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Curare il male antico della guerra. Un impegno di pace che si fa più acuto, una speranza da tener cara

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 3 gennaio 2020

L’anno 2021 si è aperto con la buona notizia del vaccino: realizzato mai così presto, e con la speranza che arrivi a tutti. È il frutto di uno sforzo comune che prefigura un tempo nuovo da affrontare insieme. Forse mai come nell`anno che ci siamo lasciati alle spalle abbiamo potuto capire quanto l`intera umanità stia sulla stessa barca, nel bene e nel male, nell`impegno collettivo, che abbiamo cominciato a sperimentare, come nei drammi vissuti. E abbiamo anche compreso che è impossibile star bene se si esclude qualcuno. È significativo, in questo senso, che il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest`anno abbia unito la cura e la pace. Salvarsi insieme vale per la pandemia ma anche per la guerra: quando ci si combatte in un luogo è come se tutti gli uomini della terra lo facessero.

C`è un`intima solidarietà tra gli esseri umani nella sofferenza come nella speranza. Se qualcuno soffre per la guerra vuol dire che presto o tardi tutti ne soffriranno. Di conseguenza tutti ne devono essere consapevoli e coinvolti nel farla cessare. Nella politica internazionale osserviamo spesso una complicità che lega chi fa la guerra e chi non è pronto a fermarla. Nell`anno trascorso una quarantina di Stati si sono trovati coinvolti in almeno una delle varie forme di conflitto armato che oggi infuriano sul pianeta. Se poi si allarga lo sguardo e si includono anche i Paesi in cui è in corso una qualche forma di repressione interna armata o di abuso violento dei diritti, la cifra degli Stati coinvolti aumenta del doppio: circa ottanta Paesi che subiscono violenza su un totale di 193 nel mondo. Di fronte a tale scandalo, che provoca la morte di molti innocenti, troppi dirigenti politici hanno abbassato le braccia: poca mediazione, poche iniziative di pacificazione, scarso impegno per i conflitti congelati da tempo, con il rischio che si riaccendano perché non risolti. Soprattutto ha preoccupato la minor considerazione per il sistema multilaterale di dialogo politico e la conseguente tentazione di molti Stati di risolvere i contenziosi con la forza delle armi. Nel 2020 è stato celebrato i175° anniversario delle Nazioni Unite, nate nel 1945 dopo la seconda guerra mondiale proprio con l`obiettivo di non ricadere mai più in tale disastro: never again si disse all`epoca. Per questo, anche a causa della pandemia, il segretario generale dell` Onu aveva chiesto nel marzo scorso una tregua umanitaria mediante un cessate il fuoco incondizionato: «Il nostro mondo fa fronte a un nemico comune: il Covid-19. Il virus non tiene conto di nazionalità, etnia, fazione o fede. Esso attacca senza sosta tutti indistintamente», aveva scritto. Era un messaggio rivolto a tutti gli Stati: proclamiamo una tregua per affrontare il comune nemico dimostrando di essere all`altezza della sfida. Malauguratamente l`appello non è stato ascoltato.

C`è troppa abitudine alla guerra, anche se qualche luce nel buio si è vista, come i passi avanti negli accordi per il Sud Sudan, maturati a Roma, e soprattutto gli accordi tra alcuni Paesi arabi e Israele, segno che la pace è sempre possibile anche quando la guerra dura molto a lungo. Ecco quale può essere oggi il nostro impegno, all`inizio del 2021: far udire sempre la ragionevolezza della pace, non accettare mai che taccia perché ci può essere sempre qualcuno che sa ascoltarla anche quando non crediamo sia possibile. Dare voce alla pace è impegno per quella fraternità universale di cui papa Francesco ci parla nell`ultima enciclica Fratelli tutti. Se ne sente il bisogno, con urgenza, anche nella vita quotidiana. Basta pensare a quante armi terribili, di distruzioni di massa, continuano a essere prodotte, con il rischio che vengano utilizzate, magari per errore, come nel caso delle armi nucleari. Non possiamo accettare che tale, oscuro, destino incomba sull`umanità. Ci serve per questo la pace dei cuori. Ma se la pace è sempre possibile occorre entrare nell`anno nuovo accompagnati dalla speranza che un giorno la guerra sia abolita. Le generazioni passate riuscirono ad abolire la schiavitù: l`onore della nostra generazione potrebbe essere quello di un passo decisivo che abolisca la guerra. E il sogno da realizzare.

