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Migrazioni, così è possibile coniugare umanità e legalità

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 21 agosto 2017

Il dibattito di quest’estate sulle Ong che salvano le vite dei profughi nel Mediterraneo è stato a tratti acceso e ricco d’incomprensioni. Non si vuole qui riaprire un nuovo capitolo della discussione, ma provare a indicare – anche alla luce dei quattro verbi (accogliere, proteggere, promuovere e integrare) richiamati da papa Francesco nel suo Messaggio per la Giornata dei migrante e del rifugiato 2018 – qualche soluzione a una crisi, quella migratoria, da cui il nostro Paese è toccato in maniera rilevante. Di fronte alla sofferenza e alle aspirazionia un futuro migliore di tanti migranti e alle domande dell’opinione pubblica italiana c’è bisogno di risposte e non di nuove polemiche. Uno dei rilievi che più preoccupano le organizzazioni, le associazioni e le persone che hanno fatto del salvataggio e dell’accoglienza ai migranti un punto fermo del loro operare è quello delle condizioni disumane, fuori da ogni rispetto dei diritti umani, in cui vivono migliaia di migranti nei ‘campi di raccolta’ in Libia. Le testimonianze a questo proposito, sia di chi è riuscito a partire giungendo in Europa, sia di giornalisti o operatori delle agenzie internazionali, sono inequivocabili. Nella situazione di Stato fallito, qual è quella della Libia oggi, tra l’altro mai firmataria della convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951, non è sostenibile vivere in quelle condizioni, soprattutto per le categorie di persone più vulnerabili. In più c’è la drammatica questione dello sfruttamento dell’immigrazione da parte di organizzazioni criminali che ne hanno fatto uno dei business più redditizi, costringendo le persone a vivere situazioni degradanti, durante i viaggi e nei periodi di permanenza in Libia.

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Nuovo sbarco di migranti a Trapani

Immigrazione: diminuiscono gli arrivi per lavoro (che non c’è), crescono integrazione e cittadinanza

Huffington Post del 21 ottobre 2016

di Marco Impagliazzo

Recentemente l’Istat ha diffuso un report sulla presenza, i nuovi ingressi e l’accesso alla cittadinanza dei non comunitari in Italia. Dai dati emerge che la presenza di cittadini comunitari e non comunitari nella penisola è sempre più stabile. I loro obiettivi sono i nostri. Questa gente tifa Italia. E lo fa perché vive qui da anni, parla italiano, qui ha comprato casa, qui ha aperto un’attività, è qui che ha generato figli, è qui che li ha iscritti a scuola. Se l’Italia ce la farà, ce la faranno anche loro. Se loro ce la faranno, ce la farà anche l’Italia.

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La scuola come fonte di cittadinanza

Avvenire, 24 ottobre 2015

di Marco Impagliazzo

La questione migratoria è affrontata oggi in Italia con maggiore realismo. Le immagini drammatiche di migliaia rifugiati in fuga dalla guerra, ma anche i dati sul positivo impatto produttivo e demografico della presenza degli immigrati in Italia, non ci lasciano inerti e bloccati in visioni irrealiste. Un segno è l’approvazione alla Camera della riforma della legge in materia di acquisizione della cittadinanza. Si sono aggiornate norme pensate quando l’Italia era ancora solo marginalmente Paese d’immigrazione, per sanare l’ambigua situazione di quella ‘seconda generazione’ che, pur non essendolo de iure, è e si considera italiana in tutto e per tutto. Chi, in questi anni, si è fatto interprete delle esigenze di migliaia di giovanissimi che aspiravano alla normalizzazione della loro posizione, chi ha lavorato per l’integrazione di quanti contribuiscono alla nostra crescita produttiva, al nostro progresso civile, non può che gioirne. E sperare che il testo licenziato dalla Camera sia presto approvato dal Senato. La nuova legge – se ne è parlato anche su ‘Avvenire’ – è sfuggita alla tenaglia ius sanguinis-ius soli, per approdare a un’interpretazione originale della questione ‘cittadinanza’ che fa perno sul concetto che già l’allora ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi aveva definito di ius culturae.

È italiano non solo chi è nato tale, ma anche chi lo diventa. E lo si diventa, tra l’altro, frequentando regolarmente, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti del sistema nazionale d’istruzione. La cittadinanza diviene un processo in cui la nostra lingua, la nostra tradizione culturale, il nostro umanesimo, forgiano un individuo rendendolo indistinguibile, se non per il cognome e forse per i tratti somatici da tanti altri concittadini. È impressionante vedere come a scuola bambini, ragazzi, adolescenti figli di stranieri, vivano già da italiani, parlino già da italiani, sognino già da italiani.

La riforma della cittadinanza pone la scuola al centro del processo di formazione dell’identità nazionale e, così facendo, non solo rende giustizia al lavoro appassionato di decine di migliaia di lavoratori dell’istruzione, ma continua quella ‘mission’ che la scuola medesima ha sempre avuto, nel nostro giovane Stato: ‘fare gli italiani’. Alla scuola è riconosciuta quella centralità che dimostra giornalmente nel tessere connessioni e conoscenze nel vivo del contesto sociale, quella centralità che lo stesso presidente Mattarella ha di recente voluto sottolineare insignendo di onorificenze prestigiose diversi insegnanti o ex insegnanti.

