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La lezione della Shoah “Non odiare mai”

Avvenire, 7 gennaio 2015

Il 27 gennaio 1945 truppe dell`Armata Rossa entrarono ad Auschwitz, epicentro del sistema nazista di sterminio. Liberarono 2.819 prigionieri ridotti allo stremo, tra cui 180 bambini, molti dei quali vittime degli esperimenti del medico Josef Mengele. È un piccolo numero, se raffrontato al milione e oltre di persone inghiottite da quell`enorme lager (con gli ebrei perirono anche migliaia di polacchi, russi, rom e persone di tante nazionalità), vera e propria fabbrica di morte. Nei capannoni, i soldati sovietici trovarono anche i trofei che i nazisti avevano raccolto per ricavarne denaro: migliaia di paia di occhiali, oltre 800mila abiti da donna, montagne di scarpe, cumuli di capelli. Nei mesi e negli anni a seguire, l`Europa avrebbe preso coscienza dell`enormità della Shoah, con i sei milioni di ebrei uccisi, e la creazione di un sistema concentrazionario che non ha eguali nella storia umana.

Ricorre il settantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz, il giorno della Memoria, istituito dieci anni fa dall`Onu. Non mancano interrogativi attorno a quest`anniversario, perché talvolta si ha l`impressione che le celebrazioni siano di circostanza, poco partecipate a livello popolare. Alcuni hanno sollevato il rischio di una «ipertrofia della memoria», per il moltiplicarsi di eventi, per lo più di carattere politico o accademico, con scarsa incidenza nella cultura e nella coscienza dei popoli. Tuttavia, ricordare è un imperativo. È necessario far sì che il Giorno della Memoria non si riduca a una rievocazione del passato, ma ci interroghi anche sul presente e sulla realtà delle società europee. Infatti, l`antisemitismo, che fu l`anticamera dei lager, resta ancora oggi un problema europeo. Non solo per i recenti e tragici fatti di Parigi, in cui oltre alla sede di Charlie Hebdo è stato colpito un negozio ebraico, con quattro vittime. Basti ricordare l`attacco alla scuola ebraica di Tolosa il 19 marzo 2012, con quattro morti di cui tre bambini, o quello al Museo ebraico di Bruxelles, il 24 maggio 2014, con quattro vittime anche in quel caso. Sono gli episodi più gravi, ma molti, troppi, sono quelli di minore entità.
Nel corso del 2014 oltre 5mila ebrei francesi hanno scelto di trasferirsi in Israele. Circa 15mila sono invece gli ebrei che hanno lasciato altri Paesi europei. Una ripresa dell`emigrazione ebraica è indice di profonda incertezza. L`Europa rischia di smarrire la strada della convivenza tra persone di fedi religiose, culture, tradizioni differenti.

Auschwitz, nel 2015, può apparire lontano. Poche settimane fa è morto uno degli ultimi sopravvissuti romani alla Shoah, Enzo Camerino, che il 16 ottobre 1943 fu deportato, appena quattordicenne. Recentemente, aveva preso a raccontare in modo semplice la sua storia, per trasmetterla ai giovani, ai quali ripeteva le parole che il padre gli disse nel lager: «Non odiare mai». È un insegnamento da non disperdere. Come trasmettere alle nuove generazioni la memoria della Shoah, ora che anche gli ultimi testimoni scompaiono? Le visite delle scuole ad Auschwitz hanno un grande significato. I media possono dare un contributo. Soprattutto, però, c`è bisogno di legare la memoria della guerra e della Shoah alla realtà del nostro tempo, per capire come il razzismo e l`antisemitismo siano stati elementi di una catastrofe per l`Europa e come, oggi, sia urgente ritrovare il filo di una società in cui tutti possano vivere insieme in modo pacifico. Politiche lungimiranti, buona informazione, coinvolgimento dei leader religiosi in una rete d`incontro e di dialogo, attenzione alle periferie, sono alcuni dei passi da compiere verso una società del convivere dove ci sia spazio per tutti.

Auschwitz, luogo che forse più di tutti ha visto manifestarsi la forza del male nella storia, sia occasione di una riflessione sull`Europa. La pluralità, elemento ineludibile delle società contemporanee, può evolvere nel conflitto o, al contrario, essere il fondamento di una civiltà del convivere. Era il sogno che Giovanni Paolo II affidò al mondo e alle religioni ad Assisi, nel 1986, e che oggi è la via da percorrere per l`Europa: una cultura della convivenza nella pace, nel senso del bene comune universale e nel rispetto delle differenti identità.

