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Dispersione scolastica, emergenza nell’emergenza

di Marco Impagliazzo sul Corriere della Sera del 10 febbraio 2021

Il fenomeno si sta allargando a causa della pandemia: coinvolti anche molti alunni delle elementari e delle medie. È compito del governo intervenire

I nostri figli, ce ne siamo accorti ormai da tempo, vivono un dramma nel dramma della pandemia. Hanno avuto poca scuola negli ultimi mesi e subiscono una pressione psicologica senza precedenti. Vari segnali mostrano un disagio crescente, come le risse in piazza, mentre si registra un allarmante aumento degli atti di autolesionismo. Tutte conseguenze dell’isolamento forzato e della maggiore difficoltà di frequentare i coetanei.

Vorrei qui soffermarmi sugli alunni di elementari e medie, di cui si parla meno rispetto ai liceali. Eppure agli Uffici scolastici regionali e al ministero dell’Istruzione giungono crescenti segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola (primaria o secondaria di I grado) o che perdono, nelle maglie larghe della didattica a distanza, quella continuità d’insegnamento e di relazione che è la maggiore garanzia di un successo formativo.

Una battaglia che l’Italia conduce da tempo, quella contro la dispersione scolastica — che aveva visto di recente qualche timido progresso — ora rischia, a causa della pandemia, di arretrare nuovamente. Gli ultimi dati diffusi dalla Commissione Europea («Relazione di monitoraggio del settore dell’istruzione e della formazione per il 2020») ci ricordano l’entità del problema. I minori che abbandonano precocemente l’istruzione o la formazione sono il 13,5% del totale. L’Italia purtroppo è tra gli ultimi Paesi europei in questa classifica. Parliamo di cifre relative al 2019, prima della diffusione dell’epidemia. Ma il fenomeno si allarga — come mostra un’inchiesta della Comunità di Sant’Egidio — ed è più alto ancora al Sud, nelle periferie delle grandi città e tra i ragazzi di origine straniera, rischiando di vanificare la spinta all’integrazione.

Tutto ciò riempie di preoccupazione. Parliamo di bambini e adolescenti che avrebbero diritto a qualcosa di diverso dalla scuola della strada o da una formazione incompleta, un danno secco alla crescita civile, culturale ed economica del Paese.
Siamo in presenza di un’emergenza vera e propria, da vivere come il primo dei problemi. Perché da don Milani sappiamo che «la scuola ha un problema solo, i ragazzi che perde». In Lettera a una professoressa, i ragazzi del piccolo borgo di Barbiana, erano allora molto netti nei giudizi: voi (insegnanti) dovreste lottare «per il bambino che ha più bisogno», andare «a cercarlo a casa sua se non torna»; non darvi «pace, perché la scuola che perde Gianni non è degna d’essere chiamata scuola».

La dispersione scolastica è fenomeno complesso, dipendente da vari fattori. Non si può pensare di contrastarlo solo con l’abnegazione dei docenti, perché la scuola non riguarda solo gli insegnanti, o i genitori. La ferita dobbiamo sentirla tutti. Ciò di cui si ha bisogno è un’azione sinergica che non lasci sola la scuola, con idee, investimenti, e implementazione delle best practicesgià avviate. Per andare «a cercare a casa» i tanti Gianni che se ne sono allontanati perché non istituire una nuova figura, quella del «facilitator» scolastico, per andare — anche fisicamente — a cercare chi si è perso per strada e reinserirlo in un percorso educativo e di istruzione? Far rispettare l’obbligo scolastico non è solo una questione giuridica.

