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Tutto l’«innominabile» che invoca misericordia. Verso il Giubileo, risfogliando i “Promessi Sposi”

Avvenire, 11 aprile 2015

«Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!». Sono le parole che Lucia Mondella, protagonista femminile dei “Promessi Sposi”, rivolge per due volte all’Innominato in quel XXI capitolo del romanzo manzoniano che ne costituisce il punto di svolta, l’inizio di un lento processo attraverso cui il disegno di male in cui i protagonisti dell’opera si erano trovati invischiati e travolti viene reso vano e ribaltato fino all’affermazione di un disegno diverso, provvidenziale, di bene e di perdono.
Ho ripensato al libro che, come tutti gli italiani, ho conosciuto sui banchi di scuola, riflettendo sull’annuncio a sorpresa da parte di papa Francesco di un Anno Santo straordinario della Misericordia: «La strada della Chiesa – aveva detto in precedenza il Papa – è quella di non condannare eternamente nessuno; […] di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza; di seguire il Maestro che disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano”».
Mi sembra che il prossimo Giubileo abbia già il suo romanzo. È il capolavoro di Manzoni, da riscoprire e gustare in maniera nuova. Come l’irruzione di un vento di cambiamento nella vicenda esistenziale, spesso ripetitiva, affannata, sofferente, degli uomini e delle donne. E’ un invito a considerare la possibilità di un inizio lieve e differente, che cancelli le lentezze, le pesantezze, le tristezze, che ognuno e ogni società hanno accumulato nel passato. Per bocca di Lucia, Manzoni ci trasmette una grande verità, che il Padre non aspetta altro che perdonarci, che per farlo “si accontenta” di un’opera di misericordia. «Compisca l’opera di misericordia», incalza Lucia vedendo l’Innominato scosso dalle sue parole.
C’è, nell’intuizione del Papa, la coscienza di quanto il mondo sia assetato di parole e gesti di misericordia. Ma questa è anche la consapevolezza e l’esperienza di ciascuno di noi, spettatori di un tempo in cui le guerre si succedono alle guerre (si pensi al solo Medio Oriente: prima la Siria, poi l’Iraq, poi la Libia, ora lo Yemen… come un domino diabolico, che nega la pausa della misericordia, che non ha paura dell’avvitarsi dell’escalation), gli attentati ciechi eppure mirati (Pakistan, Tunisia, Nigeria, Kenya…), la disperazione crescente (un sentimento che spinge tanti nel Sud del mondo agli estremi della violenza diffusa e dell’emigrazione, tanti in Occidente nella prigione della solitudine e, a volte, della follia).
C’è tanto di innominabile in questo mondo. Guerre, terrorismo, nichilismo, disprezzo, abbandono, indifferenza; e poi negazione dell’infanzia, scarto della vecchiaia, rifiuto dei poveri e non della povertà imposta e subita. C’è dimenticanza e deconsiderazione per i nomi belli della pace, del dialogo, della solidarietà, della compassione. Di fronte al tragico agitarsi degli Innominati di questo tempo, nonché di tutto ciò che di innominato vi è, tanto sugli scenari globali, quanto nei nostri percorsi individuali, si staglia un invito, una proposta: «Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: – Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia! – […]; ma con un suono pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza».
«Dio ha operato in voi il prodigio della misericordia», dirà poche pagine dopo il cardinal Federigo all’Innominato, in quell’incontro che è tra le pagine più amate da Bergoglio, come su “Avvenire” ci ha rivelato Stefania Falasca. Sempre la misericordia è un prodigio. Sempre è la trasformazione di una storia che sembrava incanalata in una direzione scontata, indifferente al bene o complice del male, ma alla fin fine senza prospettiva. Essa è la risposta di Dio a ciò che di sbagliato e di bloccato è presente nel mondo e nella vicenda umana, la premessa e la prova che come amava dire Giovanni Paolo II: «la storia è piena di sorprese».