Mi sono andato a rileggere alcune tra le pagine iniziali del libro ‘Cuore’. Il protagonista, Enrico annota sul suo diario: «Ottobre 22, sabato – Ieri sera entrò il Direttore con un nuovo iscritto, un ragazzo di viso molto bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e neri, con le sopracciglia folte e raggiunte sulla fronte, tutto vestito di scuro. Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla classe: – Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato […] a più di 500 miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, […] abitata da un popolo pieno d’ingegno, di coraggio. Vogliategli bene, in maniera che non s’accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli. Derossi abbracciò il calabrese, dicendo con la sua voce chiara: Benvenuto! – e questi baciò lui sulle due guancie, con impeto. Tutti batterono le mani. Silenzio! – gridò il maestro, – non si batton le mani in iscuola! Ma si vedeva che era contento. Anche il calabrese era contento». Roba di un secolo e mezzo fa? Quanti ragazzi un po’ più bruni della media la scuola accoglie anche oggi con dedizione, come il piccolo calabrese di fine Ottocento?

Sì, la scuola ha contribuito a farci sentire tutti italiani, la scuola ci ha resi italiani, fratelli d’Italia dalle Alpi a Lampedusa. Ma quel processo non è finito, continua nell’oggi, generando nuovi figli dell’idioma di Dante, nuovi eredi dell’umanesimo di Manzoni, nuovi cittadini di una Repubblica fondata su valori di civiltà e di solidarietà.

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“Interventi nei Paesi di partenza e fondi privati per salvare vite umane”. Intervista a Marco Impagliazzo

Il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2015

di Vanessa Ricciardi

“Abbiamo aperto con il ministro degli esteri, Paolo Gentiloni, un tavolo sui profughi”. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha un piano ben preciso: “A differenza di chi urla e grida contro i migranti, noi abbiamo conosciuto le loro storie di sofferenza, e qualche cosa possiamo farla”.
In cosa consiste il piano?
Cinque punti. Il primo, che sperimenteremo con la Federazione delle Chiese Evangeliche, è l’humanitarian desk e verrebbe gestito interamente con l’8 per mille delle Chiese evangeliche e i nostri contributi. Consiste nel fare una prima inchiesta con la collaborazione delle ambasciate italiane per stabilire chi ha le caratteristiche per ottenere i visti umanitari, prima che prendano i barconi. È impossibile attuarlo nelle zone di guerra, ma può realizzarsi in Libano, dove arrivano migliaia di profughi dalla Siria e dall’Iraq, e in Marocco, dove giungono quelli dal Sahel. Un modello anche per altri Paesi Ue.
Quale percentuale degli attuali migranti avrebbe diritto a questi permessi?
Il 70-75%. È chiaro che è impossibile rilasciarli a tutti,per questo abbiamo pensato ad altre azioni. L’ipotesi sarebbe quella di costituire un Ufficio dell’immigrazione europeo, da aprire in un Paese nordafricano. Poi, ed è il secondo punto, vorremmo avviare un negoziato per la revisione degli accordi di Dublino, quelli per cui abbiamo i migranti fermi a Ventimiglia.
Crede che ci sia l’intenzione di metterlo in discussione?
L’Europa è divisa in due, Nord e Sud. Per i paesi più interessati, l’Italia e la Grecia, sì. Naturalmente non per quelli del Nord. Già semplificare i ricongiungimenti familiari, oggi molto difficili, sarebbe un passo avanti. Il terzo punto, sono le sponsorship private: permettere alle associazioni di finanziare, e poi garantire all’arrivo, le partenze per gruppi di migranti che ne hanno i requisiti. Come quarto e quinto punto, per salvare tante vite umane, proponiamo il rilascio di visti e permessi umanitari.
Crede che nel clima attuale ci sia questa disponibilità?
Sì. Un vescovo canadese ha pagato per il trasferimento di 1000 profughi siriani rifugiati in Libano. Le azioni di solidarietà alla stazione di Roma Tiburtina e di Milano mostrano che ci sono molti italiani che vorrebbero aiutare. La chiesa sarebbe felice di farlo.
Una volta concessi i permessi, l’Italia sarebbe in grado di accogliere queste persone?
Certo. Su una previsione di 180 mila migranti nel 2015, meno della metà vuole restare. E i fondi europei ci sono, anche se sono stati usati male, pensiamo a Mafia Capitale. L’Ue stanzia 35 euro a migrante al giorno, a loro ne vanno 2,50, il resto serve al sistema di accoglienza. Manca però la regia pubblica, perché la politica è vittima delle grida anti-immigrazione.
Il Consiglio europeo sbloccherà la situazione?
Solo in parte. L’Europa ancora non è preparata e c’è troppa pressione di parte dell’opinione pubblica.
E il piano B di Renzi?
Potrebbe concedere ai migranti a Ventimiglia dei visti per motivi umanitari. Entrerebbero subito in Francia. Più che altro un gesto di ritorsione.

