Archivi tag: Solidarietà

Coronavirus. Il gran valore dei «solidali». Le reti umane da valorizzare

di Marco Impagliazzo, su Avvenire del 6 marzo 2020

Queste settimane di dura prova per il nostro Paese, a causa della diffusione del nuovo coronavirus, hanno mostrato la tenuta delle istituzioni democratiche, l’abnegazione del mondo sanitario, della protezione civile e delle forze dell’ordine insieme al senso di responsabilità di tanti cittadini. Eppure, l’epidemia ci ha colti in un tempo liquido, in cui si sono dissolte reti sociali e relazionali sperimentate. Ognuno è più solo nel mare della vita. Di qui l’incertezza, la confusione, e a volte la paura di questi giorni. Di qui le città che si svuotano di vita.

Ognuno è un po’ più solo nella crisi e reagisce in modi a volte contraddittori. Le risposte positive però non mancano. L’emergenza ha fatto emergere la centralità delle reti di prossimità e di solidarietà oggi ancora più essenziali per contrastare la solitudine e l’isolamento di tanti. La vasta realtà di persone che appartengono a queste reti, espressione in gran parte del mondo cattolico, sono, generosamente, all’opera perché nessuna delle persone più vulnerabili e fragili rimanga sola in questa emergenza. Insieme a tanti preti al servizio e in ascolto delle persone.Nel tempo della solitudine è chiesto dalle autorità competenti – per un motivo quanto mai necessario e per ragioni assolutamente condivisibili – di creare una certa distanza, alla quale però si può rispondere facendo crescere la vicinanza relazionale. Non solo l’interesse e la partecipazione all’esistenza altrui, bensì qualcosa che si faccia premura, calore, accompagnamento. Non sconfiggeremo il covid-19 se saremo più soli, ma se saremo più vicini, pur in una distanza a prova di contagio. Non usciremo da questa prova astraendoci dal mondo esterno (e isolando gli altri), ma creando ponti capaci di non far andare alla deriva nessuno, a cominciare dai più deboli.
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I mali, la crisi e il gemito della città. Solo la solidarietà può salvare Roma

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 5 luglio 2019

Papa Francesco ha recentemente detto, parlando di Roma: «Lasciamoci portare in mezzo al cuore della città per ascoltarne il grido, il gemito». C’è un lamento che sale dai Sette Colli e dalla loro immensa periferia; c’è una ferita aperta in quel corpo unico, fatto di monumenti, parchi, strade, case, del vissuto concreto di milioni di uomini, donne, bambini. Non pensate tanto alle carenze o agli errori di questa o quella Amministrazione, quanto piuttosto a un clima che si respira, certamente indotto da scelte che calano dall’alto, ma soprattutto conseguenza degli umori e degli atteggiamenti che muovono dal basso. La città è un libro difficile da leggere. Ma certo il corpo sociale è provato: i quadri tradizionali del vivere insieme si sono quasi dissolti, uomini e donne spaesati non hanno punti di riferimento, un tratto aggressivo sostituisce quello bonario di una volta. Sembra di cogliere una stanchezza, uno sfinimento, un avvilimento generali. Che si fanno rassegnazione o rabbia, su un orizzonte strettamente individuale.

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Andare avanti insieme come popolo. La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa. Intervista a Marco Impagliazzo

da Osservatore Romano del 27 maggio 2019 (di Andrea Monda)

«Camminare e andare avanti come popolo». Questo è lo spirito della sinodalità.

Lo sottolinea Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio e ordinario di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, in questa intervista con la quale «L’Osservatore Romano» vuole continuare ad alimentare la riflessione e il dibattito sul ruolo della Chiesa italiana di fronte alla crisi della società attuale. Dopo Giuseppe De Rita (22 maggio), Stefano Zamagni (24 maggio) e Mauro Magatti (25 maggio), Marco Impagliazzo analizza i fenomeni della solitudine e del rancore sociale, della paura della Chiesa a porsi in stato di uscita ma anche della forza propulsiva che risiede in tutte le componenti del popolo di Dio.

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due le cose. Se invece si esclude una delle due, la società soffre, diventa schizofrenica. In questo sarebbe il ruolo della Chiesa nell’attuale situazione italiana.