“La Chiesa è in prima linea contro le guerre”. Intervista a Marco Impagliazzo

Vatican Insider, 23 agosto 2014

Intervista a “Vatican Inisider” dello storico della Chiesa Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio e consultore dei dicasteri vaticani dei Migranti e della CulturaIntervista a “Vatican Inisider” dello storico della Chiesa Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio e consultore dei dicasteri vaticani dei Migranti e della Cultura

“Francesco richiama tutti ad uscire”, spiega a “Vatican Insider” lo storico della Chiesa Marco Impagliazzo, dal 2003 presidente della Comunità di Sant’Egidio e consultore dei dicasteri vaticani dei Migranti e della Cultura.

Professore, cosa significa passare da una Chiesa euro-centrica a quella delle periferie geografiche ed esistenziali?

“La Chiesa nel mondo globalizzato si presenta come una realtà internazionale con una guida centrale che attraverso i suoi fedeli sparsi in ogni parte del mondo vive le gioie e le sofferenze di tutti i popoli. L’attenzione ai poveri, alle persone in difficoltà e alle periferie che Papa Francesco ha messo al centro fa sì che oggi la Chiesa viva una stagione rinnovata di impegno per la pace, la riconciliazione e la giustizia nel mondo”

Perché il Vaticano è tornato in prima linea nelle crisi internazionali?

“La causa è la fedeltà al Vangelo e l’attenzione ai poveri che ne discende. Chi ascolta e vive il Vangelo incontra i poveri sulla sua strada. E dunque incontra tante situazioni di difficoltà e di sofferenza che vanno affrontate. L’obiettivo è quello di far sì che il Vangelo e l’amore e la misericordia del Signore siano comunicati a tutti e soprattutto ai più poveri. E insieme a questo che i popoli e le persone ritrovino quello spirito di fraternità che spesso manca, e con esso la pace”.

Il pacifismo da solo non basta più?

“Da qualche anno studio il rapporto tra la Chiesa cattolica e la guerra. Devi dire, in sintesi, che dalla prima guerra mondiale a oggi la parola della Chiesa è stata di netto rifiuto del conflitto. Soprattutto a causa del fatto che le guerre contemporanee coinvolgono i civili e seminano morte e distruzione.la guerra è un terreno invivibile per la Chiesa che è realtà universale e ha fedeli in ogni parte del mondo. Da Benedetto XV, che definì la prima guerra mondiale l’inutile strage, a Papa Francesco, la predicazione e l’azione dei papi è stata a difesa della pace e di opposizione alla guerra. E oggi vediamo il papa come figura decisiva nella ricerca della pace a livello mondiale. Accanto a lui gli organi della Santa Sede lavorano sul piano politico e diplomatico a favore della pace. Non manca il sostegno e l’impegno di vescovi, preti e laici nel grande cantiere della costruzione della pace. Penso all’impegno di Sant’Egidio per la pace in Africa e nel dialogo tra le religioni, oggi sempre più necessario”.

Va ritrovata la vocazione missionaria?

“Wake up e go ahead sono state le parole dell’ultimo giorno in Corea. Bisogna sempre svegliarsi e andare avanti. c’è un grande mondo che aspetta la parola buona della Vangelo e della pace. La Chiesa cattolica vive con continuità la fedeltà al Vangelo. Chi ascolta e vive il Vangelo “vede” i poveri. Benedetto XVI parlava di un “cuore che vede”. Oggi la Chiesa “vede” con un cuore ispirato dal Vangelo tante realtà periferiche, di sofferenza e povertà e si lascia interrogare da esse. Essendo un’istituzione fatta di persone c’è sempre la tentazione di ripiegarsi sui problemi interni o su se stessi. Pettinare le pecore , direbbe Papa Francesco. Ma oggi la parola del Papa richiama tutti a uscire”.

La scelta di lottare per la pace

Giornale del Popolo, 30 luglio 2014

Ricorre in questi giorni il centenario dello scoppio della prima guerra mondiale. È un anniversario carico di significati drammatici e conseguenze di lungo periodo. Lo storico Fritz Stern l`ha definito «la prima calamità del XX secolo dalla quale tutte le altre sono fuoriuscite». Thomas Mann, in uno dei più grandi romanzi del Novecento, La montagna incantata, definisce la guerra frutto della «grande ebetudine». Una delle conseguenze di quella guerra, per tutto il Novecento, è stata la radicale sfiducia nella coabitazione tra popoli diversi. Con l`estremizzazione del discorso nazionalista si sono volute costruire Nazioni omogenee dove non ci sarebbe più stato spazio per l`Altro. I due esempi più drammatici e aberranti del XX secolo: la strage degli armeni e degli altri cristiani nel 1915-1916 nell`impero ottomano che si avviava a essere Turchia e la Shoah, con la scomparsa e la distruzione di gran parte del popolo ebraico dall`Europa.