Benvenuto vaccino, inizio di una lunga via. Editoriale di Marco Impagliazzo

da Avvenire del 27 dicembre 2020

Parte oggi, in tutta Europa, la campagna di vaccinazione più imponente della storia: insieme nello stesso giorno.

E già questo è un bel segnale di unità. Travolta da un’epidemia come non se ne vedevano da un secolo, l’umanità ha saputo reagire, con la cura – medici, infermieri, personale sanitario, si sono prodigati per mesi, salvando migliaia di vite umane – e con la ricerca: mai così tanti vaccini erano stati ideati e messi in campo, e a tale velocità.

Il virus resta temibile e miete ancora troppe vittime, ma nel buio vediamo una luce: una giovane infermiera sarà oggi la prima, in Italia, a ricevere una dose del prodotto messo a punto dalla Pfizer. Certo, non è che un inizio. La strada è lunga. E i prossimi tornanti si preannunciano impegnativi.

Ma questo è un momento importante nella lotta contro la pandemia, l’avvio di un percorso destinato a muoverci verso una normalità che protegga la vita dei più deboli, permetta il ripristino di quella socialità di cui tutti abbiamo bisogno, contenga e poi annulli le ricadute economiche del dramma consumatosi nel 2020. Le restrizioni non sono finite, e purtroppo nemmeno i contagi. Si aspettava questo giorno.

Papa Francesco ha detto alla benedizione di Natale urbi et orbi: «In questo tempo di oscurità e incertezze per la pandemia appaiono diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini», ammonendo di nuovo che siano «a disposizione di tutti». E occorre vigilare perché lo siano davvero. Tanti sono malati o in isolamento, tanta parte della scuola italiana è rimasta chiusa per mesi, gli istituti per anziani sono chiusi, la solitudine è più amara e più diffusa, in troppi sono preoccupati per il domani e continuano ad allungarsi le file di chi ha bisogno di un pacco alimentare. Ma ora possiamo sperare che il tempo della prova si attenui. Il nostro mondo vede la prospettiva della guarigione dal virus e i nostri cuori guardano al futuro in maniera differente.

«Sbaglia chi pensa che nasciamo una volta sola. Per chi vuole vivere, la vita è piena di nascite», ha scritto qualche giorno fa su queste colonne il poeta e cardinale Josè Tolentino. E questo 27 dicembre può essere in un certo senso paragonato a una nuova nascita.

Una ripartenza, coscienti di quel che è stato, sempre più chiaro con il passare del tempo – cioè che siamo «tutti sulla stessa barca» e che non possiamo fare a meno degli altri – pronti a costruire un tempo migliore. Questo è il compito della stagione che si apre. Verso la fine dei “Promessi Sposi”, mentre la peste si avvia a scomparire, nel lazzaretto padre Felice si rivolge a coloro che ce l’hanno fatta, e stanno per uscirne, e tornare in città, con una predica richiamata qualche mese fa dal Papa durante un’udienza generale: «La memoria de` nostri patimenti ci renda compassionevoli e soccorrevoli ai nostri prossimi, […] che tutti son poi finalmente nostri fratelli […]. Cominciamo da questo viaggio, da` primi passi che siam per fare, una vita tutta di carità. Quelli che sono tornati nell’antico vigore, diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani, sostenete i vecchi; voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete, intorno a voi, quanti figliuoli rimasti senza padre! siatelo per loro!».

Parole che ci aiutano a riflettere sul domani che c’è da costruire e che chiede memoria, consapevolezza, dedizione e visione. Occorre ricordare chi ci è stato rapito dalla tormenta, e riflettere su cosa si è rivelato inadeguato – e qui pensiamo alle migliaia di morti nelle lungo degenze -. Ma anche guardare a quei «tutti» che «son poi finalmente nostri fratelli», sostenere i vecchi e accompagnare i giovani privati della normalità scolastica e della relazionalità cui avevano diritto, e cominciare una vita diversa: «una vita tutta di carità» avrebbe detto Manzoni, fatta di reti, di sostegno, di maggiore prossimità, possiamo dire noi. Come dopo una guerra, abbiamo visto troppa morte per non amare di più la vita in ogni sua fase e stagione.