È sotto gli occhi di tutti che la didattica a distanza, soprattutto in certe situazioni marginali, non ha funzionato e forse non può funzionare. Così come non si può estendere all’infinito l’istituto dell’istruzione parentale, laddove le famiglie non sono in grado di supportare i figli. E poi occorrerà recuperare nei prossimi mesi, fino all’estate, le tante ore di studio che si sono perse lasciando aperte le scuole fino a quando servirà. Sarà il compito del nuovo governo. Il presidente del Consiglio incaricato ha già parlato, nel suo breve discorso di accettazione, di «uno sguardo attento al futuro delle giovani generazioni». È davvero lo spirito con cui muoversi nelle settimane e nei mesi che verranno. Il disagio psicologico e la crisi formativa di tanti bambini e adolescenti ci ricordano che la sfida non è solo economica. Parliamo tanto di un piano «Next Generation». Che la scuola, e non la strada o un cellulare, siano l’oggi e il domani di tanti bambini e ragazzi, il loro «Recovery plan».

30 Gennaio h16.00 – “Giornata della Pace. Custodi di memoria, costruttori di futuro – Dialogo a più voci con Marco Impagliazo, Mons. Redaelli”

Sui canali social associativi e della diocesi si svolgerà un incontro dal titolo “custodi della memoria, costruttori di futuro”  che vedrà  la partecipazione di  Marco Impagliazzo Presidente della Comunità di Sant’ Egidio e l’Arcivescovo Carlo Maria Radaelli Presidente nazionale Caritas che dialogheranno con il giornalista di Avvenire Marco Girardo, ci sarà anche una breve testimonianza di Franco Miccoli Presidente della associazione Concordia e Pax. 

Il convegno sarà trasmesso sui canali dell’Azione Cattolica di Gorizia: https://www.youtube.com/channel/UCx8DQTQFqKaGmBlRqmsSZcA/featured

Incontro sull’enciclica “Fratelli tutti” con l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, Marco Impagliazzo e Antonio Spadaro – GUARDA IL VIDEO

Il 28 gennaio alle ore 17:00, nell’ambito della rassegna culturale  ‘Sentieri letterari nella contemporaneità’, promossa dall’Ufficio Scolastico Territoriale di Sondrio e di Cremona, l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, il Presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, e Antonio Spadaro, Direttore della “Civiltà Cattolica”, analizzano l’enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco. Modera Riccardo Maruti, giornalista di “La Provincia di Cremona”.

Curare il male antico della guerra. Un impegno di pace che si fa più acuto, una speranza da tener cara

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 3 gennaio 2020

L’anno 2021 si è aperto con la buona notizia del vaccino: realizzato mai così presto, e con la speranza che arrivi a tutti. È il frutto di uno sforzo comune che prefigura un tempo nuovo da affrontare insieme. Forse mai come nell`anno che ci siamo lasciati alle spalle abbiamo potuto capire quanto l`intera umanità stia sulla stessa barca, nel bene e nel male, nell`impegno collettivo, che abbiamo cominciato a sperimentare, come nei drammi vissuti. E abbiamo anche compreso che è impossibile star bene se si esclude qualcuno. È significativo, in questo senso, che il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest`anno abbia unito la cura e la pace. Salvarsi insieme vale per la pandemia ma anche per la guerra: quando ci si combatte in un luogo è come se tutti gli uomini della terra lo facessero.

