Archivio tag: Papa Francesco

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Papa Francesco, la pace di Assisi e la guerra globale: è il tempo del «noi»

Avvenire, 5 ottobre 2016

di Marco Impagliazzo

Il nostro tempo conosce un’evidente accelerazione della storia: il disordine globale, il terrorismo, la tumultuosa crescita dell’Asia, l’interconnessione crescente delle informazioni e dei trasporti, la crescita delle migrazioni, la sfida climatica… Un mondo nuovo si profila all’orizzonte, ma non abbiamo ancora imparato a collocarci in esso, a comprenderlo pienamente e a padroneggiarlo. Quest’avventura che ci è toccata in sorte necessita di una nuova grammatica, di una bussola che ci orienti.

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«Corridoi umanitari, ultimo salvagente per i disperati». Intervista a Marco Impagliazzo

Il Mattino, 19 aprile 2016

Presidente Impagliazzo, non le sembra che ogni gesto di solidarietà, a partire dall’ultimo di Papa Francesco a Lesbo, venga perfino sopraffatto dalla realtà tragica? 

«Ogni gesto di solidarietà ha un valore in sé che aiuta delle persone, come le dodici persone che sono arrivate con il Papa al rientro da Lesbo. Si sono salvate da una situazione difficile. Purtroppo la grande sofferenza che arriva con i nuovi morti scuote le coscienze ed incita cosa fare di più non come fare di meno».
Marco Impagliazzo è il presidente della Comunità di Sant’Egidio che ha accolto i dodici siriani giunti in Italia con il Papa sabato scorso. Ora è in partenza per l’Africa dove l’azione della «diplomazia» parallela della solidarietà praticata dalla Comunità consente di intercettare quasi in tempo reale problemi ed emergenze dei flussi migratori proprio dove nascono.
Ad un anno esatto da un’ altra tragedia del mare sembra riproporsi sempre lo stesso interrogativo: cosa si può fare di più? 
«L’Europa deve tornare a ragionare come un continente che riscopre i principi della difesa dei diritti umani e della solidarietà. Alcuni Paesi europei, tranne l’Italia e la Grecia che fanno uno sforzo oltre i loro limiti, non si mostrano solidali sul tema della ricollocazione».
Basta mettere in moto la ricollocazione dei profughi? 
«Bisogna innanzitutto cambiare le politiche migratorie e cambiare alcuni principi come quelli di Dublino che costringono i migranti ad essere riconosciuti solo nel paese di arrivo. Chi non affronta in maniera solidale i problemi che abbiamo di fronte diventa colpevole e complice».
Da qualche mese la Comunità di Sant’Egidio ha sperimentato i corridoi umanitari. E una strada percorribile rispetto all’emergenza?
«È l’ultimo salvagente per i disperati. I corridoi umanitari garantirebbero sicurezza a chi accoglie e a chi viaggia. È una strada molto percorribile. Devo lodare l’Italia che ha avuto il coraggio politico di aver accolto la proposta della Comunità di Sant’Egidio e delle Chiese Evangeliche che ha consentito di individuare le persone con maggiori vulnerabilità».
Avete varato un progetto sperimentale per i corridoi umanitari. In cosa consiste?
«È un progetto sperimentale, in parte anche già attuato nei mesi scorsi, che intende evitare altre morti in mare e consentire a persone in condizioni di vulnerabilità di accedere al sistema di protezione internazionale attraverso l’ingresso legale sul territorio nazionale».
Quindi anche un’identificazione dai luoghi di partenza? 
«Sì, è una idea sicura perché chi viene è verificato fin dalla partenza. Non dobbiamo aspettare che arrivino in Europa perché vengano identificati. Potrebbe essere una buona pratica dei Paesi europei».
Il vostro osservatorio privilegiato sull’Africa e, soprattutto su quei Paesi dove si fugge per fame, guerre, carestie, fa prevedere l’incremento dei flussi migratori? 
«Sì, lo dico senza allarmismi. Aumenteranno i flussi, e non solo per la buona stagione che arriva. Ci sono scontri che nascono perfino per problemi climatici. Pochi giorni fa in Etiopia, lo scontro tra due etnie per motivi legati alla siccità ha provocato 140 morti»
Quindi, la proposta del Governo italiano di un piano di interventi in Africa è giusta? 
«È da seguire con grande interesse. È un piano che il presidente Renzi presenterà all’Europa che è imperniato su un piano di aiuti ai paesi africani. Coltiviamo la speranza che gli altri paesi europei raccolgano la proposta. Noi dobbiamo continuare a chiederci non cosa possiamo fare di meno ma cosa possiamo fare di più».