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Intervista a Marco Impagliazzo: «In mare come nel deserto e`gente che fugge e muore. E’ l’ora della solidarietà»

La Provincia Pavese, 11 maggio 2015

di Franco Ferraro

Il presidente della comunità di Sant’Egidio: «Dramma profughi sotto i nostri occhi» Richiamo all’Ue: «Ha una responsabilità storica». I flussi? «Il disordine crea rischi» E nel futuro ci sono tanti “nuovi europei”: «Certi muri artificiali creano alienazione»

Franco Ferraro, caporedattore di Sky Tg24, torna con “Venti domande per me (posson bastare)”. Il protagonista, questa settimana, è Marco Impagliazzo, 53 anni, storico, docente universitario e presidente della Comunità di Sant’Egidio.
1) Sbarchi continui, Italia approdo di disperati. Italia sola a gestire il problema… 
C’è una dramma che si svolge sotto gli occhi dell’Europa. Un flusso che non si arresterà: troppe crisi, troppe guerre da affrontare. In mare si muore, così come nel deserto. Siamo il Paese più vicino alle coste nordafricane, i più esposti, con Grecia e Spagna. Ci vuole una più forte coesione e corresponsabilità da parte dei 28 stati membri della Ue ma anche consapevolezza tra i cittadini italiani che è l’ora della solidarietà.
2) Secondo voi, se l’Ue non è all’altezza di fermare le stragi del mare, è l’Onu che deve scendere in campo…
Era una proposta frutto di una ribellione di fronte all’immobilismo europeo dopo le grandi tragedie in mare. Ma l’idea forte è che l’Europa per prima deve muoversi per i migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo. Le ultime dichiarazioni di Junker e Mogherini fanno sperare in una novità positiva. All’Europa spetta una responsabilità storica. Che non si dica in futuro che ci siamo chiusi davanti alla tragedia: ne va del buon nome di tutti i paesi europei. Abbiamo già visto la cattiva prova che fece l’egoismo nazionale. A 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale dobbiamo aver imparato cosa significa pace e accoglienza. Vorrei un’Europa “giusta tra le nazioni”.
3) Sant’Egidio ha proposto un “canale umanitario”. Di che si tratta?
L’azione consiste nella richiesta al Governo italiano o ad altri governi europei di adottare una buona pratica tesa a garantire a un numero limitato di persone vulnerabili e bisognose di protezione umanitaria, di ottenere un visto d’ingresso in Italia; nell’apertura in alcuni Paesi di transito come il Libano, il Marocco, l’Egitto di “Humanitarian Desks” gestiti da Sant’Egidio e dalla Federazione delle Chiese Evangeliche italiane, presso cui le persone bisognose di protezione umanitaria potranno istruire la loro richiesta che sarà quindi successivamente trasmessa alle autorità diplomatiche secondo la procedura prevista. Insomma: si tratta di creare canali legali per evitare la morte in mare.
4) Voi pensate che questa proposta possa funzionare come modello anche per altri Stati europei…
Può funzionare per tutti. È un modo per essere solidali fattivamente, senza demagogie. Si può anche fare il triage e garantire più sicurezza. Siamo consapevoli che un afflusso disordinato e caotico, oltre che ad essere micidiale per chi lo subisce, è anche foriero di rischi: pensate ai bambini soli che arrivano, alle possibilità per i mercanti di uomini … ci vuole una chiara protezione europea.
5) Il nodo Siria, che vi sta molto a cuore…
Sì, è una guerra terribile, così come quella in Libia. Sono conflitti da risolvere. Se non c’è una soluzione magica e immediata, occorre almeno gestire il conflitto. Per questo Andrea Riccardi ha proposto la tregua per Aleppo (#savealeppo), una città simbolo antico di coabitazione tra cristiani e musulmani, ma anche un luogo da cui – se la carneficina si ferma – ripartire per una Siria in pace. Bisogna subito iniziare da qualcosa di concreto: è uno scandalo non agire.
6) E poi c’è la Libia…
La Libia è uno Stato fallito alle nostre porte. Dobbiamo preoccuparci della Libia prima che i libici si mettano a fuggire anche loro. Come in Siria, anche attorno a tale crisi ci sono interessi di potenze regionali. L’inviato Onu ha fatto il possibile: ora occorre chiedere a chi sostiene dall’esterno le due parti in lotta, di fare un passo indietro per favorire l’accordo. Basta invii di armi, basta sostegno alle fazioni: solo la pace garantisce gli interessi di tutti.
7) Perché – come dite voi -i migranti devono essere considerati i “nuovi europei”?
Chi è emigrato in Europa e si è stabilito qui, assume la nostra lingua e la nostra cultura. Sono persone che si integrano nelle nostre società, basti pensare al fenomeno delle badanti in Italia. Creare artificiali muri in base alla provenienza non fa che provocare alienazione e disaffezione. A questi nuovi europei vanno trasmesse la nostra cultura e la nostra forma di democrazia, senza timore. Tutti possono vivere in Europa portando qualcosa ma anche ricevendo molto. I “foreign figthers” di origine europea sono il simbolo di un’integrazione fallita a cui si aggiunge un vuoto di senso tipico di una parte delle nostre giovani generazioni. Leggete le motivazioni di questi giovani che vanno a morire in un inferno: per amore, per curiosità, per spirito di avventura, per dare senso alla propria vita, per rabbia, per fare la rivoluzione… tutte ragioni che in passato avrebbero espresso in altro modo.