Abbiamo visto i disastri che hanno fatto nel secolo scorso le ideologie che, con un impeto totalitario, hanno voluto chiudere il cielo sugli uomini e le donne. Che cosa ha significato in termini di sofferenza umana, oltre che sociale, l’aver impedito la pratica delle religioni? Non solo il cristianesimo, ma anche l’islam. E si è voluto distruggere l’ebraismo in Europa da parte del nazismo. Si è arrivati al paradosso dell’Albania comunista che, nel 1967, abolì le religioni, vietandone la pratica. Era il culmine di un processo durato tutto il Novecento. Sono quindi d’accordo con De Rita, l’uomo e la donna non vivono di solo pane, ma hanno bisogno di comunità e riferimenti spirituali.

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Capovolgere l’onda. La crisi dell’adozione spia dell’attuale clima sociale

di Marco Impagliazzo su Avvenire del 23 gennaio 2019

C’era una volta un Paese più paterno e più materno. Come ci ha ricordato Luciano Moia su ‘Avvenire’ dell’11 gennaio 2019, l’Italia è stata una casa accogliente per migliaia di bambini giunti tra noi attraverso l’adozione internazionale, in una misura tra le più significative al mondo, seconda solo agli Stati Uniti. I piccoli divenuti nostri concittadini con l’adozione erano più di 3mila nel 2011. Ma oggi non è più così. La disponibilità delle famiglie adottanti è diminuita, come pure le cifre relative ai procedimenti posti in essere.

E nel 2018 solo 1.364 minori (un calo di oltre il 50% rispetto a sette anni prima) sono giunti nelle nostre città dagli istituti e dagli orfanotrofi all’estero. Molte le motivazioni addotte a spiegare questa contrazione. In una trasmissione di Radio 3 Rai, ‘Tutta la città ne parla’, qualche giorno fa, alcuni degli intervistati e molti ascoltatori insistevano sui costi economici di un’adozione internazionale, sulle lunghezze procedurali. Certo è però che il fenomeno non riguarda solo l’Italia, ma tutto l’Occidente, con cali percentuali persino superiori a quelli della Penisola. Pesa la progressiva chiusura di molti Paesi extraeuropei alla pratica dell’adozione, come pure il crescente ricorso alla fecondazione assistita.

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Immigrazione, solidarietà e declino. “Ci vorrebbe una costituente cittadina”. Intervista a Marco Impagliazzo

da Il Foglio del 17 gennaio 2019

Roma. Due giorni fa è morto l’ennesimo clochard, Nicolae Cucu. E’ l’undicesimo da novembre e il settimo di queste notti di gennaio. Il Comune mette a disposizione 1.661 posti letto, poi ci sono quelli delle associazioni e delle parrocchie. Diversi clochard in queste strutture non vogliono andare, per questo motivo il Campidoglio sta pensando a un’ordinanza per obbligarli a recarsi in un rifugio. 
Ne abbiamo parlato con il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, docente di Storia all’Università di Roma III. 
Presidente Impagliazzo, l’ordinanza può funzionare? 
“Non è il modo corretto di procedere. Non si può dare la colpa ai poveri se non vogliono farsi aiutare. Gli interventi per strada si fanno con gli assistenti sociali, che instaurano un rapporto continuativo con queste persone, creando un rapporto di fiducia che facilita l’aiuto. Ma di assistenti sociali ce ne sono sempre meno e stanno negli uffici”. 

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Impagliazzo: “Caccia alle ONG ora basta, si perseguano i trafficanti”

Eco di Bergamo del 5 agosto 2017

di Francesco Anfossi

Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio: il caso «luventa» è un’eccezione, leggi rispettate «Si sta diffondendo un messaggio denigratorio nei confronti di chi pensa soltanto a salvare vite in mare»

«Il problema non è dare la caccia alle Ong ma perseguire i trafficanti», commenta Marco Impagliazzo, storico e presidente della Comunità Sant’Egidio. «Mi pare che il dibattito cui assistiamo sia distorto. Le Ong non sono organizzazioni criminali, ma organizzazioni umanitarie: fanno un grande lavoro di sostegno alla società, supplendo spesso a funzioni che dovrebbero essere svolte dagli Stati europei. E invece si sta diffondendo con una certa malizia un messaggio denigratorio nei confronti di chi pensa solo a salvare vite in mare». 
Eppure il caso della nave «luventa» è a dir poco inquietante.