C`è un`intima solidarietà tra gli esseri umani nella sofferenza come nella speranza. Se qualcuno soffre per la guerra vuol dire che presto o tardi tutti ne soffriranno. Di conseguenza tutti ne devono essere consapevoli e coinvolti nel farla cessare. Nella politica internazionale osserviamo spesso una complicità che lega chi fa la guerra e chi non è pronto a fermarla. Nell`anno trascorso una quarantina di Stati si sono trovati coinvolti in almeno una delle varie forme di conflitto armato che oggi infuriano sul pianeta. Se poi si allarga lo sguardo e si includono anche i Paesi in cui è in corso una qualche forma di repressione interna armata o di abuso violento dei diritti, la cifra degli Stati coinvolti aumenta del doppio: circa ottanta Paesi che subiscono violenza su un totale di 193 nel mondo. Di fronte a tale scandalo, che provoca la morte di molti innocenti, troppi dirigenti politici hanno abbassato le braccia: poca mediazione, poche iniziative di pacificazione, scarso impegno per i conflitti congelati da tempo, con il rischio che si riaccendano perché non risolti. Soprattutto ha preoccupato la minor considerazione per il sistema multilaterale di dialogo politico e la conseguente tentazione di molti Stati di risolvere i contenziosi con la forza delle armi. Nel 2020 è stato celebrato i175° anniversario delle Nazioni Unite, nate nel 1945 dopo la seconda guerra mondiale proprio con l`obiettivo di non ricadere mai più in tale disastro: never again si disse all`epoca. Per questo, anche a causa della pandemia, il segretario generale dell` Onu aveva chiesto nel marzo scorso una tregua umanitaria mediante un cessate il fuoco incondizionato: «Il nostro mondo fa fronte a un nemico comune: il Covid-19. Il virus non tiene conto di nazionalità, etnia, fazione o fede. Esso attacca senza sosta tutti indistintamente», aveva scritto. Era un messaggio rivolto a tutti gli Stati: proclamiamo una tregua per affrontare il comune nemico dimostrando di essere all`altezza della sfida. Malauguratamente l`appello non è stato ascoltato.

C`è troppa abitudine alla guerra, anche se qualche luce nel buio si è vista, come i passi avanti negli accordi per il Sud Sudan, maturati a Roma, e soprattutto gli accordi tra alcuni Paesi arabi e Israele, segno che la pace è sempre possibile anche quando la guerra dura molto a lungo. Ecco quale può essere oggi il nostro impegno, all`inizio del 2021: far udire sempre la ragionevolezza della pace, non accettare mai che taccia perché ci può essere sempre qualcuno che sa ascoltarla anche quando non crediamo sia possibile. Dare voce alla pace è impegno per quella fraternità universale di cui papa Francesco ci parla nell`ultima enciclica Fratelli tutti. Se ne sente il bisogno, con urgenza, anche nella vita quotidiana. Basta pensare a quante armi terribili, di distruzioni di massa, continuano a essere prodotte, con il rischio che vengano utilizzate, magari per errore, come nel caso delle armi nucleari. Non possiamo accettare che tale, oscuro, destino incomba sull`umanità. Ci serve per questo la pace dei cuori. Ma se la pace è sempre possibile occorre entrare nell`anno nuovo accompagnati dalla speranza che un giorno la guerra sia abolita. Le generazioni passate riuscirono ad abolire la schiavitù: l`onore della nostra generazione potrebbe essere quello di un passo decisivo che abolisca la guerra. E il sogno da realizzare.

L’ONU: Efficace tavolo globale. Per un minimo comune denominatore necessario perché i popoli vivano insieme in pace sul pianeta

di Marco Impagliazzo su Vita Pastorale, 2 gennaio 2020

Le Nazioni Unite compiono 75 anni. Non hanno però potuto festeggiare questa ricorrenza come avrebbero voluto a causa del Covid-19. L`Assemblea generale 2020 è stata la prima della storia a non svolgersi in presenza ma on line. Le sale e i corridoi del Palazzo di vetro sono rimasti vuoti e silenziosi: niente incontri, né cortesi dissensi, né accordi sottobanco o strette di mano inconsuete. Eppure, la vera caratteristica dell’annuale incrociarsi a New York era proprio il fatto di potersi guardare tutti negli occhi.

Per la maggioranza dei 193 Paesi l’Onu resta il solo spazio reale in cui vedersi con chi conta: i leader o i ministri delle potenze globali e regionali. Per capire la peculiarità delle Nazioni Unite occorre mettersi al posto dei numerosissimi Stati piccoli e medi, meno ricchi e meno influenti, quelli che raramente sono protagonisti e che ricevono pochi inviti internazionali. All’Onu è diverso: tutti ricevono la medesima attenzione, hanno diritto allo stesso spazio in termini di tempi di parola e di voto in assemblea.