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Antidoto memoria. 16 ottobre 1943

Avvenire, 12 ottobre 2013

Papa Francesco ha ricevuto i rappresentanti della Comunità ebraica romana guidati dal rabbino capo, Riccardo Di Segni. È un incontro che conferma la salda amicizia tra la Chiesa e gli ebrei, ma è ancora più significativo per il fatto che si incontrano il vescovo e il rabbino della città. Roma conosce la presenza ebraica da più di due millenni e sullo sfondo del colloquio saranno state anche ricordate le pagine più dolorose di questa presenza, come quella del 16 ottobre 1943, con la razzia degli ebrei romani e quella del 9 ottobre 1982 con l’uccisione da parte di terroristi palestinesi del piccolo Stefano Taché davanti alla Sinagoga.

Il 16 ottobre 1943 è una data indimenticabile per la comunità ebraica di Roma, ma anche per la città intera: più di mille furono deportati ad Auschwitz. Soltanto 16 tornarono a Roma vivi. Per gli ebrei romani è l’ultima tappa di un triste itinerario iniziato nel settembre del 1938 con la promulgazione delle leggi razziste. Tra queste due date esiste un profondo legame: le leggi razziali hanno rappresentato, in Italia, l’anticamera dei campi di sterminio nazisti. Il 1938 è un anno cruciale.

La vita, per gli ebrei, cambia in tutti i suoi aspetti, pubblici e privati. È una svolta che coinvolge tutti, dai bambini agli anziani, da chi nasce a chi muore. Da quella data gli ebrei in Italia devono diventare “invisibili”. Tuttavia, come avrebbe mostrato il 16 ottobre, gli ebrei erano molto visibili e facilmente reperibili: erano registrati e minuziosamente classificati, quindi perfettamente identificabili, per separare il loro destino da quello del resto della popolazione romana.

Alcuni nomi: Clara Wachsberger di 5 anni, Ada Tagliacozzo di 8 anni, Donato Campagnano di appena 3 mesi, Umberto Di Segni di 4 anni. Per i nazisti non si trattava di bambini, ma di soggetti pericolosi per il Terzo Reich. Erano piccoli ebrei romani, alcuni tra i più di mille: uomini, donne, bambini e anziani, che il 16 ottobre 1943 furono strappati dalle loro case e arrestati perché considerati acerrimi “nemici”, come aveva sentenziato il capo della polizia tedesca a Roma Herbert Kappler.

Era stato Kappler, alla fine di settembre del 1943, a imporre agli ebrei della capitale una taglia di 50 chili d’oro, «non sono le vostre vite che vogliamo, né i vostri figli, ma il vostro oro», aveva detto. Evidentemente mentiva: dopo l’oro i nazisti si presero le vite degli ebrei romani e dei loro figli. Il 72% dei deportati erano donne e bambini al di sotto dei 15 anni. Una deportazione di donne e bambini. Un vero orrore di fronte a cui la popolazione della città rimase impietrita. Fulvia Ripa di Meana fu testimone della razzia e vide alcuni dei 311 minorenni arrestati.

Di loro scrisse: «Non piangevano più quei bambini, il terrore li aveva resi muti». Tanta barbarie suscitò per reazione l’istinto del bene, che porta a soccorrere gli inermi, al di là di qualsiasi calcolo o interesse: in alcuni casi, nella grande confusione che regnava in quei momenti, passanti occasionali tentarono di prendere come propri i bambini catturati o si videro affidati bambini in mezzo alla strada da genitori disperati.

«La condotta della popolazione italiana è stata di resistenza passiva, che in molti casi individuali si è trasformata in aiuto attivo. Sono stati notati molti individui che, in alcuni casi, hanno tentato di intromettersi fra la polizia e gli ebrei», scrisse Kappler a Berlino dopo la razzia. Molti ebrei lo stesso 16 ottobre cercarono e trovarono rifugio nelle parrocchie romane o nelle chiese.

Diversi furono salvati da sacerdoti e religiosi quel giorno stesso, come ha mostrato ampiamente Andrea Riccardi nel suo “L’inverno più lungo”. L’attività di accoglienza clandestina negli ambienti ecclesiastici della capitale fu molto vasta: vi trovarono rifugio circa 4.000 ebrei. Da venti anni il 16 ottobre, grazie all’impegno della Comunità ebraica e di Sant’Egidio è diventata una memoria cittadina che coinvolge tantissimi giovani italiani e immigrati. Le ombre lunghe di quel giorno lambiscono anche il nostro tempo, perché l’antisemitismo e il razzismo sono purtroppo ancora in agguato.

Settant’anni non sono passati invano. Negli ultimi due decenni, in particolare, è cresciuta la consapevolezza della ferita inferta dai nazisti e dai repubblichini italiani, loro collaboratori, al volto e alla storia di Roma e dell’Italia Ma c’è ancora bisogno di educazione e vigilanza. Entrambe si nutrono di memoria.

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