8) D’accordo, ma perché l’Europa dovrebbe aver bisogno di migranti? 
I migranti sono un portato della globalizzazione: tendiamo tutti a mischiarci di più che in passato. L’Europa ne ha bisogno per la sua economia e per il declino demografico che tocca molti suoi paesi tra cui il nostro. E poi la loro vita, la loro storia, la loro vitalità sono un’opportunità di crescita per le nostre società invecchiate. Come la storia (anche antica) dei movimenti di popolazioni insegna, si creano dei “vuoti d’aria” demografici che si riequilibrano da sé. Guardiamo alla nostra storia di emigrazione: l’Italia ha oggi cinque milioni di cittadini con passaporto residenti all’estero, 80 milioni circa di italo discendenti: se li espellessero tutti dove andrebbero?
9) Esiste il rischio di jihadisti infiltrati sui barconi della disperazione?
Non direttamente. Chi è già jihadista non prende il barcone, non rischia la morte in mare. Ma se un giovane che arriva via mare, trova ad attenderlo solo disprezzo, razzismo e solitudine, tra qualche anno potrà anche diventarlo, se non saremo in grado di fermare le guerre prima. Bisogna stare attenti alle carceri: la predicazione dell’odio avviene essenzialmente dentro le prigioni, oltre che davanti al web.
10) Pensa che la strage di Charlie Hebdo abbia cambiato il rapporto tra Occidente e Islam?
Purtroppo la strage di Parigi non è una novità. Ce ne sono state altre, pensate a Atocha a Madrid, a Londra e alla stessa Parigi degli anni Novanta. L’eccidio di Charlie ha avuto una particolare risonanza perché simbolica della libertà di espressione che i jihadisti vorrebbero distruggere. Il rapporto tra Occidente e Islam non è cambiato: da tempo è contraddittorio e ambiguo. Dobbiamo sapere che è in corso una guerra civile nell’Islam mediorientale. Se una grande civiltà come quella arabo-islamica si ammala, anche noi – che siamo vicini – ne subiamo le conseguenze. E poi dobbiamo sostenere le minoranze in quei paesi: yazidi, cristiani e altri, che non c’entrano niente, rischiano l’estinzione. Sono i vasi di creta tra vasi di ferro.
11) «Basta con i mercanti di carne umana. Bisogna accogliere i migranti, perché la sola tolleranza non basta» ha detto Papa Francesco…
Esatto: la tolleranza può nascondere un disprezzo malcelato. Il Papa conosce bene il fenomeno delle fughe dalla violenza e dalle crisi: penso al Centro America, al muro tra Messico e Usa… Occorre assumersi la responsabilità del tempo storico che si vive. Ricordiamoci il tempo di guerra in Europa: gli sfollati erano milioni e non c’era alternativa all’accoglienza. Queste persone oggi fuggono da guerre, dittature, carestia…
12) Francesco ha parlato delle ostilità verso gli immigrati anche da parte della Chiesa: «Non di rado i movimenti migratori suscitano diffidenze e ostilità, anche nelle comunità ecclesiali…».
È un fenomeno triste per chi dovrebbe ascoltare e vivere il Vangelo. Una delle opere di misericordia (e a dicembre inizia l’anno santo della misericordia) è proprio accogliere lo straniero. «Ero straniero e mi avete accolto – dice Gesù». L’ostilità nasce quando il cristiano si lascia trasportare dal conformismo dello spirito del tempo. Ma un vero cristiano deve vivere in modo alternativo, deve ricordarsi sempre della misericordia e della compassione. Cosa lo distingue se non questo? Grazie a Dio tanti cristiani sono su questa strada ed è un bene per le nostre società.
13) Ancora a proposito del Pontefice. La recente, rovente polemica tra il Papa e il Governo turco sulla strage degli armeni. Lei sull’argomento ci ha scritto un libro, non a caso intitolato “Il martirio degli armeni, un genocidio dimenticato”…
Occorre uscire dall’ambiguità: la strage degli armeni è il primo genocidio del XX secolo. Negare un’evidenza storica non aiuta certo la verità e soprattutto la possibilità di riprendere un cammino insieme tra turchi e armeni. Cento anni fa si vollero eliminare le minoranze cristiane dall’impero ottomano per un disegno nazionalista estremista: costruire uno nuovo Stato sull’omogeneità, dopo secoli di multietnicità. Si è trattato di un genocidio per ragioni nazionaliste, ma poi fu usato l’appello alla guerra santa per manipolare le coscienze di chi lo eseguì. L’idea del governo “giovane turco” a quel tempo, era più simile a ciò che si è rischiato nei Balcani negli anni Novanta: totale pulizia etnica e culturale. Infine direi che il negazionismo è impossibile: all’interno della società turca sono emersi in questi anni oltre a tanti documenti anche le testimonianze degli “armeni sommersi”, coloro che furono rapiti e convertiti da bambini. Ci sono testimonianze, libri, interviste dei loro nipoti.
14) Da quando lei è presidente di Sant’Egidio ha visto passare nella storia tre Papi: Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio. Un mini profilo di ognuno di loro… 