La grande guerra ha avuto conseguenze terribili sul piano umano: sono morte circa 14 milioni di persone cui va aggiunto un numero simile di invalidi e mutilati e circa 5 milioni di profughi. Non si contavano in Europa gli orfani e le vedove di guerra. La crisi del sistema industriale, provocata dal rallentamento della produzione di materiale bellico, fece impennare i tassi di disoccupazione dopo la guerra. A essere particolarmente colpiti furono i reduci, gettati in gran parte ai margini di una società che ritenevano di avere difeso rischiando la vita. La reazione fu radicale: in Germania, in Austria, in Italia, ma anche in Francia, andarono a ingrossare le fila di movimenti di protesta antidemocratici che poi dettero vita a progetti politici totalitari come il fascismo e il nazismo.

Va anche ricordata l`epidemia di influenza spagnola che, a partire dal 1917, colpì il mondo, ma soprattutto l`Europa. Non si conosce il numero delle vittime. Ma si parla di una cifra superiore alle vittime di guerra (tra i 20 e i 50 milioni).

Con il 1914-1918, si afferma inoltre la guerra di massa, mai conosciuta prima. Il coinvolgimento totale della popolazione civile nello sforzo bellico è assolutamente nuovo rispetto ai precedenti conflitti. Il Papa della prima guerra mondiale, Benedetto XV, definì la guerra «inutile strage» e agì per salvare il salvabile. La pace era nel cuore dei suoi sforzi. L`incompatibilità tra cattolicesimo e guerra moderna era totale. Per Benedetto XV la guerra era diabolica e insostenibile per l`umanità con milioni di morti, immani rovine, cristiani che massacravano altri cristiani.
Due terzi dei cattolici europei dell`epoca furono coinvolti nella guerra: 124 milioni con l`Intesa, 64 con gli Imperi centrali. La loro unità – sebbene spirituale – andò in frantumi con la guerra. Il nazionalismo lacerava la Chiesa, per sua natura universale. Benedetto XV, con la famosa nota ai belligeranti del 1° agosto 1917, scelse l`imparzialità in un certo senso attiva, cioè pacificatrice. Fu proprio l`imparzialità – non farsi coinvolgere nelle contese tra le parti – a consentire di fare il bene: soprattutto a sostegno dei feriti di guerra e dei prigionieri.

Ha scritto Andrea Riccardi: «La neutralità e l`imparzialità erano la premessa per essere effettivamente solidali con tutti», cioè per svolgere un lavoro umanitario. Con la grande guerra la Chiesa ribadisce in termini inequivocabili la sua scelta per la pace. Tale scelta è alla base di ogni discorso e presa di posizione dei Papi in un secolo che ha conosciuto due guerre mondiali e tanti conflitti armati e freddi. Ne capiamo ancora meglio il valore in tempi più recenti, mentre la religione corre il rischio di essere strumentalizzata dalla guerra. La Chiesa ha aperto una strada, a livello mondiale, perché il binomio religione e guerra sia definitivamente rotto. In questa linea si è mosso il magistero dei Papi nel XX e XXI secolo. Basti pensare a Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Roncalli dedicò un`enciclica al tema della pace, la Pacem in terris, nella quale si intravede la strada per giungere all`abolizione della guerra. Wojtyla ha creduto e lavorato per le transizioni pacifiche, come in Polonia e nell`Est Europa. In questa linea papa Francesco, ricordando la prima guerra mondiale e guardando ai conflitti in corso in Terra Santa e in troppe altre aree del mondo, ha detto all`Angelus di domenica scorsa: «Mai la guerra! Mai la guerra! Fermatevi, per favore! È l`ora di fermarsi».