L’Onu rappresenta l’unico posto al mondo in cui il loro voto conta qualcosa. Il 75° dell’organizzazione ci ricorda anche un`altra cosa: a New York ci sono tutti, senza esclusione. Normalmente nello svolgersi della politica estera, gli Stati decidono chi frequentare e chi no.

Alle Nazioni Unite, invece ci sono tutti e ogni Paese si incontra, anche con chi considera avversario. Questo fatto rappresenta un messaggio e un’opportunità: da un lato afferma che la convivenza deve rimanere sempre possibile, malgrado i dissensi e le differenze; dall`altro offre a chi non si parla la possibilità di farlo senza che ciò divenga un cedimento. Che poi l`Onu abbia bisogno di una riforma, specie per il budget eccessivo e la questione irrisolta dell’eccessivo ruolo dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza, questo è ormai patrimonio comune. In questo senso è auspicabile una riforma delle Nazioni Unite che dia voce veramente anche ai Paesi più piccoli, ai Paesi più poveri, quelli che soffrono dell`esclusione sociale ed economica.

Eppure – va detto con chiarezza – se non ci fossero le Nazioni Unite, il mondo sarebbe peggiore: il multilateralismo ha un suo ruolo determinante. Non è un caso che da Paolo VI in poi, i Papi si siano rivolti proprio all’Assemblea generale considerandola un podio globale da cui parlare in favore della pace e del dialogo. Per la Santa Sede l’Onu resta, come disse papa Francesco cinque anni fa, la risposta imprescindibile alle grandi crisi del mondo contemporaneo.

In questa 75a Assemblea generale dell`Onu, il segretario generale Antonio Guterres ha lanciato un appello a salvare il multilateralismo affermando che «oggi abbiamo un surplus di sfide multilaterali e un deficit di soluzioni multilaterali». A causa della pandemia, il foro principale del multilateralismo non ha potuto giocare pienamente il suo ruolo proprio quando ce n`era più bisogno. Nel corso degli ultimi anni il dialogo globale sembra aver perso colpi: dalla desistenza Usa al consenso ottenuto sul clima a Parigi con la Cop 21, all’scita degli Usa dall’Organizzazione mondiale della sanità proprio nell`anno del Covid-19.

Quest’anno il segretario generale Guterres ha molto insistito sul programma Covax, allo scopo di creare quel tasso di solidarietà collettiva necessario affinché il vaccino sia, se non prodotto, almeno distribuito equamente dappertutto nel mondo. Le Nazioni Unite sono l`unico foro mondiale capace di mettere a fuoco e influire su temi globali come questo: se a New York si decide collettivamente sulla distribuzione del vaccino, ad esempio, sarà più difficile per gli Stati ricchi applicare una politica restrittiva o egoista, così come sarà anche più arduo per le imprese farmaceutiche private concentrarsi solo sui propri guadagni.

Il 75° delle Nazioni Unite ricorda quanto sia importante mantenere un efficace tavolo globale in cui ognuno abbia un suo posto e in cui si possa dibattere delle questioni che coinvolgono tutti. Dall`ambiente alle risorse rinnovabili, dalla lotta contro le pandemie all`educazione per tutti, dal lavoro decente ai diritti: tanti sono i temi sensibili su cui New York può mettere in campo un difficile ma crescente processo unitivo che crei quel minimo comun denominatore necessario per vivere insieme in pace sul pianeta. È noto che molti leader mondiali sono oggi degli unilateralisti anche se si appellano all`Onu quando pare loro opportuno. In questi ultimi vent`anni gran parte della politica mondiale si è svolta come se il consenso di non scatenare guerre in prima persona, e di non alimentarne, fosse tramontato, mandando all’aria decenni di costruzione del sistema di sicurezza collettiva.

Di conseguenza la pace ha perso in popolarità e il conflitto è stato considerato sempre più come un fenomeno naturale. Ma il paradosso è che il pianeta è divenuto anche sempre più multipolare e multidimensionale. Avremo quindi sempre più bisogno di momenti di incontro aperti, generali e senza esclusioni per risolvere i problemi. Per continuare a svolgere il suo ruolo, l`Onu si può rivelare lo snodo indispensabile nel risolvere i molteplici contenziosi internazionali o nello stringere accordi sul futuro.