È necessario il convergere di tutti perché nessuno sia scartato, a nessuno sia tolto il respiro della speranza, per nessuno il futuro sia qualcosa da affrontare da soli o in modo soltanto virtuale. Tutti attendiamo un tempo nuovo, ma perché sia nuovo deve esserlo per tutti.

Francesco, Chaplin e un sogno vero. Per uscirne tutti insieme

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 29 novembre 2020

Nel 1940, ottant’anni fa, in un autunno di guerra in Europa, quando si intuiva già il dramma in cui il mondo stava precipitando, anche se non era ancora chiara la profondità dell’abisso (60 milioni di morti, la Shoah, l’atomica su Hiroshima e Nagasaki), usciva nelle sale statunitensi il film di Charlie Chaplin, “Il grande dittatore”.
In quel film – è noto – Chaplin interpreta due parti, quella di Adenoid Hynkel, versione caricaturale di Hitler, e quella del somigliantissimo barbiere ebreo, al quale, scambiato per il dittatore, nella sequenza finale viene chiesto di arringare la folla. Ne viene fuori un bellissimo “discorso all’umanità”.

Il cambiamento di registro – dal comico all’ispirato – lasciò perplessi i critici, ma oggi quelle parole testimoniano la visione di Chaplin sull’uomo e sul domani, il suo personale «I have a dream» e, al tempo stesso, interpretano i sentimenti di miliardi di uomini e di donne.
«Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, neri e bianchi. Tutti noi esseri umani vogliamo aiutarci l’un l`altro, siamo fatti così. Vogliamo vivere fianco a fianco con la felicità del prossimo, non con la sua miseria», dice il barbiere. “A coloro che mi ascoltano io dico: non disperate! Non siete macchine! Non bestie! Siete uomini! Avete l’amore per l’umanità nei vostri cuori! Voi, il popolo, avete la forza di costruire la felicità! Di far sì che la vita sia libera e bella, sia una magnifica avventura! Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a ognuno un lavoro, ai giovani un futuro, agli anziani la sicurezza».

Anche noi, in questo autunno di tristezza e scontento che si sta già facendo inverno, mentre viviamo un tempo tanto difficile, siamo chiamati a guardare oltre, a non disperare, a credere ancora più fortemente che «un mondo nuovo» sia possibile, a costruire orizzonti di unità e di solidarietà. È il tema della Fratelli tutti, l’enciclica per la stagione che viene, per un mondo che è a un bivio. In pieno disordine globale, nel mezzo di una «terza guerra mondiale a pezzi», esposti a una pandemia come non se ne vedevano da un secolo, alle prese con le sue ricadute economiche, le persone sono disorientate, preoccupate, impaurite. Che fare? Papa Francesco ha chiaro che si tratta di scegliere un futuro di «fraternità universale», in cui l’altro non sia il mio nemico, ma mio fratello.
Insieme all’epidemia la solitudine è un ulteriore contagio che si diffonde, si disgregano le reti che tengono insieme la polis, si accentuano le divisioni tra le nazioni, le culture, i continenti. Una comunicazione senza mediazioni, soggetta all’istinto e aliena dalla riflessione, induce a chiudersi, illude di poter fare da soli. Il magistero pontificio vive della convinzione opposta. E Francesco, in questa nostra epoca, è l’uomo della «fraternità universale».
La Chiesa non accetta di rattrappirsi, di essere una comunità senza sogni. Continua a parlare perché il mondo sia diverso, perché esso abbia un futuro. È quel che il Papa ha detto ai giovani domenica scorsa: «Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia».
La notizia è che il presente può cambiare. Che il futuro possiamo costruirlo migliore, anche se oggi siamo in guerra contro il virus e contro le sue lunghe conseguenze economiche e sociali. La notizia è che un tempo nuovo può essere cercato e costruito, come ci ricorda anche l’Avvento che sta per iniziare, nell’opera di uomini e donne che rammentano di essere umani, e di essere tutti fratelli, come ci ripete la nascita di Gesù.
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Anziani: Assistenza e cure domiciliari possono evitare l’isolamento. Approfittare dell’emergenza per investire nella creazione di reti umane e sociali

