale narrazione non spiega del tutto alcuni dati in controtendenza. E non mi riferisco soltanto alle «piastre di sostegno» e ai «muretti di pietra a secco» che, per il Rapporto, permettono di puntellare il terreno del benessere e preservare la tenuta della convivenza sociale.

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