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L’ospitalità ai rifugiati di Lesbo è a totale carico del Papa. Intervista a Marco Impagliazzo

Il Giornale di Sicilia, 17 aprile 2016

L`INTERVISTA. Il presidente della Comunità di Sant`Egidio, Marco Impagliazzo: «Portano sulla loro pelle e nella psiche le conseguenze di guerre e violenze»

«Sono persone con nomi e storie, che vivono sul corpo e nella psiche le conseguenze di guerre e violenze. Arrivano in Italia nel rispetto delle regole e dei trattati internazionali, perché erano giunte a Lesbo prima dell`entrata in vigore dell`accordo con la Turchia».

Il presidente della Comunità di Sant`Egidio, Marco Impagliazzo, sottolinea l`importanza di un gesto che riesce a comunicare più di mille parole. Le tre famiglie di profughi siriani giunte a Roma con il Papa sono l`esempio concreto di cosa si potrebbe fare se si istituissero corridoi umanitari a partire dai Paesi di provenienza di chi fugge da guerre e disperazione.

«L`ospitalità di queste persone è a carico del Papa e del Vaticano. Tutto è stato fatto in accordo con i governi italiano e greco. La Comunità di Sant`Egidio ha fatto solo da facilitatore per individuare le famiglie», spiega Impagliazzo.

Come sono state scelte queste famiglie? «Si tratta di persone già richiedenti asilo per motivi umanitari, perché fuggono dalla guerra in Siria e vivono in situazione di vulnerabilità. E questo il criterio di selezione, la vulnerabilità. Una famiglia, infatti, ha i genitori più avanti con gli anni, che avrebbero difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro. Un`altra invece ha un bambino traumatizzato dalle conseguenze del conflitto che ha vissuto. Sono persone con nomi e storie, come dice papa Francesco, ed è un fatto importantissimo».

Dal punto di vista politico che significato assume questo gesto? «Il Papa dice chiaramente che ognuno deve fare la propria parte, che si devono costruire ponti e non barriere e muri. D’altronde il Pontefice, già nel suo nome, è creatore di ponti, è questa la vocazione del Papa. Un aspetto che condividono tutte le Chiese che erano presenti a Lesbo. Di fronte a una crisi migratoria come questa, costruire muri non serve a nulla».

In un mondo politico frammentato, confessioni cristiane diverse si ritrovano insieme al capezzale dei migranti, quasi a voler testimoniare che le religioni devono creare dialogo e non divisione.
«È, un gesto ecumenico importante. Oltre all`ecumenismo del sangue, quello versato dai cristiani perseguitati, esiste un ecumenismo dei poveri, un ecumenismo della carità. C`è un amore per gli altri che ci unisce più che dal punto di vista giuridico».

Anche la Comunità di Sant`Egidio sta lavorando insieme con le Chiese evangeliche l`apertura di corridoi umanitari verso l`Italia dal Libano, dal Marocco e dall`Etiopia. Con quali risultati?

«Finora sono giunte in Italia 93 persone e altre 150 arriveranno a breve. Il progetto ci permetterà di accogliere fino a mille profughi, ma speriamo di estendere anche ad altri. Si tratta di persone che ci vengono segnalate da organizzazioni internazionali che operano in Libano, in Marocco, perché appartengono a categorie particolarmente vulnerabili. Si tratta di malati, anziani, donne con minori. Tutto secondo le regole e tutto sostenuto economicamente dalla Comunità di Sant`Egidio e dalle Chiese evangeliche. Se lo facessero altri Paesi, i numeri potrebbero essere più alti e le vite umane salvate molte di più».

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Impagliazzo (Sant’Egidio): “In un tempo di muri Francesco ha saputo costruire ponti”

La Stampa, 12 marzo 2016

Parla il presidente della comunità: “La sua è una Chiesa in uscita che propone al mondo un nuovo umanesimo”

La Comunità di Sant’Egidio saluta i tre anni di pontificato di Papa Francesco come un dono per la Chiesa e per il mondo. “In un tempo che ha visto alzarsi troppi muri tra i popoli – afferma il presidente Marco Impagliazzo – Francesco è stato un costruttore di ponti nel suo apostolato quotidiano e nello scenario internazionale ed ecclesiale, come dimostrano le nuove relazioni che si sono aperte tra Cuba e gli Stati Uniti e lo storico incontro con il patriarca russo Kirill”.