«Su questo caso farà chiarezza la magistratura. Al momento è difficile esprimere un giudizio su una vicenda come questa. Ma non dobbiamo mai dimenticare che si tratta di un’eccezione e che in genere le Ong rispettano le leggi del mare e le convenzioni internazionali».
Nove Ong su tredici non hanno aderito al Codice di comportamento del Viminale per le navi che effettuano salvataggi nel Canale del Mediterraneo.
«La questione fondamentale della controversia tra queste Ong e il ministero degli Interni è la presenza a bordo di funzionari armati, disposizione contraria allo statuto delle Ong adottato in tutti i Paesi in cui intervengono, non solo nel Mediterraneo. L’altro punto di contrasto è la proibizione dettata dal Codice del trasbordo dei naufraghi in navi più attrezzate, che può apparire come una pura limitazione ai salvataggi. Ma questo non vuol dire che vi sia una divisione netta tra Ong e Stato italiano. So per certo che generalmente tutte queste Ong collaborano attivamente e reciprocamente con la Guardia costiera».
Non pensa che anche nei soccorsi in mare sia necessario aderire a un codice di comportamento per evitare l’anarchia?
«È giusto regolamentare, ma non è giusto denigrare chi salva vite in mare. Il Viminale non sta denigrando nessuno, ma una parte della politica è saltata su questa vicenda per dare addosso alle Ong. Tutto ciò è sbagliato e carico di conseguenze per il futuro di organizzazioni impegnate a salvare vite e a migliorare le condizioni di tanta gente in tanti scenari del mondo, non solo nel Canale di Sicilia».

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I vaccini e le morti che non contiamo

Avvenire, 7 novembre 2015

di Marco Impagliazzo

Aleppo, intervista ad Andrea Riccardi: devono stringersi le mani

Il fondatore di Sant`Egidio: «Ignorato dalla diplomazia il mio appello per la città. Perdite irrimediabili da questa guerra che pagheremo tutti: ora torniamo a mobilitarci»

Per Aleppo, nonostante l`appello lanciato oltre un anno fa, c`è stato un «disinteresse colpevole perché si sarebbe potuto fare di più», afferma Andrea Riccardi. «Quando si fa la pace – afferma il fondatore della Comunità di Sant`Egidio – si trovano sempre le mani sporche di sangue, ma ora si deve far sì che quelle mani si incontrino e si stringano».

Secondo un recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno nel mondo un milione e mezzo di bambini muore per malattie che si potrebbero evitare grazie a vaccini già in commercio. Un bambino su cinque, nel pianeta, non riceve le vaccinazioni di routine. Eppure nel mondo occidentale – se ne è parlato molto nei giorni scorsi a proposito del nostro Paese – si registra una crescente resistenza all’uso di tali presìdi. Prevalgono diffidenze, noncuranze, parole d’ordine preoccupate e preoccupanti. Nel 2014 le vaccinazioni contro la polio, il tetano, la difterite, la pertosse sono scese sotto la soglia di sicurezza del 95% della popolazione, quella soglia, detta ‘di gregge’, che garantisce la copertura anche di chi non è vaccinato. Ma ancor meno praticate sono le immunizzazioni per il morbillo, ormai fra l’80 e l’85%, o per l’influenza stagionale, che si assesta intorno al 50%. Il calo delle vaccinazioni è collegabile con il rafforzarsi di un’opinione pubblica in genere di cultura e redditi medio-alti, che ama l’informazione fai-da-te su internet, contesta la reale efficacia dei vaccini e rivendica il diritto alla libertà per quanto riguarda la salute propria e dei figli. Ma – occorre ripeterlo – non vaccinarsi fa male. E non solo a chi difende la propria libertà di non immunizzarsi. Bensì a tutti. Un esempio dei pericoli legati a questo tipo di situazioni è costituito dall’epidemia di polio scoppiata in Albania nel 1996. Un evento iniziato con casi circoscritti tra bambini non vaccinati, ma ben presto allargatosi agli adulti, causando ben 138 malattie conclamate, e spesso invalidanti, e 16 morti. Ma non è questione solo di storie albanesi. Tutto questo riguarda anche l’Italia.

Partiamo dagli anziani. L’inverno 2014/15 è stato testimone del cosiddetto caso ‘Fluad’, cui venivano imputate 13 morti (fatto poi smentito dalla Commissione d’inchiesta dell’Ema, l’Ente europeo del farmaco). Il clamore intorno a tale vicenda ha fatto sì che la percentuale di vaccinati tra gli over 65 si abbassasse dal 54% al 46% nel periodo considerato. La conseguenza è che si sono avute alcune centinaia di morti in più. Senza contare l’incremento dei casi d’influenza, il sovraffollamento dei reparti di Pronto Soccorso, l’aumento dei ricoveri per le complicanze dell’influenza. Con i costi economici relativi.