Wojtyla è il Papa del XX secolo: in Europa lo ha attraversato tutto nei suoi passaggi peggiori, nazismo, Shoah, comunismo… E’ il Papa geopolitico, colui che ha sconfitto il blocco dell’Est ma anche che ha capito prima di tutti il ruolo che avrebbero dovuto giocare le religioni per la pace: il cosiddetto “Spirito di Assisi”. Pregava davanti all’atlante dei dolori del mondo. È il Papa che ha portato la Chiesa nel passaggio tra due millenni fuori dalla paura. Ratzinger è stato il Papa della predicazione, dell’amore per la Parola di Dio e del dialogo con lo spirito laico dell’Europa e dell’Occidente: ha cercato l’alleanza morale con il meglio della cultura laica, per affrontare le sfide della globalizzazione. Il suo cruccio era un’Europa disinteressata del mondo, senza ambizioni con il rischio di “congedarsi dalla storia”; la sua speranza era che al contrario potesse dare un’anima alla globalizzazione. Bergoglio è il Papa della globalizzazione. È il primo Papa uscito da una megalopoli, come è Buenos Aires e che quindi conosce profondamente i problemi e i dolori delle periferie delle grandi città, in un mondo dove tutto è periferia e i centri si moltiplicano. Nelle “periferie umane e esistenziali” nasce il mondo di domani. È il Papa del coraggio pastorale: andare in missione in un mondo complicato, come fu quello dei primi apostoli. Come si vede, i tre papi sono una sola successione di testimoni del Vangelo nel mondo: per seguirli non basta ammirarli, occorre ascoltarli e convertirsi.
15) La Comunità di Sant’Egidio è presente in 73 Paesi del mondo con la partecipazione attiva di oltre 60mila persone e la collaborazione di migliaia di volontari. Una macchina potente.Anche complicata da guidare?
Un corpo più che una macchina, con tante membra diverse. Il numero è importante ma non significa potenza: sono tanti giovani che volontariamente impegnano la loro vita, e la rischiano. Ricordo qui William morto a 22 anni in Salvador ucciso delle gang, le maras, perché insegnava la pace ai bambini; Floribert assassinato in Congo per non essersi lasciato corrompere, ed altri. Questo è il volto del popolo di Sant’Egidio: gente non pagata, che si impegna gratuitamente e vive il Vangelo accanto ai poveri. Essere il presidente significa per me, certamente risolvere tanti problemi, ma soprattutto proteggere e comunicare questo spirito di libertà evangelica e di gratuità.
16) Lei è anche professore di storia contemporanea all’Università per stranieri di Perugia. È cambiata negli anni la tipologia degli studenti?
Credo che abbiamo di fronte giovani più curiosi ma meno strutturati. Vengono da tutto il mondo e sanno che per vivere meglio ci vuole apertura: apprendere in una lingua straniera è anche questo. Ma ieri erano più impostati dalle loro società di provenienza. Ora che queste ultime (anche la nostra) sono più liquide -come si dice-, i giovani sono più fragili forse, ma certamente più recettivi. Bisogna parlargli.
17) Parliamo della scuola Louis Massignon, presente a Napoli dall’autunno del 1989, all’indomani della morte di Jerry Essan Maslo, un giovane rifugiato sudafricano, ucciso dopo aver subito una rapina nell’estate del 1989 a Villa Literno…
Una storia triste ed emblematica: Jerry veniva dall’apartheid e aveva il sogno di un mondo più giusto. Trovò invece razzismo e morte. Come italiani dobbiamo chiederci: é questo il modello che offriamo? Per questo combatterono i costruttori del sogno europeo? Per questo fu sconfitto il nazifascismo? Su questo si basa lo storico umanesimo italiano? Jerry lo ricordiamo sempre, assieme ad altri, come l’amico che cercava una vita migliore. Ci aveva frequentato. Era certamente un nuovo europeo… Con altre storie, quella di Jerry é all’origine del nostro lavoro con gli immigrati: le mense, le scuole di lingua e cultura, il movimento Genti di Pace. La sua morte colpì molto l’Italia: ricordo che l’allora Presidente della Repubblica Cossiga mandò a Sant’Egidio il telegramma di condoglianze del popolo italiano. Eravamo la sua famiglia.
18) L’ultimo film visto?
“Mia Madre” di Nanni Moretti. Un film profondo sul rapporto tra le generazioni, con tutte le sue contraddizioni, ma con un legame che non si rompe. È un messaggio importante mentre tanti anziani vengono abbandonati. Ho studiato con la madre di Moretti al liceo Visconti a Roma. Era così. Una donna saggia e di grande cultura. Gli studenti e i libri erano la sua passione.
19) L’ultimo libro letto?
“Elogio dei poveri. In un tempo in cui i poveri fanno paura” di Marco Gnavi. È il parroco di Santa Maria in Trastevere che riflette su come, a partire dai poveri, si può umanizzare il nostro tempo. Una grande lettura spirituale che mi ha fatto bene.
20) L’ultimo errore fatto?
Non aver dedicato il mio ultimo libro sui cristiani martiri ad Abish, bambino pakistano cristiano delle nostre scuole della pace morto in un attentato terroristico a Lahore. Lo faccio ora grazie alla sua intervista. La ringrazio.