La parola della Chiesa dal 1914-18 a oggi. L'”incompatibile” guerra moderna

Avvenire, 29 luglio 2014

Ricorre in questi giorni il centenario dello scoppio della prima guerar mondiale. E’ un anniversario carico di significati drammatici e conseguenze di lungo periodo. Lo storico Fritz Stern l’ha definito: “La prima calamità del XX secolo dalla quale tutte le altre sono fuoriuscite”. Thomas Mann, in uno dei più grandi romanzi del Novecento, “La montagna incantata”, definisce la guerra frutto della “grande ebetudine”. Una delle conseguenze di quella guerra, per tutto il Novecento, è stata la radicale sfiducia nella coabitazione tra popoli diversi. COn l’estremizzazione del discorso nazionalista si sono volute costruire nazioni omogenee dove non ci sarebbe stato più spazio per l’Altro. I due esempi più drammatici e aberranti del XX secolo: la strage degli armeni e degli altri cristiani nel 1915-1916 nell’impero ottomano che si avviava a essere Turchia e la Shoah, con la scomparsa e la distruzione di gran parte del popolo ebraico dall’Europa. La grande guerra ha avuto conseguenze terribili sul piano umano: sono morte circa 14 milioni di persone cui va aggiunto un numero simile di invalidi e mutilati e circa 5 milioni di profughi. Non si contavano in Europa gli organi e le vedove di guerra. La crisi del sistema industraile, provocata dal rallentamento della produzione di materiale bellico, fece impennare i tassi di disoccupazione dopo la guerra. A essere particolarmente colpiti furono i reduci, gettati in gran parte ai margini di una società che ritenevano di aver difeso rischiando la vita. La reazione fu radicale: in Germania, in Austria, in Italia, ma anche in Francia, andarono a ingrossare le fila di movimenti di protesta antidemocratici che poi dettero vita a progetti politici totalitari come il fascismo e il nazismo. Va anche ricordata l’epidemia di influenza spagnola che, a partire dal 1917, colpì il mondo, ma soprattutto l’Europa. Non si consce il numero delle vittime. Ma si parla di una cifra superiore alle vittime di guerra (tra i 20 e i 50 milioni).

Con il 1914-1918, si afferma inoltre la guerra di massa, mai conosciuta prima. Il coinvolgimento totale della popolazione civile nello sforzo bellico è assolutamente nuovo rispetto ai precedenti conflitti. Il Papa della prima guerra mondiale, Benedetto XV, definì la guerra “inutile strage” e agì per salvare il salvabile. La pace era nel cuore dei suoi sforzi. L’incompatibilità tra cattolicesimo e guerra moderna era totale. Per Benedetto XV la guerra era diabolica e insostenibile per l’umanità con milioni di morti, immani rovine, cristiani che massacravano altri cristiani. Due terzi dei cattolici europei furono coinvolti nella guerra: 124 milioni con l’Intesa, 64 con gli Imperi centrali. La loro unità – sebbene spirituale – andò in frantumi con la guerra. Il nazionalismo lacerava la Chiesa, per sua natura universale. Benedetto XV, con la famosa nota ai belligeranti del 1 agosto 1917, scelse l’imparzialità in un certo senso attiva, cioè pacificatrice. Fu proprio l’imparzialità – non farsi coinvolgere nelle contese tra le parti – a consentire di fare il bene: soprattutto a sostegno dei feriti di guerra e dei prigionieri. Ha scritto Andrea Riccardi: “La neutralità e l’imparzialità erano la premessa per essere effettivamente solidali con tutti”, cioè per svolgere un lavoro umanitario. Con la grande guerra la Chiesa ribadisce in termini inequivocabili la sua scelta per la pace. Tale scelta è alla base di ogni discorso e presa di posizione dei Papi in un secolo che ha conosciuto due guerre mondiali e tanti conflitti armati e freddi. Ne capiamo ancora meglio il valore in tempi più recenti, mentre la religione corre il rischio di essere strumentalizzata dalla guerra. La Chiesa ha aperto una strada, a livello mondiale, perché il binomio religione e guerra sia definitivamente rotto. In questa linea si è mosso il magistero dei Papi nel XX e XXI secolo.
Basti pensare a Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Roncalli dedicò un’enciclica al tema della pace, la Pacem in Terris, nella quale si intravede la strada per giungere all’abolizione della guerra. Wojtiyla ha creduto e lavorato per le transizioni pacificeh, come in Polonia e nell’Est Europa. In questa linea papa Francesco, ricordando la prima guerra mondiale e guardando ai conflitti in corso in Terra Santa e in troppe aree del mondo, ha detto all’Angelus di domenica scorsa: “Mai la guerra! Mail la guerra! Fermatevi, per favore! E’ l’ora di fermarsi!.