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 31 ottobre 2020

Mentre viviamo la seconda ondata della pandemia ciò che di drammatico è avvenuto negli istituti per gli anziani e più in generale per le persone fragili, ci fa capire che non si tratta solo di mettere qualche toppa al sistema di assistenza e cura esistente o, meno che mai, di attendere che passi la bufera per tornare alla “normalità”. Il Covid-19 al contrario è l’occasione per una riflessione più generale su come considerare la presenza degli anziani nella nostra società e su come rispondere al meglio alle loro necessità. Nelle cosiddette Long Term Care Facilities – siano esse le anglosassoni nursing home, le nostre Rsa, le case di riposo più o meno registrate e controllate – si è registrato oltre il 50% delle morti, a livello planetario. Mi sembra un punto di partenza adeguato da cui iniziare una riflessione per un profondo cambiamento. Molti istituti sono luoghi dove in diversi casi la fragilità dell’anziano viene privata delle protezioni offerte dalla casa, dai ricordi e dalla rete umana che si è sedimentata negli anni attorno a essa. L’isolamento ulteriore rappresentato dalle misure anti-Covid non ha certamente giovato. Ha anzi aggravato, trasformandola in vera e propria sindrome da abbandono la condizione di molti over70. Dovremo purtroppo constatare anche numerosi decessi legati all’abbandono. Di questo abbondano già diverse evidenze.
È davvero impossibile evitare che gli anziani istituzionalizzati restino isolati, senza alcuna possibilità non solo di visite ma spesso anche di comunicazione con video-immagini, così come è accaduto?
Occorre al più presto intervenire – lo si doveva fare già nei mesi passati! – per favorire, una comunicazione che rompa l’isolamento, anche perché la condizione di chiusura de facto, che perdura da mesi nelle strutture per anziani, continuerà anche nei prossimi. Tenerne conto è necessario per introdurre una serie di interventi urgenti, forse complessi ma certamente possibili, così come altre realtà (la scuola tra tutte), hanno dimostrato. Il recente intervento del presidente dell’Emilia Romagna a favore di visite di parenti, se con tampone effettuato nelle ore precedenti, è un ulteriore stimolo a trovare soluzioni che coniughino sicurezza e umanità. Associando a questa possibilità i volontari di tutte quelle comunità e associazioni, che già conoscono e hanno rapporti con gli anziani residenti, in particolare con quelli che sono rimasti senza famiglia. Il tutto in un rigoroso rispetto delle misure di prevenzione.

Si tratta però anche di non insistere solo sull’istituzionalizzazione, come fosse l’unica risposta praticabile, in alcuni casi giudicata “inevitabile”. La sanità pubblica e la geriatria internazionali spingono da anni per un esteso continuum assistenziale, di cui le residenze rappresentano solo un tassello di un più ampio mosaico, che non può e non deve essere in alcun modo perno del sistema. L’assistenza domiciliare integrata rappresenta in Italia una quota irrisoria della assistenza: si stima mediamente 16 ore all’anno per anziano bisognoso. Questo impressionante squilibrio è sotto gli occhi di tutti. Fingiamo insomma di avere una assistenza territoriale, presso le dimore degli anziani, dimenticando che senza il milione (e più) di badanti che si occupano oggi degli over70 nel nostro Paese, tutto il sistema entrerebbe in una grave crisi di sostenibilità. A questo si deve aggiungere la mancanza di centri diurni, di estese soluzioni di telemedicina, di servizi di lotta alla solitudine e all’isolamento sociale, insomma di quella articolazione di servizi che ci permette di uscire dalla logica dell’istituzionalizzazione per mera mancanza di alternative. È a questa condanna che ci si vuole opporre, serenamente ma fermamente.
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Covid-19. Pandemia. Aiutiamo più che mai l’Africa ad aiutarsi