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Siamo accoglienti se ricordiamo la storia. Migranti, intolleranze e il nostro passato di viaggiatori

Avvenire, 8 maggio 2015

di Marco Impagliazzo

Il Papa ha chiesto alla Conferenza delle Chiese europee che i cristiani del nostro continente si distinguano per l’accoglienza. È un tema antico lungo le sponde del Mediterraneo. Negli Atti degli Apostoli, dopo il naufragio di Paolo a Malta, è scritto che gli abitanti avevano trattato i naufraghi «con rara umanità».

Oggi a fronte dell’impegno di tanti nell’accoglienza dei naufraghi del XXI secolo, esistono espressioni di inaccoglienza preoccupanti. Basta dare un’occhiata a qualche social network, o a qualche dibattito televisivo, dove i temi delle migrazioni sono trattati con volgarità, violenza e persino disumanità. Una prova è nella triste pagina scritta on line da chi pensa che un morto in mare valga un posto di lavoro in più per un italiano.

Questo giornale cerca ogni giorno di rimotivare quella cultura dell’umano che è alla base di ogni discorso “ragionevole” sul tema delle migrazioni. C’è, poi, da recuperare una cultura storica troppo spesso delegittimata. Da studioso di storia mi ha colpito la reazione veemente contro la frase postata su Facebook il 21 aprile da Gianni Morandi: «A proposito di migranti non dobbiamo mai dimenticare che migliaia e migliaia di italiani sono partiti dalla loro Patria con la speranza di trovare lavoro, un futuro migliore per i propri figli, visto che nel loro Paese non riuscivano ad ottenerlo! Non è passato poi così tanto tempo». Ecco, una frase pacata, vera, condivisibile. E invece no! Commenti su come noi eravamo e siamo differenti, su come l’illegalità, l’irregolarità, la sporcizia, la trasandatezza e quant’altro non ci riguardino e non ci abbiano mai riguardato.

L’artista ha pazientemente risposto a decine di commenti, chissà se è riuscito a convincere qualcuno, o almeno a farlo ragionare. A fargli ricordare una pagina di storia. Della nostra storia, di nemmeno tanti anni fa. Quella storia che i nostri stessi nonni, se non i nostri padri, ci potrebbe richiamare alla memoria. Ovvero le migliaia di ristoranti italiani in Francia, Germania, Belgio, Stati Uniti e altrove. E ancora, lo stesso Vescovo di Roma, discendente di avi italiani come milioni dei suoi connazionali argentini.

Ciò che impressione in quella levata di scudi tesi a dire “Noi non eravamo così” è il vortice di vittimismo e di rimozione che sembra trascinare con sé non solo quella «rara umanità» che tutti dobbiamo cercare di preservare, non solo quella civiltà minimale che in genere ci fa essere silenti e pensosi di fronte a centinaia di morti, ma anche la nostra stessa identità di italiani. L’identità di un popolo che – è il caso e il momento di dirlo – è stato tante cose, belle e meno belle, ma anche un popolo di migranti.

E, invece, la rimozione del nostro passato e profonda e tenace. Perché, come scrisse Pasolini, da noi cultura élitaria e popolare hanno finito per convergere sull’«idea che il male peggiore del mondo sia la povertà». Mai, allora, ricordare quando eravamo poveri davvero. Tanto da lasciare l’Italia in mezzo milione l’anno intorno al 1910! Altro che le invasioni odierne! Mai sottolineare che una volta «gli albanesi eravamo noi», per citare un libro di successo di Gian Antonio Stella.
Questa è storia che si studia poco e male a scuola. Molti autori della nostra letteratura hanno ricordato, sull’esempio del grande Dante – «Duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale» –, la nostra esperienza di sradicati, di braccia in cerca di lavoro. I nomi di Sciascia, con il suo Il lungo viaggio, che parla di italiani trasportati e ingannati da scafisti altrettanto italiani, o di De Amicis con il suo Gli emigranti: «Traditi da un mercante menzognero, / vanno, oggetto di scherno allo straniero, / bestie da soma, dispregiati iloti».