La riunione dei popoli ci dice che la pace è sempre possibile e che si può operare ragionevolmente per raggiungerla o preservarla laddove è a rischio. La società civile internazionale e le sue innumerevoli organizzazioni e associazioni, sono un alleato prezioso delle Nazioni Unite, come mostrala loro azione in favore degli ultimi e dei sofferenti.

Benvenuto vaccino, inizio di una lunga via. Editoriale di Marco Impagliazzo

da Avvenire del 27 dicembre 2020

Parte oggi, in tutta Europa, la campagna di vaccinazione più imponente della storia: insieme nello stesso giorno.

E già questo è un bel segnale di unità. Travolta da un’epidemia come non se ne vedevano da un secolo, l’umanità ha saputo reagire, con la cura – medici, infermieri, personale sanitario, si sono prodigati per mesi, salvando migliaia di vite umane – e con la ricerca: mai così tanti vaccini erano stati ideati e messi in campo, e a tale velocità.

Il virus resta temibile e miete ancora troppe vittime, ma nel buio vediamo una luce: una giovane infermiera sarà oggi la prima, in Italia, a ricevere una dose del prodotto messo a punto dalla Pfizer. Certo, non è che un inizio. La strada è lunga. E i prossimi tornanti si preannunciano impegnativi.

Ma questo è un momento importante nella lotta contro la pandemia, l’avvio di un percorso destinato a muoverci verso una normalità che protegga la vita dei più deboli, permetta il ripristino di quella socialità di cui tutti abbiamo bisogno, contenga e poi annulli le ricadute economiche del dramma consumatosi nel 2020. Le restrizioni non sono finite, e purtroppo nemmeno i contagi. Si aspettava questo giorno.

Papa Francesco ha detto alla benedizione di Natale urbi et orbi: «In questo tempo di oscurità e incertezze per la pandemia appaiono diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini», ammonendo di nuovo che siano «a disposizione di tutti». E occorre vigilare perché lo siano davvero. Tanti sono malati o in isolamento, tanta parte della scuola italiana è rimasta chiusa per mesi, gli istituti per anziani sono chiusi, la solitudine è più amara e più diffusa, in troppi sono preoccupati per il domani e continuano ad allungarsi le file di chi ha bisogno di un pacco alimentare. Ma ora possiamo sperare che il tempo della prova si attenui. Il nostro mondo vede la prospettiva della guarigione dal virus e i nostri cuori guardano al futuro in maniera differente.

«Sbaglia chi pensa che nasciamo una volta sola. Per chi vuole vivere, la vita è piena di nascite», ha scritto qualche giorno fa su queste colonne il poeta e cardinale Josè Tolentino. E questo 27 dicembre può essere in un certo senso paragonato a una nuova nascita.

Una ripartenza, coscienti di quel che è stato, sempre più chiaro con il passare del tempo – cioè che siamo «tutti sulla stessa barca» e che non possiamo fare a meno degli altri – pronti a costruire un tempo migliore. Questo è il compito della stagione che si apre. Verso la fine dei “Promessi Sposi”, mentre la peste si avvia a scomparire, nel lazzaretto padre Felice si rivolge a coloro che ce l’hanno fatta, e stanno per uscirne, e tornare in città, con una predica richiamata qualche mese fa dal Papa durante un’udienza generale: «La memoria de` nostri patimenti ci renda compassionevoli e soccorrevoli ai nostri prossimi, […] che tutti son poi finalmente nostri fratelli […]. Cominciamo da questo viaggio, da` primi passi che siam per fare, una vita tutta di carità. Quelli che sono tornati nell’antico vigore, diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani, sostenete i vecchi; voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete, intorno a voi, quanti figliuoli rimasti senza padre! siatelo per loro!».