Arriviamo ai bambini. «Perché una bambina di quaranta giorni muore di una malattia che era di fatto scomparsa?», si è chiesta alla Camera il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, citando il recente caso della neonata morta di pertosse a Bologna. La diminuzione delle coperture vaccinali ha finito per scaricarsi su una bimba troppo piccola per essere immunizzata. Va contestata, e strenuamente, la disinformazione che circola sul tema. Tutti possono essere vittime della mancata vaccinazione.

Occorre lavorare nella sanità di base, sui mezzi d’informazione, nella scuola. Per ricordare che i vaccini sono un utile strumento di prevenzione e non un problema, uno scudo e non un’arma impropria, che i rischi connessi alla loro somministrazione sono così bassi che risultano assai più pericolose molte altre attività. Ma anche per contestare alcune idee che si fanno strada. Quella, ad esempio, che la salute sia qualcosa che riguarda me, e me soltanto, in piena consonanza con un individualismo di fondo che ci vede attori solitari che interagiscono, se vogliono, con altri attori solitari. Ma la sanità è pubblica, non individuale. E in nessun campo come in quello sanitario è vero che non ci salva da soli, ma tutti insieme. Una crisi di fiducia affligge le nostre società. È esperienza quotidiana per i medici ricevere da parte dei loro pazienti liste di analisi da prescrivere, con un’inversione assai singolare del ruolo tra curante e assistito.

La crisi di fiducia potrebbe diventare presto crisi della ragione, cedimento a un sentimento confuso e spaesato in cui fonti scientifiche e passaparola sono messe sullo stesso piano, in cui affermazioni prive di riscontri divengono dogmi da difendere con un accanimento degno di miglior causa. In un mondo complesso, in cui lo spaesamento è ormai di casa, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è che esso prenda piede anche in campo sanitario. Vaccinare i nostri figli è sempre necessario e vitale anche nel XXI secolo.

La solidarietà nell’agenda di tutti. Gli obiettivi Onu di sviluppo sostenibile

Avvenire, 4 agosto 2015

di Marco Impagliazzo

Il mondo ha una nuova agenda di sviluppo globale, si chiamerà “Obiettivi di sviluppo sostenibile” e sarà ratificata il prossimo settembre dall’assemblea dei capi di Stato e di governo all’Onu. Si tratta di un’Agenda, più ampia di quella degli otto Obiettivi del Millennio, valida per i prossimi quindici anni e costruita attorno a ben diciassette grandi obiettivi che puntano a mettere fine alla povertà, a promuovere il benessere dei cittadini e a proteggere l’ambiente. Nel testo si parla di una «visione assolutamente ambiziosa e trasformatrice». Sono parole importanti e impegnative in un tempo, come il nostro, caratterizzato da assenza di visione del futuro. Ban Ki-moon l’ha definita «l’agenda della gente».
La speranza è una politica che parta dai bisogni della gente e che sappia essere veramente efficace. Per questo l’Agenda è un’ottima notizia che dà l’obiettivo di un nuovo mondo possibile. Da essa emerge la consapevolezza che non solo lo sviluppo ma anche la pace e la sicurezza sono strettamente legate alla lotta contro la povertà, specie quella estrema. L’obiettivo 3 indica la necessità di assicurare salute e benessere a ogni età della vita. Molto significativo è l’obiettivo di promuovere un’efficace e pervasiva tutela dei diritti delle donne. Quante bambine sono ancora private del diritto di andare a scuola, subiscono violenza, mutilazioni genitali e discriminazione!
La parola che sottende a questa nuova agenda mondiale è “solidarietà”. È parola tanto cara a papa Francesco, divenuta- anche grazie al suo impegno – chiave del nostro tempo. Parola e idea potente nel secolo scorso. Ha mosso intelligenze, ha alimentato movimenti collettivi, ha architettato sistemi di redistribuzione del reddito secondo criteri di equità, ha prodotto benessere diffuso in tante parti del mondo. È stata anche il motore della creazione di uno Stato “provvidente”, che cioè non dimentica nessuno. È stata il combustibile per l’affermazione di tanti diritti civili. Ha contribuito a dare dignità al lavoro. In una parola, ha cambiato il corso della storia. L’Europa dalle ceneri della guerra è rinata anche grazie alla solidarietà. Ed è stata ancora la solidarietà – ricordiamo le vicende polacche – ad accendere la miccia della grande rivoluzione pacifica che ha spazzato via i regimi comunisti dell’Est, ricostituendo le basi dell’unità politica e spirituale del continente.
Poi è cambiato qualcosa. Tony Judt, storico molto attento ai mutamenti della sensibilità comune, l’ha indicato: non più l’interesse di tutti ma i bisogni e i diritti di ognuno, con il declino del senso di uno scopo condiviso. Non è ciò che è capitato in questi anni? Il senso di uno scopo condiviso è sembrato essersi eclissato. “Salva te stesso”, è stato il messaggio più diffuso e praticato. Raoul Follereau diceva che «nessuno ha il diritto di essere felice da solo». E Zygmunt Bauman afferma che «nessuno o quasi continua a credere che cambiare la vita degli altri abbia una qualche utilità per la propria vita». È la morte del “noi”.
Ecco perché ha ragione papa Francesco quando dice che la crisi economica che ha attraversato il mondo in questi ultimi anni (e che sembra non finire mai) è innanzitutto una crisi dell’uomo. C’è un passaggio illuminante nella Evangelii gaudium: «Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati”, ma rifiuti, “avanzi”».
Ecco, ora l’Agenda di sviluppo sostenibile ricentra la storia su quegli orizzonti umani, geografici o culturali, purtroppo diventati invisibili: fa della solidarietà la scelta più saggia per non condannarsi all’auto-distruzione. C’è una grande coincidenza tra i nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile e la visione globale di papa Francesco. Sono la cura della casa comune, la ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale (si rilegga la Laudato si, e la solidarietà come spazio umano entro il quale torna a essere possibile riconoscersi come fratelli. Dall’Onu, istanza che rappresenta i popoli della terra, si percepisce il senso di una svolta. Il “cambiare rotta” è affidato a tutti.