“E’ un Papa – sottolinea Impagliazzo – che, leggendo la realtà a partire dalle periferie, si è fatto voce dei poveri indicando a tutti la via per colmare le distanze e sanare le ferite delle nostre società, non ultima quella ambientale. Non a caso ha scelto di aprire la prima porta santa del Giubileo della Misericordia a Bangui, capitale del Centrafrica dilaniato dalla guerra”.

“Francesco – conclude – ha saputo dare un nuovo slancio missionario alla Chiesa proponendo di vivere la gioia del Vangelo: una forza “in uscita”, capace di offrire al mondo un nuovo umanesimo in anni attraversati da tanti conflitti e da una violenza diffusa che colpisce soprattutto i più deboli”.

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Francesco, la Chiesa, il mondo

Settimanale della Diocesi di Como, 24 febbraio 2016

Intervista a Marco Impagliazzo, di Enrica Lattanzi

Nel discorso pronunciato nel dicembre 2014, quando fu riconfermato alla guida della Comunità di Sant’Egidio, le parole-chiave che scandirono il suo discorso furono “preghiera, poveri, pace”. Questo è Marco Impagliazzo, professore di Storia Contemporanea presso l’Università per Stranieri di Perugia, oltre a essere alla guida, per il secondo mandato, del movimento laicale fondato, nel 1968, da Andrea Riccardi attorno alla chiesa di Sant’Egidio in Trastevere e oggi diffuso in tutto il mondo in oltre una settantina di Paesi. Marco Impagliazzo, nell’ambito degli incontri di “Pensieri al Centro”, sarà a Como, il prossimo mercoledì 24 febbraio, alle ore 20.45, presso il Centro Pastorale Cardinal Ferrari (in viale Cesare Battisti, 8). Titolo del suo intervento: “Il rapporto Chiesa- mondo nel magistero di papa Francesco”. 
Quali sono i punti di novità del pontefice? 
«Direi che ogni Papa – ci ha risposto Impagliazzo –, a partire dal suo punto di vista, dal retroterra culturale, dal Paese di provenienza, ci porta elementi nuovi. Siamo stati travolti dal grande cambiamento che fu l’elezione di san Giovanni Paolo II, il primo papa non italiano dopo secoli. Egli ci aprì alle Chiese dell’Est, alla resistenza al comunismo, ai nuovi martiri. Imparammo tanto, da lui, su situazioni che ben poco conoscevamo. Poi il papa emerito Benedetto XVI, che ci ha portato nella grande cultura teologica tedesca. Con papa Francesco, che, come ama dire “viene dalla fine del mondo”, ci confrontiamo con la grande tradizione della Chiesa latino-americana, che conta milioni di fedeli e si caratterizza per il forte legame con il popolo. Questo papa ama molto l’Europa, però, ce lo ripete spesso, non ha ancora capito quale funzione vuole avere l’Europa nel XXI secolo: se vuole essere più una nonna o una madre feconda. È questo passaggio che Francesco vuol far vivere alla Chiesa europea: essere più missionaria, meno ripiegata su se stessa, meno minoranza creativa e più evangelizzatrice».
Papa Francesco ci stupisce in continuazione… Pensiamo a quanto è accaduto proprio in questi giorni con l’incontro, a Cuba, con il patriarca Kirill: un abbraccio fra Oriente e Occidente in sospeso dall’anno 1054… 
«Francesco è un papa che cammina senza il peso del passato. Con san Giovanni Paolo II, rispetto al patriarcato di Mosca, c’era l’ombra ingombrante del rapporto fra polacchi e russi. Qualche passo in più si è fatto con il papa di origine tedesca. Ma oggi questo pontefice porta con sé una visione che non spaventa la tradizione russa, ma anzi, è di stimolo per guardare insieme ai grandi scenari internazionali. Questo incontro, poi, è stato possibile anche perché, purtroppo, la situazione dei cristiani, nel mondo, si sta progressivamente aggravando. Di fronte ai nostri fratelli che sofrono e subiscono persecuzioni, le divisioni appaiono sempre più senza senso e si comprende che si deve camminare insieme. L’invito è a unirsi nel nome di chi è perseguitato perché cristiano. Poi c’è la grande questione della “terza guerra mondiale a pezzi”, concetto che il pontefice ha modificato rispondendo a una domanda nell’ultima intervista rilasciata al Corsera. C’è troppa violenza: la guerra, ormai, è efettiva. Infine c’è l’elemento ecologico, emerso con chiarezza nell’enciclica “Laudato si’!”: serve una nuova unità dei cristiani per la custodia e la salvezza del Creato».