Parole che ci aiutano a riflettere sul domani che c’è da costruire e che chiede memoria, consapevolezza, dedizione e visione. Occorre ricordare chi ci è stato rapito dalla tormenta, e riflettere su cosa si è rivelato inadeguato – e qui pensiamo alle migliaia di morti nelle lungo degenze -. Ma anche guardare a quei «tutti» che «son poi finalmente nostri fratelli», sostenere i vecchi e accompagnare i giovani privati della normalità scolastica e della relazionalità cui avevano diritto, e cominciare una vita diversa: «una vita tutta di carità» avrebbe detto Manzoni, fatta di reti, di sostegno, di maggiore prossimità, possiamo dire noi. Come dopo una guerra, abbiamo visto troppa morte per non amare di più la vita in ogni sua fase e stagione.

È necessario il convergere di tutti perché nessuno sia scartato, a nessuno sia tolto il respiro della speranza, per nessuno il futuro sia qualcosa da affrontare da soli o in modo soltanto virtuale. Tutti attendiamo un tempo nuovo, ma perché sia nuovo deve esserlo per tutti.

Francesco, Chaplin e un sogno vero. Per uscirne tutti insieme

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 29 novembre 2020

Nel 1940, ottant’anni fa, in un autunno di guerra in Europa, quando si intuiva già il dramma in cui il mondo stava precipitando, anche se non era ancora chiara la profondità dell’abisso (60 milioni di morti, la Shoah, l’atomica su Hiroshima e Nagasaki), usciva nelle sale statunitensi il film di Charlie Chaplin, “Il grande dittatore”.
In quel film – è noto – Chaplin interpreta due parti, quella di Adenoid Hynkel, versione caricaturale di Hitler, e quella del somigliantissimo barbiere ebreo, al quale, scambiato per il dittatore, nella sequenza finale viene chiesto di arringare la folla. Ne viene fuori un bellissimo “discorso all’umanità”.

Il cambiamento di registro – dal comico all’ispirato – lasciò perplessi i critici, ma oggi quelle parole testimoniano la visione di Chaplin sull’uomo e sul domani, il suo personale «I have a dream» e, al tempo stesso, interpretano i sentimenti di miliardi di uomini e di donne.
«Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, neri e bianchi. Tutti noi esseri umani vogliamo aiutarci l’un l`altro, siamo fatti così. Vogliamo vivere fianco a fianco con la felicità del prossimo, non con la sua miseria», dice il barbiere. “A coloro che mi ascoltano io dico: non disperate! Non siete macchine! Non bestie! Siete uomini! Avete l’amore per l’umanità nei vostri cuori! Voi, il popolo, avete la forza di costruire la felicità! Di far sì che la vita sia libera e bella, sia una magnifica avventura! Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a ognuno un lavoro, ai giovani un futuro, agli anziani la sicurezza».

Anche noi, in questo autunno di tristezza e scontento che si sta già facendo inverno, mentre viviamo un tempo tanto difficile, siamo chiamati a guardare oltre, a non disperare, a credere ancora più fortemente che «un mondo nuovo» sia possibile, a costruire orizzonti di unità e di solidarietà. È il tema della Fratelli tutti, l’enciclica per la stagione che viene, per un mondo che è a un bivio. In pieno disordine globale, nel mezzo di una «terza guerra mondiale a pezzi», esposti a una pandemia come non se ne vedevano da un secolo, alle prese con le sue ricadute economiche, le persone sono disorientate, preoccupate, impaurite. Che fare? Papa Francesco ha chiaro che si tratta di scegliere un futuro di «fraternità universale», in cui l’altro non sia il mio nemico, ma mio fratello.
Insieme all’epidemia la solitudine è un ulteriore contagio che si diffonde, si disgregano le reti che tengono insieme la polis, si accentuano le divisioni tra le nazioni, le culture, i continenti. Una comunicazione senza mediazioni, soggetta all’istinto e aliena dalla riflessione, induce a chiudersi, illude di poter fare da soli. Il magistero pontificio vive della convinzione opposta. E Francesco, in questa nostra epoca, è l’uomo della «fraternità universale».
La Chiesa non accetta di rattrappirsi, di essere una comunità senza sogni. Continua a parlare perché il mondo sia diverso, perché esso abbia un futuro. È quel che il Papa ha detto ai giovani domenica scorsa: «Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia».
La notizia è che il presente può cambiare. Che il futuro possiamo costruirlo migliore, anche se oggi siamo in guerra contro il virus e contro le sue lunghe conseguenze economiche e sociali. La notizia è che un tempo nuovo può essere cercato e costruito, come ci ricorda anche l’Avvento che sta per iniziare, nell’opera di uomini e donne che rammentano di essere umani, e di essere tutti fratelli, come ci ripete la nascita di Gesù.
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Anziani: Assistenza e cure domiciliari possono evitare l’isolamento. Approfittare dell’emergenza per investire nella creazione di reti umane e sociali