Sì, è bene non rimuovere dalla memoria tutto questo. «Bestie da soma» e «iloti» lo siamo stati anche noi. È inutile e dannoso negarlo. Come è inutile ogni negazionismo – in questo tempo di anniversari di stermini. Come è dannoso per ogni popolo non fare i conti con il proprio passato, non riflettere su quanto è stato e su quanto sarà, ovvero limitarsi ad essere spettatori indifferenti, o incattiviti, del nostro presente.

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Impagliazzo: Roma chieda scusa ai suoi poveri e ai rom

Radiovaticana, 19 dicembre 2014

di Francesca Sabatinelli

La “Michelin dei poveri” compie 25 anni. E’ stata presentata oggi l’edizione 2015 della guida della Comunità di Sant’Egidio “Dove mangiare, dormire, lavarsi” rivolta ai poveri di Roma, che raccoglie tutte le indicazioni necessarie a chi si trova in stato di difficoltà, italiani e stranieri.

Roma, i romani, ma soprattutto le istituzioni chiedano scusa per ciò che è accaduto a danno dei poveri. Marco Impagliazzo introduce la presentazione della guida aprendo sin dall’inizio il capitolo dell’inchiesta “Mafia Capitale”:

“Il primo modo per curare questa ferita è chiedere scusa per ciò che non è ancora stato fatto. Chiedere scusa a tanti poveri e a tanti Rom che hanno subito in questi anni uno sfruttamento della loro condizione da parte di alcune persone. Già nel 2010 io stesso, con la comunità di Sant’Egidio, denunciavamo alcuni sgomberi di campi Rom attrezzati nella città di Roma e trasferiti in campi più grandi, con uno spreco di risorse allucinante. Perché sgombrare campi attrezzati? E’ una domanda che noi stiamo facendo da quattro anni a tante stanze istituzionali, ma senza risposta. Dunque, io credo che noi dobbiamo chiedere “scusa” a queste persone, perché i fondi per aiutarle, per sostenerle c’erano, ma sono stati sperperati. Non siamo mai usciti, questo è il caso dei Rom, dal tema dell’emergenza, e quando il tema è l’emergenza non si fanno bandi adeguati, si dà l’incarico al primo che si presenta… Dietro l’emergenza si prendono troppe scorciatoie che hanno portato poi ai problemi che sono stati evidenziati dall’inchiesta della Procura di Roma”.

Impagliazzo invita il terzo settore ad una riflessione sulle vere motivazioni che spingono le persone a lavorare nel sociale, a capire quindi se esistano ancora o se piuttosto si parli ormai di un lavoro come un altro. E’ necessario inoltre  che la politica contrasti un pericoloso e dilagante pregiudizio:

“Purtroppo, si sta diffondendo un’idea: che la povertà porti con sé il degrado. Questa è una criminalizzazione dei poveri che non va fatta, che è ingiusta, perché al cuore dei nostri valori c’è il tema della solidarietà. Noi dobbiamo riprendere il discorso sulla difesa dei poveri. Oggi, invece una certa cultura politica ci parla di ‘difenderci’ dai poveri, che è esattamente l’opposto. Quello che va recuperata attraverso la gratuità, attraverso l’esempio di tante persone che fanno del bene, è l’idea che la povertà non è un degrado ma stimola, nella società, quei valori profondi – cito quello della solidarietà – che fanno il tessuto di una società e che è un tessuto che sta morendo, soprattutto nella nostra città di Roma e nelle sue periferie”.

La povertà assoluta nel Paese nel 2013 è aumentata di quasi due punti percentuali, coinvolge più di sei milioni di persone, in particolare famiglie numerose e composte da due persone anziane. A Roma sono in aumento i senza fissa dimora  e il flusso dei rifugiati provenienti dal Mediterraneo. Si moltiplicano quindi le richieste di aiuto e di sostegno.

“Non c’è un’inversione di tendenza: questo è il fatto nuovo. Sono dati molto allarmanti sui quali è importante riflettere e di fronte ai quali io vedo una sempre maggiore mobilitazione da parte di forze generose qui, a Roma, mobilitart certamente dalla predicazione di Papa Francesco sul tema delle periferie e dei poveri, ma ormai anche da un lavoro capillare che la comunità di Sant’Egidio e altre associazioni stanno svolgendo sul terreno, per mobilitare energie umane e risorse sul tema dei poveri e della povertà”.

La comunità di Sant’Egidio si fa quindi promotrice della richiesta di una costituente per Roma, che riunisca le forze politiche, economiche e sociali della città per aprire una riflessione sul futuro e sul ruolo della capitale.