Lei ha partecipato come delegato al Convegno ecclesiale di Firenze. Quali sollecitazioni sono arrivate alla Chiesa e al laicato italiano dal questo grande incontro e dalle parole di papa Francesco? 
«L’orizzonte indicato dal papa è quello dell’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”. Anzi. Francesco ha chiesto a tutti i delegati di lavorare, nei prossimi anni, avendola come testo di riferimento. Il pontefice ci ha parlato di una Chiesa in uscita… e in Italia ci sono tante possibilità, grazie a comunità, parrocchie, movimenti, associazioni. La nostra è una realtà segnata dalla significativa presenza dei cattolici nella società. Abbiamo una forza spirituale che dobbiamo spendere nel tempo della globalizzazione, che è, purtroppo, un tempo di profondi individualismi. Oggi è più complicato essere cristiani, perché siamo nel tempo del virtuale. È più difficile parlarsi, incontrarsi. Siamo tutti in rete, ma ciascuno sta per conto suo. Cosa vuol dire essere “Chiesa comunione” in un contesto che da molta importanza al virtuale? Essere Chiesa in uscita, oggi, significa anche andare fra la gente, cercare occasioni di incontro, portare il grande messaggio della misericordia di cui si parla tanto in questo anno giubilare. A Firenze, poi, ho colto un bel clima di apertura, di sinodalità. È questo sentimento che sta emergendo: c’è il desiderio di mettersi l’uno in ascolto dell’altro. È un passo significativo. Chiesa sinodale non significa “Chiesa-che-crea-nuove-strutture”, che finiscono con lo schiacciare la capacità di profezia. Sinodalità è accorgersi che esiste l’altro e ci si mette in dialogo. Infine ci è chiesto di essere Chiesa dei poveri. Una Chiesa non che si occupa delle povertà, ma che va, fisicamente, verso i poveri e si lascia evangelizzare, convertire da loro. Lo dico a partire dalla mia personale esperienza in Sant’Egidio. I poveri sono evangelizzatori perché sono il volto di Gesù. Incarnano il “sacramento del fratello”, accanto al sacramento dell’altare».
Sempre a partire dalla sua esperienza come presidente della Comunità di Sant’Egidio, come pensa che si stiano affrontando i grandi problemi delle società contemporanee, come la forte pressione migratoria? 
«A livello politico, e parlo dei migranti, si sta affrontando con grandi ritardi e con poca visione quella che non è un tema ma è una grande questione del XXI secolo. Due sono le sfide di oggi. I migranti. E gli anziani, perché la popolazione, grazie a Dio, sta invecchiando, per merito dei progressi della medicina, per lo sviluppo. Ma non ci siamo resi conto di cosa voglia dire gestire un mondo fatto sempre più di anziani. Tornando ai migranti, credo che il papa, a partire dal suo primo viaggio apostolico a Lampedusa, ci ha posto una domanda decisiva: dov’è tuo fratello? Questi che arrivano sono nostri fratelli e sorelle che chiedono di essere accolti senza troppe distinzioni (migranti economici, per motivi di guerra, che chiedono protezione umanitaria…). Non è alzando nuovi muri (argomento affrontando anche nel messaggio per la Quaresima), ma creando ponti che si può tentare di affrontare la questione. In Italia dobbiamo renderci conto che il salto deve essere fatto da una politica dell’emergenza a una politica dell’integrazione. Un passo significativo è rappresentato dalla legge sulla cittadinanza, che darebbe identità a tanti minori che qui sono nati e stanno crescendo… La scuola, pur nei suoi affanni, è un grande laboratorio di integrazione. Tutti i dati oggettivi ci dimostrano che la presenza migratoria da ossigeno alla nostra profonda crisi demografica, ma anche all’economia (a partire dalle tasse versate dagli stranieri in Italia). Ma è soprattutto una crescita umana e culturale, che sgorga dall’incontrarsi e dal rispettarsi nelle diverse identità».