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 31 ottobre 2020

Mentre viviamo la seconda ondata della pandemia ciò che di drammatico è avvenuto negli istituti per gli anziani e più in generale per le persone fragili, ci fa capire che non si tratta solo di mettere qualche toppa al sistema di assistenza e cura esistente o, meno che mai, di attendere che passi la bufera per tornare alla “normalità”. Il Covid-19 al contrario è l’occasione per una riflessione più generale su come considerare la presenza degli anziani nella nostra società e su come rispondere al meglio alle loro necessità. Nelle cosiddette Long Term Care Facilities – siano esse le anglosassoni nursing home, le nostre Rsa, le case di riposo più o meno registrate e controllate – si è registrato oltre il 50% delle morti, a livello planetario. Mi sembra un punto di partenza adeguato da cui iniziare una riflessione per un profondo cambiamento. Molti istituti sono luoghi dove in diversi casi la fragilità dell’anziano viene privata delle protezioni offerte dalla casa, dai ricordi e dalla rete umana che si è sedimentata negli anni attorno a essa. L’isolamento ulteriore rappresentato dalle misure anti-Covid non ha certamente giovato. Ha anzi aggravato, trasformandola in vera e propria sindrome da abbandono la condizione di molti over70. Dovremo purtroppo constatare anche numerosi decessi legati all’abbandono. Di questo abbondano già diverse evidenze.
È davvero impossibile evitare che gli anziani istituzionalizzati restino isolati, senza alcuna possibilità non solo di visite ma spesso anche di comunicazione con video-immagini, così come è accaduto?
Occorre al più presto intervenire – lo si doveva fare già nei mesi passati! – per favorire, una comunicazione che rompa l’isolamento, anche perché la condizione di chiusura de facto, che perdura da mesi nelle strutture per anziani, continuerà anche nei prossimi. Tenerne conto è necessario per introdurre una serie di interventi urgenti, forse complessi ma certamente possibili, così come altre realtà (la scuola tra tutte), hanno dimostrato. Il recente intervento del presidente dell’Emilia Romagna a favore di visite di parenti, se con tampone effettuato nelle ore precedenti, è un ulteriore stimolo a trovare soluzioni che coniughino sicurezza e umanità. Associando a questa possibilità i volontari di tutte quelle comunità e associazioni, che già conoscono e hanno rapporti con gli anziani residenti, in particolare con quelli che sono rimasti senza famiglia. Il tutto in un rigoroso rispetto delle misure di prevenzione.