Entrevista: “A paz é um assunto demasiado importante para ser entregue apenas aos políticos”

Publico.pt, 21 luglio 2014 (di Ana Dias Cordeiro)

“Nós queremos demonstrar que é possível fazer alguma coisa pelo mundo, que a paz é possível”, diz Marco Impagliazzo. A Comunidade de Santo Egídio, de que é presidente, venceu o Prémio Calouste Gulbenkian 2014.

“Nós queremos demonstrar que é possível fazer alguma coisa pelo mundo, que a paz é possível”, diz Marco Impagliazzo. A Comunidade de Santo Egídio, de que é presidente, venceu o Prémio Calouste Gulbenkian 2014.Marco Impagliazzo era estudante num liceu de Roma, quando a Comunidade de Santo Egídio, que preside desde 2003, o levou a conhecer os pobres da cidade, sobretudo as crianças da periferia. A entrada na comunidade aos 15 anos levou-o desde cedo a questionar o que podia fazer pelos outros.

Hoje, gostaria de encontrar em todas as pessoas essa mesma entrega que o move e inspira num mundo capaz de recuperar o que diz ser uma ideia desaparecida de interesse comum. “O mundo tornou-se demasiado grande e receio uma grande resignação dos cidadãos que dizem que nada podem fazer”, disse em entrevista ao PÚBLICO dias antes de receber o Prémio Calouste Gulbenkian 2014, numa cerimónia esta segunda-feira em Lisboa, das mãos do ex-Presidente Jorge Sampaio que preside o júri. O prémio, criado em 2012 para reconhecer pessoas ou instituições que se distinguem pela defesa dos valores essenciais da condição humana, foi atribuído nesse ano à West-Eastern Divan Orchestra de Daniel Barenboim (que junta músicos israelitas, palestinianos e de outros países árabes) e, em 2013, à Biblioteca de Alexandria.

A missão da Comunidade de Santo Egídio, enquanto movimento cristão, fundado por um laico, com milhares de voluntários em mais de 70 países do mundo, é promover a paz?
Estamos muito empenhados nessa acção. Os portugueses conhecem-nos bem pela [mediação da] paz em Moçambique, assinada em Roma em 1992. A nossa actividade pela paz prosseguiu depois disso em África, na região dos Grandes Lagos, na Casamansa [região separatista do Senegal], e na região do Sahel. Mas a Comunidade de Santo Egídio também insistiu muito no papel das religiões para se alcançar a paz. Desde a iniciativa do Papa João Paulo II [Dia da Oração] em 1986 que reuniu em Assis, cidade de São Francisco, todas as religiões em nome da paz, abriu-se um espaço novo no mundo, encontrou-se um papel das religiões para a paz. As religiões são muito confrontadas com o problema da guerra. Muitas ideologias exploram as religiões para o apoio à violência, mas sabemos que na génese de cada religião está a paz.

Inclui Moçambique no conjunto de momentos mais marcantes da vida da comunidade?
Moçambique foi a grande expressão da força de paz que uma comunidade cristã pode ter. Para nós, foi uma surpresa. Não éramos diplomatas de profissão. Colocamos a questão humana sempre em primeiro lugar e, em Moçambique, utilizámos essa força, que não é política nem económica. A paz é um assunto demasiado importante para ser entregue apenas aos diplomatas ou aos políticos. Moçambique abriu-nos um grande caminho. Desde então, a Comunidade foi muitas vezes chamada para mediações de paz: Guiné-Conacri, Costa do Marfim, Níger. Não actuamos apenas como mediadores, temos também um papel de apoio à sociedade civil, de regresso à democracia. Muitas pessoas confiam em nós em África. E isso leva-nos a sermos ainda mais responsáveis pela paz.

Por isso, a Comunidade de Santo Egídio foi apelidada de ‘pequena ONU de Trastevere’ [o bairro antigo de Roma onde está situada]?
É uma amável definição do grande jornalista italiano, já falecido, Igor Man, que quis conjugar num só nome a ideia do discurso diplomático da ONU e essa raiz romana, muito familiar, do antigo bairro de Roma.