“Interventi nei Paesi di partenza e fondi privati per salvare vite umane”. Intervista a Marco Impagliazzo

Il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2015

di Vanessa Ricciardi

“Abbiamo aperto con il ministro degli esteri, Paolo Gentiloni, un tavolo sui profughi”. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha un piano ben preciso: “A differenza di chi urla e grida contro i migranti, noi abbiamo conosciuto le loro storie di sofferenza, e qualche cosa possiamo farla”.
In cosa consiste il piano?
Cinque punti. Il primo, che sperimenteremo con la Federazione delle Chiese Evangeliche, è l’humanitarian desk e verrebbe gestito interamente con l’8 per mille delle Chiese evangeliche e i nostri contributi. Consiste nel fare una prima inchiesta con la collaborazione delle ambasciate italiane per stabilire chi ha le caratteristiche per ottenere i visti umanitari, prima che prendano i barconi. È impossibile attuarlo nelle zone di guerra, ma può realizzarsi in Libano, dove arrivano migliaia di profughi dalla Siria e dall’Iraq, e in Marocco, dove giungono quelli dal Sahel. Un modello anche per altri Paesi Ue.
Quale percentuale degli attuali migranti avrebbe diritto a questi permessi?
Il 70-75%. È chiaro che è impossibile rilasciarli a tutti,per questo abbiamo pensato ad altre azioni. L’ipotesi sarebbe quella di costituire un Ufficio dell’immigrazione europeo, da aprire in un Paese nordafricano. Poi, ed è il secondo punto, vorremmo avviare un negoziato per la revisione degli accordi di Dublino, quelli per cui abbiamo i migranti fermi a Ventimiglia.
Crede che ci sia l’intenzione di metterlo in discussione?
L’Europa è divisa in due, Nord e Sud. Per i paesi più interessati, l’Italia e la Grecia, sì. Naturalmente non per quelli del Nord. Già semplificare i ricongiungimenti familiari, oggi molto difficili, sarebbe un passo avanti. Il terzo punto, sono le sponsorship private: permettere alle associazioni di finanziare, e poi garantire all’arrivo, le partenze per gruppi di migranti che ne hanno i requisiti. Come quarto e quinto punto, per salvare tante vite umane, proponiamo il rilascio di visti e permessi umanitari.
Crede che nel clima attuale ci sia questa disponibilità?
Sì. Un vescovo canadese ha pagato per il trasferimento di 1000 profughi siriani rifugiati in Libano. Le azioni di solidarietà alla stazione di Roma Tiburtina e di Milano mostrano che ci sono molti italiani che vorrebbero aiutare. La chiesa sarebbe felice di farlo.
Una volta concessi i permessi, l’Italia sarebbe in grado di accogliere queste persone?
Certo. Su una previsione di 180 mila migranti nel 2015, meno della metà vuole restare. E i fondi europei ci sono, anche se sono stati usati male, pensiamo a Mafia Capitale. L’Ue stanzia 35 euro a migrante al giorno, a loro ne vanno 2,50, il resto serve al sistema di accoglienza. Manca però la regia pubblica, perché la politica è vittima delle grida anti-immigrazione.
Il Consiglio europeo sbloccherà la situazione?
Solo in parte. L’Europa ancora non è preparata e c’è troppa pressione di parte dell’opinione pubblica.
E il piano B di Renzi?
Potrebbe concedere ai migranti a Ventimiglia dei visti per motivi umanitari. Entrerebbero subito in Francia. Più che altro un gesto di ritorsione.