Si tratta però anche di non insistere solo sull’istituzionalizzazione, come fosse l’unica risposta praticabile, in alcuni casi giudicata “inevitabile”. La sanità pubblica e la geriatria internazionali spingono da anni per un esteso continuum assistenziale, di cui le residenze rappresentano solo un tassello di un più ampio mosaico, che non può e non deve essere in alcun modo perno del sistema. L’assistenza domiciliare integrata rappresenta in Italia una quota irrisoria della assistenza: si stima mediamente 16 ore all’anno per anziano bisognoso. Questo impressionante squilibrio è sotto gli occhi di tutti. Fingiamo insomma di avere una assistenza territoriale, presso le dimore degli anziani, dimenticando che senza il milione (e più) di badanti che si occupano oggi degli over70 nel nostro Paese, tutto il sistema entrerebbe in una grave crisi di sostenibilità. A questo si deve aggiungere la mancanza di centri diurni, di estese soluzioni di telemedicina, di servizi di lotta alla solitudine e all’isolamento sociale, insomma di quella articolazione di servizi che ci permette di uscire dalla logica dell’istituzionalizzazione per mera mancanza di alternative. È a questa condanna che ci si vuole opporre, serenamente ma fermamente.
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Don Roberto Sardelli. Una tonaca nell’inferno delle borgate di Roma

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 25 ottobre 2020

Don Sardelli, preso a esempio don Milani, scese nelle periferie descritte da Pasolini. Un libro trascrive i colloqui dove il prete narra la sua Scuola 725 tra gli ultimi

Quel prete di periferia, don Roberto Sardelli, parla ancora, nel bel libro-intervista curato e introdotto da Massimiliano Fiorucci, pedagogista di fama e direttore del Dipartimento di Scienze della Formazione a Roma Tre, Dalla parte degli ultimi. Una scuola popolare tra le baracche di Roma (Donzelli, pagine 208, euro 25). Vi si ripercorre l’avventura di un prete sulla frontiera metropolitana, vi si ritrova la passione per gli uomini, le donne, i ragazzi dell’Acquedotto Felice; vi si respira il sogno di una scuola che fosse il riscatto di quella Barbiana di borgata. Tutto questo vien fuori, sorgivo e affascinante, dalla trascrizione dei cinque colloqui avuti con il curatore dall’iniziatore della “Scuola 725”, tra l’ottobre 2015 e il giugno 2016.

Sono pagine che ci riportano indietro, in un’altra Roma. Quella pasoliniana delle “vite violente”, quella degli immigrati italianissimi, benché meridionali, giunti in cerca di fortuna nella capitale del Paese del boom economico e costretti ad adattarsi tra le “marrane”, ai margini della città della “dolce vita”.

In quella Roma un giovane prete, che aveva incrociato l’esperienza di don Milani, scelse di tenere aperti gli occhi e il cuore, rinunciò a una consuetudine pastorale comoda ma poco evangelica («E allora io preferisco l’inferno, e vado alle baracche!»), si gettò a capofitto in una missione fondata sulla condivisione come quotidiano e sulla scuola come orizzonte. Una scuola a tempo pieno, come quella milaniana, centrata sulla riappropriazione della parola da parte di chi ne era escluso, animata da uno spirito critico, ambiziosa nel suo voler essere “politica” nel senso originario del termine: «Proposi lo studio come via d’uscita da una condizione umiliante», si ascolta ancora la voce di don Roberto nel materiale d’archivio ritrasmesso un anno fa da Radio3.

La scuola, la Chiesa, la periferia, sono i tre poli tra i quali si snoda il volume. Tra i quali si è mossa la vita di Sardelli, prete ciociaro “in uscita”, che si trasferisce dalla parrocchia nella baracca n. 725, destinata da allora a ospitare lui e la scuola omonima. Un gesto che significava il rifiuto di ogni assistenzialismo («Ai baraccati ho portato la scuola!»), un’idea precisa di Chiesa («Occorre ritornare agli ambienti ai quali si avvicinava il Cristianesimo primitivo e lo stesso Cristo, cioè gli ambienti più disagiati, i poveri, i rifiutati dalla società»), l’impegno a trasmettere a ogni bambino la fiducia nel cambiamento esistenziale che nasce dalla cultura («Io, baraccato, povero, etc., devo diventare uno scrittore, una persona in grado di riflettere sugli eventi»).
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