Em 1968, quando a comunidade foi fundada, o mundo era muito diferente daquilo que é hoje. A comunidade também mudou para acompanhar essa evolução?
Muito mudou no sentido em que o mundo agora já não está dividido em dois. O problema de fazer a paz no mundo globalizado é também este: o cidadão fica ultrapassado, e sem saber como agir, pela quantidade de informação de que dispõe. Interroga-se: ‘o que posso eu fazer pela Síria ou pela Ucrânia?’ A resposta é sempre uma resposta resignada. Há demasiadas mensagens que nos fazem ver o mundo como um mundo demasiado complicado. Perante isto, existe a tentação de [as pessoas] se distanciarem, se fecharem sobre si mesmas. Para nós, hoje, fazer a paz é ter interesse pelas coisas. O mundo tornou-se demasiado grande e temo a grande resignação dos cidadãos que dizem que nada podem fazer. Nós queremos demonstrar – e agradeço muito à Fundação Gulbenkian por isso – que é possível fazer alguma coisa, que a paz é possível.

Ao longo dos anos, quais os principais obstáculos encontrados pela Comunidade de Santo Egídio no seu papel de mediador?
Entre os obstáculos, está o facto de, por vezes, haver demasiados mediadores. Não é o nosso caso, mas hoje a paz tornou-se, para muita gente, um assunto económico. É preciso estar atento às reais intenções dos mediadores. A outra dificuldade é a fragmentação. O caso sírio, onde há demasiados grupos, é exemplar. Não há apenas duas partes a aproximar [para a paz]. Existe uma grande fragmentação que se transforma num segundo obstáculo. O terceiro, que já mencionei: o facto de cada pessoa, com a globalização, se fechar sobre si ou o seu grupo, sobre a sua religião. Já não há uma ideia geral dos problemas. Fechamo-nos e combatemo-nos em muitos pequenos grupos. E também vejo como obstáculo essa ideia de resignação de que a paz não é possível. Mas repito: a paz é possível.

Os interesses económicos dominam hoje os conflitos como os interesses da Guerra Fria no passado?
Sim. Antes, fazia-se a guerra por questões ideológicas. Hoje, pode fazer-se a guerra pelo petróleo, pelo cacau, pelo controlo das minas, e existem realmente muitos interesses económicos. Estou a lembrar-me, por exemplo, do caso da Colômbia. Começou como uma guerra ideológica, que se transformou numa guerra pelo controlo da droga. A economia ocupa sempre o primeiro lugar, antes era a política. Por isso, é por vezes mais difícil encontrar uma base concreta para a partilha de um projecto nacional. Queremos sempre lembrar às partes em conflito que há uma região a defender, uma ideia de Estado a defender, não apenas o controlo económico de qualquer riqueza [natural].

Antes havia mais esperança no mundo?
Mais esperança e sobretudo uma ideia do interesse geral, uma ideia do bem comum um pouco mais desenvolvida. É preciso regressar à ideia do bem comum, pois no nosso mundo vê-se sobretudo o interesse pessoal, ou o interesse de um grupo, ou de uma família, ou de uma etnia. É preciso incluir no discurso da paz o humanismo. Penso no humanismo cristão mas também essa ideia, bem conhecida em Portugal, de humanismo, como a defendida pelo ex-Presidente Mário Soares e de que o mundo tanto precisa. É preciso que essa ideia de humanismo – cristão ou socialista – regresse à sociedade.

A comunidade tem como referência São Francisco de Assis, que este Papa quis homenagear escolhendo o nome Francisco. Essa coincidência pode dar frutos?
Somos muitos próximos deste Papa que reuniu os pobres no centro do interesse da Igreja e do mundo inteiro. Ele fala sempre da periferia e nós somos uma comunidade que vive na periferia do mundo, vivemos sobretudo em África, e em países pobres do resto do mundo. Porém sentimos que na realidade não há periferia. O centro de todas as sociedades é o homem. A figura de São Francisco é capital – lembra-nos que os pobres são mestres para nós, porque nos ensinam a realidade do mundo.