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RIFUGIATI: IMPAGLIAZZO (S.EGIDIO), RIPRISTINARE ESPERIENZA MARE NOSTRUM

Agenzia SIR, 10 dicembre 2014

Di fronte a quella che continua ad essere un’emergenza umanitaria, non gestibile con provvedimenti ispirati dalla sola preoccupazione di difendere la sicurezza, il presidente della Sant’Egidio rivolge un nuovo appello all’Italia e all’Europa perché con l’avvio di Triton e con le operazioni di Frontex “non venga smarrito il patrimonio acquisito dall’Italia con Mare Nostrum dopo la tragedia di Lampedusa”. Impagliazzo chiede “il ripristino di quell’esperienza che è servita a salvare tante vite umane”. “Il complesso fenomeno dell’immigrazione – aggiunge Impagliazzo – va affrontato guardando ai motivi che spingono le persone ad abbandonare il loro Paese – come sottolinea l’Alto Commissariato – e non con misure di mera deterrenza”.

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Italia-Africa, seria occasione

Avvenire, 8 febbraio 2014

L’Italia e l’Africa. Negli scorsi decenni il rapporto tra queste due zone del pianeta è stato solo un esile ponte gettato tra mondi distanti. Un ponte di simpatia – il terzomondismo, la cooperazione, la mediazione, la grande opera dei missionari –, di interessi concreti – la ricerca e lo sfruttamento di materie prime –, di paure – il caos, l’immigrazione –. L’Africa è sempre stata lì, di fronte a noi. Ma ultimamente considerata troppo lontana e diversa. Ebbene, può essere questa, oggi, la nostra visione del continente? O non si tratta di accettare finalmente il fatto che il mondo è cambiato, che è più complesso e più interdipendente? Questo vale anche per l’Italia.

Un recente rapporto realizzato dall’Ispi (Istitito per gli studi di politica internazionale) per il Ministero degli Esteri, da qualche tempo disponibile in rete, dal titolo “La politica dell’Italia in Africa”, intende appunto agevolare l’apertura di una via nuova per il nostro Paese, di vicinanza e di collaborazione con questo Sud del mondo. Non solo e non tanto sul piano del supporto allo sviluppo, bensì in una logica win-win, cioè di vantaggi reciproci, di mutua crescita, di convergenza di interessi economici e culturali.

Il rapporto parte dai profondi mutamenti che l’Africa sta vivendo: «Sei delle dieci economie che hanno marciato più rapidamente nel decennio 2001-10 sono Paesi subsahariani, con tassi medi attorno all’8%». Ciò apre nuove opportunità per il Bel Paese e chiede di individuare e specificità dell’approccio italiano al continente per gli anni a venire.

L’Africa non è più quella di un tempo. Ha vissuto una mutazione antropologica: i nuovi africani sono più istruiti dei loro genitori, più mondializzati, più desiderosi di contare. I problemi restano, ma l’Africa è parte del villaggio globale, del mercato mondiale, non è solo un giacimento a cielo aperto. E in questa nuova Africa l’Italia può trovare un suo spazio, per esempio con le piccole e medie imprese, un tipo di know-how molto apprezzato a nord e a sud del Sahara: «Esistono ampi spazi per operazioni di collaborazione industriale strategica in cui l’Italia e le aziende italiane possono assumere un ruolo di guida e orientamento dei relativi processi decisionali, generando opportunità per esportazioni e investimenti». Eppure scontiamo la timidezza culturale nel considerare l’Africa parte di un orizzonte più largo, euroafricano. Sebbene la Chiesa abbia sempre sostenuto l’idea di una comunità di destino tra l’Europa e l’Africa.

In una stagione di crisi, in un contesto che sta rimodellando le tradizionali gerarchie geopolitiche del Pianeta, non ci si può rinchiudere in gusci più o meno consolatori, né far finta che vaste zone del mondo semplicemente non esistano. È il momento di rilanciare l’economia nazionale “agganciandola” all’espansione economica del Sud del mondo, proponendosi come partner di una nuova visione interdipendente in cui tutti potranno e dovranno fare leva sui punti di forza di ciascuno.

Occorre, insomma, aprire gli occhi sul tempo che stiamo vivendo, svecchiando approcci che non hanno più ragione d’essere, rispondendo al desiderio di futuro che tanto l’Italia quanto l’Africa esprimono, più apertamente loro, più confusamente noi: un desiderio di futuro che chiede un cambiamento coraggioso e lungimirante. È una sfida per un Paese come il nostro, impaurito, tante volte vittimista e provinciale. Ma è una sfida che può essere vinta, in linea con le nostre migliori tradizioni. Perché l’Italia è una nazione troppo grande, per storia, cultura, creatività, per essere condannata al provincialismo.

Dobbiamo riflettere di più sul ruolo dell’Italia nel mondo. Il salto da compiere è mentale e culturale, innanzitutto. Come sottolinea il rapporto Ispi, una priorità è «la costruzione di una “nuova narrativa” sull’Africa subsahariana, rovesciando la diffusa percezione di un insieme indistinto di Paesi instabili ed economicamente depressi, per “raccontare” invece di un’Africa che offre importanti opportunità economiche».

Ma forse un passaggio del genere è oggi più facile. In un tempo in cui papa Francesco invita a guardare dalle periferie per capire meglio la realtà, un approccio originale, può essere la via per sfuggire al “declinismo”, per scrivere un’altra, positiva pagina di storia per il nostro Paese.

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