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 30 luglio 2020

Una pandemia è tale perché investe tutti gli angoli del pianeta. È di questi giorni la crescente preoccupazione per il progredire del coronavirus in Africa. Qualcuno aveva immaginato che il continente sarebbe stato quasi risparmiato dall’infezione. Nella stessa Africa alcuni Paesi vedevano negativamente un allarme che avrebbe avuto un pesante impatto sulle economie nazionali e hanno smesso di comunicare le cifre relative ai contagi e ai morti. In altri era stata la popolazione a contestare i decreti di chiusura, ricorrendo addirittura alla magistratura. Altrove, infine, si era detto sarebbe stato sufficiente far ricorso a rimedi tradizionali o comunque alla portata di tutti.
In realtà, purtroppo, i numeri accelerano, e molti rumors circolano fra la gente. Si sa o si vocifera di ex presidenti, ministri e parlamentari malati o morti per il virus, si sospetta che i decessi improvvisi dei parenti, degli amici, dei vicini siano dovuti al Covid19. Il virus si rivela sempre più un ospite indesiderato che bussa alla porta di ogni nazione.
Del resto, sono gli stessi dati a dircelo. L’epidemia non dipende più, come all’inizio, dai viaggi internazionali, ma si diffonde autonomamente. E a gran velocità.

Il quinto Paese al mondo per casi non è latinoamericano ma è il Sudafrica, con quasi 460.000 infezioni e oltre 7.250 morti (cfr. www.worldometers.info/coronavirus). E in tutto il continente si contano oltre 874.000 contagiati e più di 18.500 decessi ufficiali. Già, ufficiali. Perché il grande tema è quanto siano affidabili i dati forniti in situazioni sanitarie sotto stress, nel quadro di una generale carenza di risorse e dovendo scontare una cronica difficoltà di comunicazioni.

Che valore dare ai 15mila positivi della Costa d’Avorio quando risultano da 90mila tamponi, cioè un positivo ogni 6, ovvero ai 7mila della Guinea che scaturiscono da appena 14mila tamponi (1 positivo ogni 2)?
È chiaro che le cifre a disposizione sono solo la punta di un iceberg, che non fotografano la realtà di un’epidemia la quale, come abbiamo imparato in Europa, colpisce in maniera subdola. Il virus si muove oggi rapidamente anche in Africa mentre i posti in terapia intensiva sono davvero poca cosa, così come il numero dei respiratori è scarso e i dispositivi di protezione individuale in grado di tutelare gli operatori sanitari sono carenti un po’ dappertutto.
E in più gli Stati africani devono fare i conti con le conseguenze economiche e sociali della pandemia nonché dell’azzeramento dei collegamenti con il Nord del mondo.
Detto questo, il quadro resta articolato. Nel continente ci sono Paesi – il Ruanda, ad esempio – che hanno raggiunto risultati estremamente positivi nel contrasto della pandemia, sviluppando un sistema integrato di test, tracciamento e cure paragonabile a quelli utilizzati a latitudini ben più ricche di risorse. E c’è poi da registrare la vivacità e l’impegno sul campo delle mille realtà della società civile africana che cercano di arginare la diffusione del virus dando indicazioni di base sulla prevenzione: dal lavaggio delle mani al distanziamento fisico, all’uso delle mascherine. Colpisce pure la capillarità con cui i messaggi di prevenzione sono veicolati dai social media fino a raggiungere ognuno. O realtà della cooperazione, come il programma Dream di Sant’Egidio, sostenuto dalla Cei, che si prodigano anche per i test sierologi. C’è almeno da sperare che il dramma dell’epidemia lasci in Africa, come eredità, una maggiore coscienza civile e più diffuse conoscenze d’igiene pubblica.
Per aiutare il continente in questa fase difficile è urgente che gli Stati occidentali non diminuiscano l’aiuto pubblico allo sviluppo come sono tentati di fare ora.

È nostro interesse che l’Africa sia resiliente alla pandemia: l’alternativa sarebbe drammatica.Contemporaneamente occorre operare per salvaguardare le rimesse (diminuite ma pur sempre la prima fonte di reddito esterno) rendendo meno cari i money transfer. È essenziale aumentare la connessione (in terapia e ricerca) tra sanità europee e africane utilizzando le comunicazioni online per condividere tutta la capacità scientifica necessaria. Infine, bisogna prepararci a distribuire il vaccino anche in Africa perché non sia lasciata indietro.