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Smontare i patiboli. Il sogno della fine della pena di morte è realizzabile e sempre più concreto

Avvenire, 23 febbraio 2016

di Marco Impagliazzo

Il Papa ha lanciato un nuovo e importante appello. Non è la prima volta che Francesco parla della necessità di giungere all’abolizione della pena di morte nel mondo, ma quello di ieri all’Angelus suona come un programma per tutti coloro che desiderano un mondo più vivibile e umano. A partire dai cristiani. Non a caso, proponendo la moratoria per le pene capitali, si è rivolto prima di tutto ai governanti cattolici e ha inserito il suo appello all’interno del Giubileo della Misericordia.

Il discorso del Papa, però, ha un carattere universale e riguarda l’intera umanità. Ha parlato di «segni di speranza» in un’opinione pubblica sempre più contraria, nel mondo, alla pratica della pena di morte e ha ricordato che «le società moderne hanno la possibilità di reprimere efficacemente il crimine senza togliere definitivamente a colui che l’ha commesso la possibilità di redimersi». Si tratta di parole che fanno pensare a come si possa giungere, in un giorno che speriamo vicino, all’abolizione della pena capitale nel mondo, a livello legale, così come si giunse nell’Ottocento a quella della schiavitù.

Oggi l’Europa vanta, de iure e de facto, il primato di avere archiviato la pena capitale, e molti segnali positivi giungono anche dall’Africa, che potrebbe a breve diventare il secondo continente a essere liberato da questa odiosa pratica. Ma anche, più in generale, si registra la diminuzione, anno dopo anno, del numero dei Paesi mantenitori e di quello dei condannati a morte al termine di una procedura ufficialmente legale. L’ultimo voto, nel 2014, alla III Commissione delle Nazioni Unite, sulla proposta di moratoria universale della pena di morte è stato un successo, con 117 Stati favorevoli alla mozione, tre in più rispetto al voto precedente.

Il convegno internazionale “Per un mondo senza pena di morte” promosso dalla Comunità di Sant’Egidio – che il Papa ha salutato domenica durante l’Angelus, augurandosi che «possa dare un nuovo impulso all’impegno per l’abolizione della pena capitale» – si inserisce in questa campagna: ministri della Giustizia e rappresentanti di 30 Paesi in una conferenza che vede raccolti, in modo inedito, in una stessa riflessione, Paesi abolizionisti e Paesi mantenitori: la strada per difendere la vita si può cercare e trovare insieme se ci si apre al dialogo. Ministri ricevuti poi dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha rilanciato l’appello per un mondo senza pena capitale.

Sono campagne preziose per tutti perché sentono, e diffondono, il dovere morale di non retrocedere mai di fronte alla paura che è sempre cattiva consigliera. Se la crescita di un sentimento di allarme è giustificato da tanti episodi violenti cui abbiamo assistito in Europa, in Medio Oriente e in Africa, siamo però convinti che non possa e non debba riaprire la strada a pericolose marce indietro: fare il male per ricavarne il bene può sembrare un pensiero proporzionato, ma non è né giusto né efficace. Fa solo il gioco di chi semina violenza. Perché è proprio la paura la principale arma del terrore.

Il sogno di giungere al superamento della pena di morte nel mondo è realizzabile e si fa sempre più concreto. Allo stesso tempo occorre non abbassare mai la guardia. In Asia e negli Stati Uniti, ma non solo, c’è da conquistare molte istituzioni alle ragioni della vita e dell’umanità. E occorre guarire i popoli dal fascino del rancore e della vendetta, se è vero che, anche quando diminuiscono le esecuzioni, troppo frequenti sono ancora, in alcune zone del mondo, le uccisioni extragiudiziali e i linciaggi, soprattutto in America Latina e in Africa.

Lottare contro la pena di morte è anche lottare per una società in cui il livello di violenza diffusa sia il più basso possibile. Uno dei risultati dell’abolizione della pena capitale è infatti quella di inviare a tutti un potente messaggio: aggiungere violenza a violenza – anche se istituzionalizzata – non solo non risolve, ma soprattutto avvelena il clima generale, genera sentimenti deleteri tra le persone, ingabbia in una forma di “retribuzione” feroce. La campagna mondiale fa compiere un salto di qualità nella cultura generale del mondo: la vita è la cosa più importante.