Fiaccolata di solidarietà al Colosseo per i cristiani perseguitati nel mondo

Radio Vaticana, 15 maggio 2014

Intervista a Marco Impagliazzo di Gabriella Ceraso

Esprimere solidarietà ai cristiani che rischiano la vita o la perdono per professare la propria religione in Africa, Medioriente e in Asia . Per questo stasera la Comunità di Sant’Egidio e la Comunità Ebraica di Roma, con il sostegno del sindaco capitolino, organizzano una fiaccolata al Colosseo con voci e testimonianze. Intanto nuovi drammi frutto dell’estremismo e dell’odio si consumano in Sudan e in Nigeria.

Sarà impiccata per apostasia, cioè per aver sposato un cittadino cristiano ed essersi convertita alla fede del marito in flagrante violazione della Sharìa, la legge islamica. Succede oggi in Sudan a Mariam Yehya Ibrahim, 27 anni, incinta di otto mesi. Per evitare la pena capitale avrebbe dovuto tornare all’islam ma non lo ha fatto. Un problema di molte aree del mondo, ricorda Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio:

“Purtroppo, i luoghi dove non è riconosciuto questo tipo di libertà religiosa e nemmeno il diritto, appunto, alla conversione, sono tanti. Naturalmente, noi ci rivolgiamo ai nostri fratelli musulmani e chiediamo loro, alla parte più illuminata, che è la stragrande maggioranza, di lavorare sempre assieme a noi perché a tutti sia garantito questo fondamentale diritto per il quale la Chiesa si è molto spesa”.

Forzature e violenze, come quella imposta a molte delle studentesse nigeriane rapite nei giorni scorsi dagli estremisti Boko Haram e costrette a convertirsi. Per loro e i tanti cristiani perseguitati – l’ultimo dato sembrerebbe avvicinarsi ai 100 mila nel mondo – la fiaccolata di questa sera: insieme ebrei, cristiani e musulmani:

“Il primo motivo è quello di fare arrivare la voce della società civile, la voce dei credenti a tante persone perché non si sentano abbandonate. Da quando Giovanni Paolo II ha aperto quello che si è chiamato lo spirito di Assisi, le religioni si sono sentite chiamate a tirare fuori quel messaggio di pace che è al cuore della loro fede. Noi vorremmo creare un’unità tra le religioni contro il terrorismo che si ammanta di un discorso religioso, e vorremmo che finalmente anche nell’opinione pubblica fosse separata la violenza dalla religione”.

Nella Evangelii Gaudium il Papa ci ricorda che c’è una mentalità che vuole costringere la fede ad un fatto privato: quando si cerca di manifestarla, cominciano i problemi, le discriminazioni, le persecuzioni. Ecco, un pensiero su quanto anche il Papa finora ha detto, quanto ci sta illuminando, quanto ci sta accompagnando su questo tema …

“Il fatto più significativo, tra i tanti che potrei citare: il Papa si recherà in Terra Santa tra pochi giorni, accompagnato da un imam e un rabbino. Quindi, il fatto che il Papa scelga di fare un pellegrinaggio nella terra delle tre religioni, accompagnato da un imam e da un rabbino, mi sembra il maggiore segno, il segno più visibile di questa volontà di dialogo e di collaborazione per la pace nel mondo”.

Le testimonianza saranno forti: di un cristiano siriano scampato alla guerra, di una donna eritrea cristiana che si dà da fare per aiutare i musulmani profughi del deserto del Sinai, e i tanti che non hanno voce come il gesuita padre Paolo Dall’Oglio rapito in Siria quasi un anno fa e del quale non si hanno più notizie:

“Vogliamo compiere, come durante tutto l’anno in cui preghiamo per loro, un ulteriore gesto di vicinanza sperando che loro possano sentirlo e possano avere notizia di questo nostro atto di solidarietà”.