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Oltre la paura. Fine d’anno resistendo alla guerra

Avvenire, 30 dicembre 2015

di Marco Impagliazzo

Antonio Gramsci scrisse che «odiava» il capodanno, convinto «che ogni mattino è capodanno»: «non bisogna – diceva – perdere il senso della continuità della vita e dello spirito». Se è vero che nella vita e nella storia esiste la continuità, fa riflettere questa posizione gramsciana di «odio» per il capodanno. Alcuni messaggi, in questa fine d’anno, vorrebbero spingerci a mettere tra parentesi un giorno, additato come pericoloso, per le minacce del terrorismo.

Tra gli aspetti che hanno caratterizzato il 2015, c’è infatti il moltiplicarsi di fatti di terrorismo jihadista. Papa Francesco, nel messaggio di Natale “Urbi et Orbi”, ha ricordato le vittime delle «efferate azioni terroristiche, particolarmente delle recenti stragi avvenute sui cieli d’Egitto, a Beirut, Parigi, Bamako e Tunisi». Il 2015 è segnato dalle ferite del terrorismo: morti, feriti e distruzioni in varie parti del mondo. Quale la risposta della politica, della società, delle istituzioni, di ciascuno di noi?

Nella storia – si sa – i paragoni non reggono. Se dovessimo però cercarne uno per la situazione che viviamo, potremmo trovarlo nel 2001: anno in cui il terrorismo – male antico e mai sopito – riemerse con tanta forza, anche mediatica. Allora, in Occidente, si era impreparati a rispondere. Le reazioni furono di vario tipo, talune scomposte. Alcuni gridarono allo «scontro di civiltà», altri incolparono una religione, anzi la religione in quanto tale. Vennero poi la risposta securitaria e quella delle armi: la guerra del bene contro il male, si disse. Afghanistan prima, Iraq poi. Oggi, dopo tanta storia vissuta nell’ultimo decennio, abbiamo imparato che la guerra non è la soluzione, ed è ingannatrice come l’idea dello «scontro di civiltà» o, peggio, «di religione».

Se nel mondo musulmano ci sono responsabilità chiare nel non aver contrastato seriamente il terrorismo sia a livello di Stati che di certa opinione pubblica, dobbiamo anche constatare come, da qualche anno, il terrorismo colpisca i musulmani in particolare (sciiti e sunniti), e che Daesh stia facendo una guerra per il potere, innanzitutto, nelle aree a maggioranza islamica. La guerra in Siria, da quasi cinque anni, sta distruggendo l’intero Paese: è il terreno in cui si sviluppa un terrore che travolge tutto e tutti, nessuno escluso. E addirittura diventa il luogo per l’esportazione del terrore, come con gli attentati di Parigi.

La minaccia esiste, non va sottovalutata, ma gli strumenti bellici, non bastano e hanno mostrato i loro limiti. C’è il “fronte interno” delle nostre società. Oggi siamo più spaventati di ieri. La paura è ormai una compagna costante della vita. Ma la paura – si sa – non è una buona consigliera e non aiuta a fare le scelte di lungo periodo che s’impongono in questo momento storico. Dal 2001 le società hanno cominciato a proteggersi meglio, il lavoro di intelligence è cresciuto, anche se, in certi casi, manca il coordinamento internazionale. Certamente tante contromisure sono state prese e hanno evitato guai peggiori.

Il problema è però come liberare le nostre società dalla paura (quella che la strategia terroristica impone). Lo si fa, creando legami, motivando e comunicando il gusto e la responsabilità di vivere insieme. C’è bisogno di una rigenerazione della società, specie nelle periferie anonime. Una società più motivata rende più agevole l’integrazione dei “nuovi europei”.

La casa si costruisce insieme, con il contributo di tutti, partendo da fondamenta comuni e condivise che sono la storia e i valori dell’Europa: il diritto, la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà.

Oltre ad amare i valori, bisogna però incontrare e amare le persone: questo è un punto di svolta che spesso manca, ma che ricrea una coesione sociale. L’Anno Santo della misericordia lo ricorda e lo insegna a chi crede e a chi non crede,. Perché la misericordia è maestra di vita, a differenza della paura. Su queste basi si potrà lavorare meglio sull’integrazione, vero nodo della pace sociale in Europa, a partire dalle periferie.

E poi c’è il grande compito sul “fronte esterno”: la pace. La pace che faremo sarà la vera sconfitta del terrorismo. Non a caso la Chiesa apre il primo giorno dell’anno (dal lontano 1968) nel nome della pace. E il capodanno, che altrimenti si può anche arrivare a odiare, così ha più senso.

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